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La parte che ti ho affidato

Poesia

Federica Giordano
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Recensione di Enzo Rega
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Pubblicato il 02/11/2012 12:00:00

   Senza dubbio, con questa seconda raccolta, la nolana Federica Giordano affina la sua vocazione e irrobustisce la voce poetica, confermando gli auspici positivi che la pur più acerba raccolta Nomadismi del 2008 permetteva già di arrischiare. E, come in quella raccolta, apre il suo volume con una riflessione meta-poietica: anzi, tutta la prima sezione s’intitola Il verso, come il primo testo che vi compare nel quale la composizione poetica, tra genesi e compimento, si dispiega in modo circolare: “Si apre ingenuo il verso”, ingenuo anche nel senso etimologico di non-generato ancora, e ancora di genuino, e ancora puro. Però, “Poi tocca la mente e la ragione”, perché l’ispirazione non sarebbe nulla, in termini di vera poesia, se non sostenuta dai mezzi intellettuali (sembra di sentire le considerazioni di un Paul Valéry e con lui di tanti altri grandi poeti), e poi: “Si apre sonoro il verso”, perché in esso fondamentale è ovviamente la musica; ma poi “Si chiude candido il verso / quando ritorna sull’istinto”. E questa è la chiusura circolare perché, passando attraverso il filtro della ragione, la poesia ritocca profonde corde interiori.

   Se in questo testo si chiama in causa il senso dell’udito – la sonorità come elemento fondamentale – in un altro testo, l’ultimo di questa sezione, Federica tocca l’altra componente fondamentale della poesia: le immagini. “Rimareggiare di immagini” dice con un neologismo che tiene insieme la parola rima e la parola mare, a rendere l’idea del movimento marino, ondoso dei versi e dello scorrere di parole, suoni, immagini. L’aspetto musicale della poesia è tematizzato in un testo come Cantante di strada, in un’altra sezione, nel quale la voce poetica si fa canto nella strada e canto della strada, cioè sua espressione, espressione della vita che vi brulica. E a testimonianza di questa continua attenzione per la musicalità poetica, sinesteticamente riunendo udito e vista, suono e immagine, ormai quasi verso la fine, leggiamo “Ascolti la voce / immergendomi gli occhi / nel nuovo universo sonoro”.

   Come emergeva già in Cantante di strada, la poesia, nonostante l’attenzione autoriflessa, è però mezzo e non fine, strumento che dà voce alla vita, al mondo, come indica pure il titolo della seconda sezione, Poesie naturali e urbane, nella quale possiamo leggere Gente di vicoli: “Scorre a ogni passo, / il sangue delle strade / il suo moto vitale, / anime dimenticate dai ritmi / in uno spazio di vedute” ecc.: e anche qui ritmi-vedute, suono e immagine; e il ritmo della vita si fa forma con uso più insistito di rime. Questo movimento urbano ci ricorda l’ossessione “flâneristica” di un Baudelaire, ma anche l’impossibilità di fare nostri i luoghi che pure vogliamo dire: “Attraverso le anime / dei luoghi, sentirsi sempre di passaggio”, dove anche l’enjambement sottrae l’anima ai luoghi. Questo trascorrente perdere mi richiama dei versi da una raccolta, non a caso intitolata Traversate (Melagrana, 2012) in cui Ciro Tremolaterra, nella seconda sezione intitolata Passeggiate, scrive lapidariamente in un solo verso “Noi andiamo, il paesaggio resta” (poesie urbane: questa s’intitola Via Caracciolo; ma, guarda caso, anche Federica ha nella sua raccolta una poesia che s’intitola Lanterne a via Caracciolo).

   Se qui siamo stati immersi in un contesto urbano, Capo Vaticano ci porta invece in un ambiente naturale che la memoria confronta con il passato, per ritrovare però lo stesso sentore della terra, quella terra, quella madre-terra che in Federica, anche in Nomadismi, ha avuto sempre grande importanza. “Qui”, secondo il prefatore Vincenzo Frungillo, “la raccolta trova il suo locus amoenus, il luogo ideale in cui la voce arriva a dire il mondo senza frizione o urti”:  questi versi, nei quali “Si abbandona il ritmo incalzante della città per una vena più classicamente elegiaca e descrittiva” sembrano a Frungillo “i più riusciti e compiuti della raccolta”. In particolare, aggiunge, quelli de Le sorgenti, aperte da un calco petrarchesco. Comunque, possiamo notare, se prima era il ricordo personale ad agire, ne Le sorgenti è invece la memoria collettiva a dispiegarsi, è una natura antropizzata, che sfocia in un’antropologia culturale: è il “passato sommerso”, che oltre la voce individuale, si fa voce della specie nel passaggio della memoria tra generazioni. Ma in Dietro queste facciate, attraverso l’ossimoro del “nuovo passato”, ciò che è stato si fa spinta verso il futuro e mallevatore di nuova storia collettiva. La dimensione storica si fa però addirittura cosmica in Dalla polvere stellare, a partire dall’unione sessuale, o, meglio diciamo dalla sensualità, che è concetto più ampio, per riscoprire lo zampillare naturale della vita: un componimento questo che rimette insieme i quattro elementi naturali: acqua (lo zampillare, appunto), aria (il vento), terra-fuoco (la polvere stellare). E anche la poesia che tutto ciò dice: “Adesso il suono / è questo zampillare naturale”. Di fronte alla vertigine cosmica, la reazione può essere quella di “rimbozzolarsi” a cercare un’ancestrale protezione, nel proprio letto, con il volto che ricerca il proprio calco lasciato nel cuscino, la propria sembianza atavica d’essere umano.

   Ma il volume si chiude con Rime di Margherita, nel quale la giovane germanista Federica Giordano, tra l’altro – come sottolinea sempre Frungillo – misurandosi con la forma del sonetto,  riprende la figura femminile del Faust di Goethe (quella che però subisce le conseguenze del patto con il diavolo), con l’amore, la nascita, la morte: “Dalla pancia arrivò nuova vita, luna sola tra nubi, / a sera un pianto nuovo fece risuonare la fronda, / una voce triste, l’ultima onda sulla dolorosa sponda. // Margherita zittì quella voce, soffocò quel respiro, / una punizione capitale al cordone ombelicale / e il buio della morte, della tomba, e l’uomo ancora fuori tiro”. Pur se questo libro appare meno verticale e più orizzontale del primo, più calato nella concretezza del vivere, e dei luoghi che del vivere sono ambientazione, che negli slanci metafisici tipici (anche) dell’adolescenza, tuttavia esso rimane spalancato sull’insondabilità del vivere stesso.


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