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Versi col tempo- anni solari XI

Poesia

Giovanni Stefano Savino
Gazebo Libri

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 27/05/2016 12:00:00

Sempre una gioia, sempre un arricchimento, una festa cadenzarsi ai versi e al mondo di Savino del quale amiamo rughe e lungarni perduti e chiaroscuri di passo tra corridoi reali e del tempo. Già abbiamo avuto modo di insistere (si vedano le precedenti note da noi a lui dedicate) sulla forza e il carattere di questo progressivo e insistente miracolo, di fronda percossa ma viva di questa quercia di novantacinque anni. Parlare di Savino tra l'altro, oggi, è per noi grazia di occasione per ricordare l'amata Gabriella Maleti (con Mariella Bettarini per la cura delle edizioni Gazebo la sua scopritrice), poliedrica autrice ma prima di tutto donna d'amore scomparsa la scorsa Pasqua. Come recita il titolo ecco un nuovo anno solare, l'undicesimo appunto, nel quale nella diaristica di giornate infinite dalla collina di Fiesole, nella fissità di luce della conca a valle a investire Firenze e le proprie memorie, più che raccontarsi il nostro (nell'umiltà di chi sa che "l'uomo perde sempre contro il tempo") tenta in sillabe il respiro dell'ultima casa, tra quadrato di sé e collina, come a consegna di progressiva trasfigurazione tra l'estremità di una durata che va cessando e un segno di terra nitida, di forma finalmente e perfettamente compiuta che nella sua stanchezza alle altre forme si consegna nell'ordine reciproco. E sono allora, adesso, in questi testi che abbracciano un periodo che va dal marzo 2014 al gennaio seguente, proprio la fatica e la stanchezza il motore nel tema dominante (perdonate l'ossimoro) di "un tempo senza sponde", che va a vincerlo (lui lasciandosi vincere), entro la sospensione in un mondo a cui forse, ormai, troppo si appartiene nell'aleggiare dell'altro. Così, rispetto ai testi che lo precedono, per proclamata confessione ("Non ho più forze. Tutto nella mia/ vita rallenta","Sono un uomo finito. Nulla chiedo./Nulla tengo") e per sottesa, rilucente inerzia di ritorni e un passato consumato, senza esser più le mani che si è stretto o i volti a cui si è guardato (per dirla con lui fra immagini e voci di cari a confondersi coi suoni e i pensieri dello spazio circostante), quest'ultimo volume ci lascia tracce anguste, pietrose, in un verso sovente meno luminoso , ad assomigliar sempre più "a un grido/ di ferito animale", a chiamare la fine (la fine avendolo già preso). Ma è qui nella sua consegna di rivendicato miles (di leva fu trattenuto sotto le armi durante l'ultima guerra) l'esercizio di poesia, ancora, come costume, da sempre dato senza porre resistenza rispondendo al giorno, nel vento e nel coro delle sue inoppugnabili proposizioni, dei suoi inoppugnabili luoghi . Al bisogno della vita, nel suo caso, l'amata conca, a sapere solo che il sole la scalda " che mi entra in casa e illumina gli specchi" in fedeltà reciproca (lui del suo spicchio- guardato- leale guardiano tra ascolto e aiuto di musica e libri). Nel nulla a cui rifiuta cedimenti ("un raffronto a cui sfuggo,//specchio, a cui muto ogni giorno mi guardo"), il battito della mano sulle ginocchia, sul tavolo a contar metrica e versi ("le sillabe raccolgo come olive sul ramo") ci restituisce pertanto il sapore di un'identità viva solo nell'ascolto e nel canto di ciò che quotidianamente lo compie e lo trasfigura, soprattutto, per svuotamento ("La giornata passo/ e so cosa perdo e non ritrovo"). Esempio assai luminoso- e alto- questo di artista e di uomo in un percorso lunghissimo di scarnificata e levigata, asciutta, essenziale presenza a richiamarci certo nei suoi echi a riconsiderare noi stessi come umili, meditate figure di un tempo che già sa compiendoci in un superamento di parzialità e finitudini. In ultimo, al proposito, ricordiamo allora anche un altro bene di questi versi, quello del tempo e delle abitudini, delle solitudini- tra fantasmi e più o meno dichiarate paure- degli anziani, e su cui è bene soffermarsi anche per onestà e dignità con noi stessi ("E torno appena alzato alle coperte,/ con le quali mi copro anche la testa,/ al mio silenzio, al nulla in una buca,// a una data di nascita e di morte"). Evviva Savino.


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