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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Poesie scritte camminando

Poesia

Sandro Sacco
L’erudita

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 05/03/2021 12:00:00

Autore per il teatro, narratore, poeta qui alla sua seconda pubblicazione in poesia, Sandro Sacco ci regala in queste pagine un'apertura alla vita, e alla sua restituita forza e dignità di verso, scevra da intellettualistiche, pregiudiziali letture, come accade purtroppo ormai in buona parte della nostra poesia, pienamente affidata allora alla fede confidente in una favola che ci sa nuovi e unici sempre a partire dalle fenditure di stupore cui quotidianamente incontri, richiami nella fragilità delle figure e dei ricordi sanno in qualche modo evocare perché accolte nell'aderenza di luce che li rivela. Una poesia libera per questo anche da se stessa, dal suo autore in una sapienza di pronuncia che mentre si dice si annulla dilatando il lettore in una dimensione intima, dell'uomo e della donna raccontata nel sommovimento del cuore e del corpo, e insieme partecipante del mondo perché del mondo in ognuno, di ognuno ripetuto mistero e sostanza (sotto un Dio che "se ne sta seduto appena un po' più in alto"). Un naturalissimo, divertito eppure mai compiaciuto affabulatore potremmo definire Sacco, così innamorato di ogni esistenza, di ogni suo passaggio nell'aderenza carnalissima e sensuale dei suoi elementi, cui la parola si piega e si presta come nella cova in una nascita che moltiplica e riafferma la terra ("Stanno nei loro gusci/Le parole/Prima di nascere/Aspettano") nell'incontro tra i suoi ordinari e per questo così preziosi respiri e le infinite comprensioni di un qualcosa che nel superamento li trasfigura e colma. Terra attraversata nei testi davvero in lungo e in largo (dall'Africa al Giappone, dalle Americhe all'amata Parigi) e appresa nella forma della danza (più che camminando come da titolo) se nella danza movimenti e origini d'ognuno vanno a sciogliersi come in espanse gradazioni della lingua. Come nel caso del tango soprattutto nella dedica di più testi, dove l'inseguimento è dapprima spia e inseguimento dell'occhio prima che dei corpi, nel collante di passi cui ogni invito è una richiesta- e una sfida- nel sospeso riconoscimento delle anime. In realtà questo rituale corteggiamento delle forme, di uomini e donne, degli elementi come detto, ci sembra il motivo di spinta di un canto che sa attingere con originalità a lezioni diverse, sempre nella risonanza di un antico sguardo nella sua continua ricerca, quella della fede in un richiamo che non ci vuole soli nella detta incisione dei destini. Ragione per cui dunque accennavamo alla favola perché è nel favolistico intreccio di esistenze e approdi che anche una inceppata moderna visione di sé può esser sorgivamente ricomposta alle proprie formule di origine. Resta quella di Sacco infatti una parola che sa ricomporre fratture anche involontariamente nella semplice espressione delle tensioni. Per questo non ci sorprende apprendere del suo insegnamento a ex ragazzi soldato e a bambini di strada nella Repubblica democratica del Congo a teatralizzare le proprie strade, come anche le parole spese per lui da Elio Pecora nella prefazione a proposito di un "umano che si conosce e si esprime, si rappresenta come per una inattesa scoperta, che è insieme scoprimento e consegna". Ed è per questo, anche, che lo consigliamo e lo ringraziamo.


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