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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Cambiare l‘acqua ai fiori

Romanzo

Valérie Perrin
edizioni e⁄o

Recensione di Timothy Megaride
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Pubblicato il 27/11/2020 12:00:00



«Se tenant par la main
L’air émerveillé
De deux chérubins
Portant le soleil
Ils ont demandé
D’une voix tranquille
Un toit pour s’aimer…»

 

[Claude Delécluse- Michelle Senlis, Les Amants d'un jour][1]

 

 

È una maliarda questa Valérie Perrin, della quale, fino a un mese fa ignoravo l’esistenza. Scrive: «Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?».

Avevo letto qualcosa relativa al successo improvviso e, a prima vista, inatteso del libro. Neppure avevo badato al nome della sua autrice. Corre voce che l’imprevista notorietà sia frutto del passaparola. Poco ci credo. Non al passaparola, che è possibile, ma al successo. Non sono un esperto di statistica, ma suppongo che, tra i pochissimi che leggeranno queste note, magari uno o due compreranno il libro. Si crea una minima catena di Sant’Antonio e lì si ferma. Le mie storte sillabe non arrivano né arriveranno al pubblico dei grandi media. Dunque, mai sarà mio merito il successo di “Cambiare l‘acqua ai fiori[2].

Entro in libreria per acquistare altri libri, tutti di autori che usualmente seguo. Il romanzo della scrittrice francese compare in un angoletto del mio campo visivo, all’estremità sinistra. Invoca la mia attenzione, cioè la invoca il suo portavoce, non l’autrice, né l’editore, né il titolo. Giro la testa, metto a fuoco, prendo il libro e ne guardo la copertina con attenzione. Ah, mi dico, ecco il libro del passaparola! La foto in bianco e nero ritrae, in primo piano sul lato destro, il mezzobusto di una donna inquadrata di spalle. Lo sfondo è sfocato. Mostra un paio di croci marmoree che non si fa fatica a identificare come sepolcri. La mia mente va immediatamente alle memorie scolastiche. Già, i sepolcri non servono ai morti, servono ai vivi! La macchia di colore salta agli occhi. Il rosa del titolo e i fiori tra i capelli della donna (mi paiono begonie) sono un chiaro messaggio. Qui si celebra la vita, non la morte; se questa è presente sullo sfondo, vuol dire che ha una funzione ancillare.

Il colore rosa evoca uno stereotipo: nelle nostre culture è un marchio di fabbrica. Femmina certificata! Nessuno chiede a un neonato il colore che preferisce indossare. Le femminucce vestono rosa, i maschietti azzurro. Aut aut, non si discute!

Nella fattispecie il colore, oltre all’autrice, identifica la protagonista del libro, la sua disarmante femminilità alla quale puoi associare una sorta di solidarietà per l’universo delle donne e, più in generale, per le vittime delle culture discriminatorie. È il pink pride!

I maschi ci sono, ma più sullo sfondo, che siano figure caricaturali o delle autentiche carogne. La Perrin sembra accorgersene per tempo ed escogita gli stratagemmi per darcene una versione meno pregiudizievole. Anche i maschi hanno storie da raccontare, testimonianze da offrire; persino le carogne hanno un cuore. Chi non ha cuore è la cultura che genera, indipendentemente dai caratteri sessuali, marionette agite dagli automatismi inconsci di una tradizione ancestrale di cui ben pochi conoscono le scaturigini.   

In principio era la Francia, anzi il suo stereotipo. Noi europei vi abbiamo fatto i conti fin dai banchi di scuola. Chi non conosce Carlo Magno? Beh, probabilmente non il personaggio storico ma la sua leggenda, che i francesi ancora coltivano come i fiori di Violette Toussaint. Le “Chanson de geste”, l’epica cristiana, celebrano Roland, l’eroe protoromantico che muore a Roncevaux per difendere la propria fede e l’onore del sovrano. Più pregnante, ai fini di ciò che intendo dimostrare, è il cosiddetto “ciclo bretone”, cioè le belle storie di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. E qui mi viene da pensare che né Ginevra né Isotta erano donne libere. Gli amori, rispettivamente di Lancillotto e di Tristano, erano vicende adulterine. Aggiungerei che tutta la lirica trobadorica canta amori extraconiugali. Sorvolo, in questa sede, sugli emuli nostrani della lirica occitanica.

