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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Microfictions

Racconti

Régis Jauffret
Edizioni Clichy

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 31/07/2020 12:00:00

 

Capita, talvolta, di sentir dire che il romanzo è morto, mentre invece è felicemente vivo, talaltra l’augusto defunto sarebbe il racconto: gli editori dicono che è invendibile, i lettori che è incomprensibile o frustrante perché solo un frammento, o roba del passato. Invece, così come il romanzo è vivo e vegeto, questa ciclopica raccolta dimostra come anche il racconto sia vivo, vivissimo e assolutamente attuale. Con grande coraggio, visto quanto detto prima, Jauffret, e con lui gli editori, e per l’Italia anche il bravo traduttore, dà alle stampe una raccolta di ben cinquecento racconti in formato mini, due pagine, non di più, per ciascuno dei titoli, disposti in rigoroso ordine alfabetico. Già la scelta dell’ordine dalla “a” alla “z” denota l’assoluta fluidità dei racconti, si possono inanellare uno dopo l’altro, passo dopo passo da “Aglaé” a “Zero scopate”, oppure saltellare qua e là a casaccio, ritornare sui propri passi, perdersi nel labirinto di porte chiuse dietro ciascuna delle quali si nasconde un mondo da scoprire. Con rapide pennellate l’autore costruisce un mondo, anche complesso, espone le esistenze dei protagonisti, ne traccia le parabole esistenziali e, in poche frasi calibrate, giunge al finale. Perfettamente, ogni singolo elemento trova la sua collocazione, nulla è affidato al caso. Sembrerebbe di trovarsi di fronte al referto di una autopsia, il corpo viene descritto, analizzato, poi giungono le cause della sua trasformazione, i motivi del suo perdersi e poi il caso viene chiuso, si passa ad altro. Ogni microracconto è come un meccanismo ad orologeria, ciascuno ticchetta esattamente la stessa quantità di righe di tutti gli altri, a volte la deflagrazione avviene nelle prime righe, altre a metà della micronarrazione, altre ancora si giunge al finale in cui tutto si dissolve. Oppure esplode con un botto fortissimo. Quello che Jauffret descrive, con le sue microfinzioni, è la realtà, la vita quotidiana, racconta frammenti di esistenze colte in un momento cruciale. Vite fotografate nell’istante in cui la follia si fa strada nel malessere quotidiano, o lenisce un dolore troppo forte per poter essere affrontato lucidamente. Ci sono corpi dilaniati, sfracellati al suolo, fatti a pezzi, o semplicemente anziani abbandonati, mogli sbeffeggiate, persone normali cui la sorte regala un momento di grandezza, sia in un trionfo, sia in una completa rovina. Lo scenario è quello che tutti conosciamo: un appartamento in un viale di periferia, una villetta di campagna, un palazzo lussuoso, la gente che lo abita è quella che vediamo ogni giorno: commesse, banchieri, medici e casalinghe. E tutti sono esattamente come li vediamo, indaffarati nelle loro esistenze, ma ad un tratto, qualcosa scatta, il meccanismo si inceppa e la vita fa un capitombolo, o una piroetta, si trasforma da banale in unica. Persone anonime, giungono sulle prime pagine di tutti i giornali, e spesso ci si chiede il perché di tanta follia o di tanta efferatezza; Jauffret non cerca una spiegazione, o una giustificazione, semplicemente ci mostra quelle vite, le mette sotto al microscopio e ci mostra tutto ciò che alberga in loro. E la cosa sorprendente è che noi in fondo non siamo tanto diversi da loro.

 




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