Bene, mi sento di affermare che il romanzo di Valérie Perrin trae gli auspici da questa illustre tradizione. Non celebra, ma rappresenta l’adulterio così come può essere percepito e vissuto nella nostra età volgare e presso le presenti culture di matrice illuministica. L’infedeltà coniugale è dunque un tema che ha tradizioni antichissime, sia pure ammantato da una mistica dell’amore che poco o nulla toglie all’illiceità del rapporto. In tal senso l’amore è trasgressione, se non violazione di legge e, come tale, si oppone alla morale come alla norma giuridica. Eppure, i trasgressori possono essere delle persone perbene. Si prenda il caso di Irène Fayolle e Gabriel Prudent, due personaggi del romanzo. Entrambi sposati, ci appaiono come amanti “cortesi”, si danno reciprocamente del lei, nessuno dei due abbandona il tetto coniugale. Coltivano un amore “segreto” fino alla fine dei loro giorni. È il loro modo di salvare capra e cavoli. Si illudono che il loro legame possa vincere anche la morte. Eros e Thanatos, la pulsione di vita e la pulsione di morte, sono il leitmotiv dell’intero romanzo, anche se il primo elemento del binomio sembra trionfare quando persino la reticente Violette, protagonista e prevalente voce narrante dell’opera, ne intende le istanze, le medesime trascritte nel diario della Fayolle.

«Quando un uomo va dalla sua amante deve sentirsi in vacanza, non a casa». A parlare è la contessa di Darrieux, maritata e adultera da venticinque anni. Poco prima aveva affermato: «Che me ne sarei fatta del grande amore ventiquattr’ore su ventiquattro? È un lavoro!». Poi ricorda L’amante di Lady Chatterley, il romanzo scandalo che oggi non scandalizzerebbe più nessuno. Poco oltre evoca La chanson des vieux amants, musica di Gérard Jouannest, testo di Jacques Brel, un binomio affine al connubio di musica e testo poetico (motz e son) della poesia trobadorica. Le poesie-chansons di Jacques Prévert sono il prototipo contemporaneo della canzone d’autore, un genere che, partendo sempre dalla Francia, ha raggiungo agevolmente i nostri lidi, non mancando di influenzare la produzione musicale e lirica di ben noti cantautori italiani: Lauzi, Bindi, Conte, De André, Paoli, Tenco, Fossati, Battiato e tantissimi altri.

I nomi celebri abbondano nel romanzo della Perrin. Ne ho contati oltre settanta, tra scrittori, cineasti, musicisti, attori, attrici. La loro presenza nel corpo della narrazione rinvia alla marcata ipertestualità dell’opera. Gli illustri personaggi, molti dei quali di fama internazionale, suonano come altrettanti link attinenti sia ai temi intrinseci che al contesto culturale nel quale è maturato il progetto artistico. Le poche note del risvolto di quarta ci dicono che l’autrice è la moglie di Claude Lelouch e che è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi. Allora i conti tornano. Il romanzo si inserisce a pieno titolo nel genere esistenziale al quale il cinema ha attinto a piene mani dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Mi sembra di poter intravedere nella produzione letteraria di Françoise Sagan e nelle numerose versioni filmiche dei suoi romanzi un modello di riferimento, compreso il colore rosa che si profila sopra lo sfondo di un nitido banco e nero e che allude alla sensualità e alla seduzione, il preludio del nudo erotismo, l’erotismo degli amanti. Non a caso due celebratissimi film, Un uomo, una donna di Lelouch (puta caso!) e Effetto notte di François Truffaut rinviano sia ai temi chiave del romanzo sia ai moduli espressivi ai quali la Perrin attinge a piene mani. Il cinema non descrive, fotografa; allo stesso modo l’autrice del libro evita accurate caratterizzazioni fisiche e ricorre al paragone secondo il quale il suo personaggio somiglia a qualcuno che il lettore dovrebbe conoscere. A me fa pensare al casting: che faccia dovrebbe avere Julien Seul? Probabilmente quella di Serge Gainsbourg. Allo stesso modo Philippe Toussaint, il seduttore implacabile, somiglia a Michel Berger, un celebre cantautore ormai scomparso.

Non sono esattamente bellezze classiche i supposti sosia dei personaggi maschili; volti irregolari, corpi di poca o nessuna grazia, a parte qualche particolare (le mani eleganti, ad esempio) fascinoso. Eppure, sono oltremodo attraenti e, in qualche caso, irresistibili. Hanno capelli spettinati e barbe incolte, sanno di tabacco e bevande alcoliche, poco curano l’abbigliamento. Alludono a una virilità d’altri tempi, un po’ bohémien un po’ sfrontata, qualche volta cinica. Ma hanno una marcia in più, un congenito sex appeal che li rende irresistibili. Le donne, il cui fascino o la cui bellezza sono qualità poco o per nulla magnificate, si abbandonano all’impulso irrefrenabile del congiungimento carnale. I segnali che le coppie di amanti si lanciano senza esplicita o consapevole intenzione hanno la forza di un imperativo categorico. Il sesso ne è l’imprescindibile corollario.

L’istintualità prevale sulla ragione; per quanti vincoli i partner dell’amplesso possano avere, l’attrazione spontanea dei corpi è travolgente. A giudicare dalla casistica del romanzo, non c’è vincolo matrimoniale che tenga di fronte al bisogno di appagamento dei sensi; e tuttavia può anche darsi il caso in cui l’adulterio consolidi il rapporto coniugale, ma traducendolo in sodalizio amicale, con quanta struggente pena per uno dei coniugi non è difficile immaginare. Può darsi anche il caso contrario, un’irredimibile frattura che approda al dramma, se non proprio alla tragedia. Si prenda il caso di Geneviéve Magnan, una donna non più attraente, con alle spalle il disastro di una famiglia sbilenca. Il suo bisogno di sesso è struggente fino alla degradazione di amplessi implorati, forse rubati a un uomo la cui sessualità ha le caratteristiche della compulsione. Qui siamo alla sciagura di un’esistenza subumana, all’annientamento della dignità.

È lo specchio della società contemporanea, delle sue insicurezze, delle sue contraddizioni. C’è uno stridente conflitto tra ciò che siamo e il ruolo che il contesto ci impone, per lo più col nostro consenso. Stipuliamo un contratto che ci lega, finché morte non ci separi, a un altro essere umano col quale siamo obbligati, per legge, a condividere oneri e onori. Il problema è che, goduti gli onori, restano solo ed esclusivamente gli oneri, vale a dire il tedio di una quotidianità che spegne slanci e entusiasmi, l’amarezza di vedere i nostri corpi avvizzire nell’assenza di desideri, il grigiore mortifero di un lavoro che poco o nulla ci appaga. Il compagno o la compagna di vita, parimenti afflitti dalla medesima apatia, sono sempre più silenziosi e distanti. Non c’è soluzione allo scorrere inesorabile del tempo. Se si vuole sfuggire alla lenta attesa della morte, occorre trovare un motivo per vivere e questo lo si trova lontano dalla gabbia delle relazioni legali. Compare l’amante, la sua sessualità prorompente e trasgressiva. Ci appaga, ci appaga di più e ci fa sentire vivi. Ormai cinema e letteratura celebrano il dato di fatto, proponendoci modelli comportamentali addirittura più seducenti della realtà, il web ci procura misteriosi partner occasionali, i club come “L’indirizzo” frequentato da Philippe Toussaint sono disseminati ovunque. «Quando un uomo va dalla sua amante deve sentirsi in vacanza, non a casa».

È questa la soluzione alla crisi della coppia tradizionale? Non lo so, davvero non lo so, soprattutto se penso alle conseguenze non sempre accomodanti delle nostre fughe: minori disorientati, depressione del partner abbandonato, violenze domestiche ai danni di donne supposte adultere. Senza considerare la grande disparità sociale tra benestanti e nullatenenti. Il divorzio consensuale non possono concederselo tutti: bisogna regolare i rapporti patrimoniali e ben pochi hanno un patrimonio da ripartire.

Qui entra in ballo l’ambientazione del romanzo. L’azione si svolge tutta in provincia, anzi l’autrice ci conduce in luoghi poco bazzicati dal turismo: dalle Ardenne, alla Provenza, dalla Borgogna all’Alvernia, dalla Bretagna al Midi. I luoghi sono piccole città o paesini, se si eccettuano le fugaci apparizioni di Marsiglia, Lione, Aix-en-Provence e, di sfuggita e per motivi drammaturgici, Parigi. I personaggi sono provinciali di modesta estrazione sociale, a parte l’avvocato Prudent per il quale occorre fare un discorso diverso. Credo che sia proprio lì, in provincia, che si radichi il peggior conservatorismo, il comportamento che più alimenta il pettegolezzo e lo scandalo, l’ambito culturale in cui maturano le grandi tragedie e divampano i conflitti più cruenti. È probabile che gli ambienti gauche caviar delle metropoli, dove una certa sicumera è funzionale ai ceti sociali che ne sono latori, mai imbastirebbero la tragedia di immani proporzioni alla quale assiste il lettore. Guardate che tutto avviene per l’ottuso tradizionalismo di Chantal Pelletier che, col marito cattolico baciapile, esprime un cinismo ributtante presto tradotto in cieca impudenza ben oltre i confini della perfidia. Ci troviamo dinanzi all’innocenza di chi non sa perché non vuole sapere. E non c’è nulla di più deleterio ed esiziale del perbenismo che non vuole contaminazioni di sorta. Esclude chiunque dalla propria angusta sfera mentale, ha la subdola e paziente integrità della faina («In questo paese appena uno sconosciuto varca una porta, un cancello o portico viene guardato con diffidenza»). Nessun tribunale condannerà simile genia, per mancanza di prove. Può farlo solo uno scrittore, il quale sa e disvela anche senza le prove perché conosce gli intimi moventi del crimine commesso. Nel nostro caso, se il lettore non è disattento, i delitti sono tre, ciascuno dei quali ha la parvenza dell’incidente, ma ben riconoscibili responsabili.

Ecco dunque affiorare l’annoso tema del rapporto tra legge e giustizia. La legge ha il dovere di fare il suo corso, ma difficilmente realizza la giustizia. Spetta a noi, a ciascuno di noi perseguirla e praticarla con la paziente investigazione del segugio che fiuta il fatto oltre l’inganno delle apparenze. La verità non è mai immediata e costa sudore della fronte.

È così che l’avvocato Gabriel Prudent, un degno figlio della cultura libertaria, affronta i casi giudiziari come la farragine della vita. Per celebrarne la figura e tramandarla alla posterità si cita un ben noto umo politico francese, Robert Badinter, il promotore della battaglia politica che, nel 1981, portò all’abolizione della pena di morte. Badinter è ebreo. Perse il padre e molti componenti della sua famiglia in un campo di sterminio nazista. Non è un caso isolato. I personaggi famosi citati nel libro hanno tutti un grosso vissuto alle spalle; molti di loro sono ebrei, discendenti dei sopravvissuti alla shoah, eredi dell’haskalah più che del sionismo; vale a dire che, integrati o assimilati che siano, sono parte della cultura e dell’identità europee. Valérie Perrin, senza volerlo, condivide l’accorata e argomentata lezione del suo conterraneo George Steiner, scrittore e saggista francese recentemente scomparso. Ne dissemina qui e là temi e argomenti. “Finalmente giustizia”, afferma Gabriel Prudent a proposito dell’estradizione di Klaus Barbie, il boia nazista di Lione. I riferimenti all’esperienza del Front populaire, alla guerra civile spagnola, alla resistenza e alle numerose famiglie francesi che nascosero e protessero gli ebrei durante gli anni dell’occupazione nazista ci dicono di che panni vesta l’autrice del libro. È degna figlia di quella cultura mitteleuropea progressista e inclusiva che, con l’impegno civile e politico, col paziente lavoro della formica, si è battuta per conciliare le libertà individuali con la giustizia sociale, che diffonde messaggi di tolleranza e inclusione e che ancora rappresenta l’unico credibile baluardo alla barbarie dei negazionismi e complottismi dilaganti, dell’ostinata ignoranza del popolo del web. Ciliegina sulla torta è il simpatico personaggio di padre Cédric Duras, il prete cattolico amico e confidente di Violette, il quale accoglie e adotta una giovane coppia sudanese di recente immigrazione, alla quale concede affetto, protezione e lavoro. La ragazza è incinta; Violette le carezza il ventre con atto benaugurante. La futura Europa è in questa carezza. Se il gesto a fatica raggiunge le nostre metropoli, è imprescindibile che ne conquisti le estese intercapedini, laddove si annida la ferocia dell’ignoranza e della miseria morale. Servono istruzione e libri come questo, ma l’una e l’altro sono probabilmente alle corde.

Non potevano mancare una casta storia d’incesto e una di omosessualità, entrambe scivolate dalla penna della scrittrice come per caso. La prima mi fa pensare alla struggente passione di Annabella nella tragedia 'Tis Pity She's a Whore di John Ford, il drammaturgo inglese di epoca elisabettiana che pare essersi ispirato a Julien e Marguerite de Ravalet, due fratelli accusati di incesto e giustiziati in Francia nel 1603. Non escludo che la Perrin abbia visto la più recente versione cinematografica dell’antico misfatto, se non altro perché la previa sceneggiatura del film fu scritta da Jean Gruault per François Truffaut, anche se poi il noto regista non diede seguito al progetto. Solo nel 2015 Valérie Donzelli realizzò il film, riscrivendone l’adattamento con Jérémie Elkaïm e chiosando la vicenda con forti simbologie. I cavalli selvaggi, i boschi, le parrucche, i volti petrosi dei giudici e le decapitazioni finali rinviano all’imperturbabilità del giudizio morale dinanzi al perenne rinnovarsi della vita. Le metafore visive possono apparire fuorvianti. Ma, se mi ci concede l’azzardo, a guardar bene la scrittrice e la regista mettono in scena lo stesso mileu, con modalità affini per certi versi, benché la regista indulga al pessimismo della rappresentazione metastorica attraverso la fissità dei ruoli (come in una favola) e la scrittrice, al contrario, storicizzando gli eventi, apra uno spiraglio sul futuro. Nel film la legge e la morale hanno lo stesso volto fossile; nel libro la legge ha il volto rassicurante dell’avvocato Gabriel Prudent o del commissario Julien Seul, mentre la morale ha l’espressione arcigna e sprezzante di Chantal Pelletier.

Quale delle due artiste ha ragione? Allo stato presente e in epoca di pandemia attorno a me vedo piuttosto ardere i roghi mediatici piuttosto che echeggiare le requisitorie e le arringhe delle asettiche aule di tribunale. La circostanza mi spaventa e non poco. Ma questo è affar mio.     

Qualche riserva avrei sul caso di Sasha, un anziano omosessuale nei cui trascorsi la Perrin va a ficcare il naso. Sgomberandogli il cammino dagli ostacoli di un matrimonio fecondo, con ben due figli messi al mondo, la scrittrice ne appiana la drammaticità. Si tratta pur sempre di adulterio, benché Sasha tradisca la moglie con uomini e non con donne. Nella realtà, di omosessuali coniugati e con figli ce ne sono molti e dubito che approdino all’equilibrio dell’omologo immaginato dalla scrittrice. Può capitare che abbiano mogli sprovvedute che poco investigano sulle loro fughe verso altri lidi; oppure, più consapevoli, abbozzino per salvaguardare la pace domestica. Tuttavia, non si può escludere che la magagna venga a galla e proprio non saprei dire con quali effetti sull’equilibrio di ciascuno dei membri della famiglia. Che io sappia, qualcuno paga e non è raro il caso che paghi pesantemente. Aggiungerei la circostanza che presso le culture più tradizionaliste la vita di un omosessuale maschio è tutt’altro che allegra. Per evitare lo scherno e l’esclusione, questi poveracci sono costretti a sposarsi e a fare figli. È difficile pensare che tutto fili liscio come l’olio. Gli effetti di una simile coercizione potrebbero essere esiziali.

Al netto di simili questioni, il personaggio di Sasha appare come l’ideale figura paterna (una sorta di Jean Valjean contemporaneo), allo stesso modo in cui Célia adombra la madre amorevole che la sventurata protagonista del romanzo non ha mai avuto.

Non c’è dubbio che l’omaggio a Victor Hugo, un nome che appare nel corpo della narrazione, sia pari ai numerosi altri debiti qua e là esplicitati. Per molteplici che siano le fonti, letterarie, cinematografiche, cantautorali, il felice impasto appartiene all’autrice del romanzo. La storia è appassionante, l’organizzazione della materia avvincente, la prosa adoperata di disarmante immediatezza. Il gioco vale la candela e, a prescindere dalla mia cavillosità, c’è quel colore rosa che spicca sul bianco e nero del nostro presente. È lo spiraglio di luce in fondo al tunnel.



[1] È il testo di una canzone musicata da Marguerite Monnot e incisa da Edith Piaf nel 1956. Nel 1969 il nostro Herbert Pagani la tradusse, rielaborò ed eseguì per il pubblico italiano. Il titolo italiano della canzone è “Albergo a ore”.

[2] Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, edizioni e/o 2019.

 


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