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Anatomia della violenza. Il contributo delle neuroscienze

Argomento: Filosofia/Scienza

di guido brunetti
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Pubblicato il 13/11/2025 10:09:51

 

Gaia Stivaletta

 

Anatomia della violenza. Il contributo delle neuroscienze

Intervista al professor Guido Brunetti

 

  Il 25 novembre si celebra la "Giornata mondiale contro la violenza sulle donne". Ci sembra una favorevole circostanza per intervistare il professor Guido Brunetti e analizzare e approfondire le radici profonde dell'aggressività e della violenza, e indicare alcune strategie per contrastare il complesso fenomeno.

   L'autore ha pubblicato in materia numerosi lavori sul femminismo, la violenza sulle donne, la rivoluzione sessuale della donna, il femminicidio, il figlicidio, le teorie sulla pretesa inferiorità biologica femminile, i grandi talenti delle donne.

 

Chiediamo al professor Brunetti anzitutto di inquadrare il tema della violenza alla luce della situazione odierna.

 

“Il mondo odierno- afferma Brunetti- è attraversato da una profonda crisi umana, sociale e morale, da violenze, tragedie e contraddizioni. Viviamo in una post-modenità 'liquida' (Bauman), priva  di valori e delle antiche certezze in una condizione di  insicurezza. Già il premio Nobel K. Lorenz nel suo libro ‘Il tramonto dell’uomo’ scriveva che le prospettive dell’umanità sono estremamente cupe”. Non è -riteniamo- la fine della storia, è il passaggio verso lo sviluppo del 'Neuzeit', del 'tempo nuovo'.

 

“C’è l’idea che il mondo sia dominato dalla violenza. E’ un tema intricato e dibattuto, che mostra dati allarmanti. E’ un problema diffuso e la violenza sulle donne da venti anni è ai massimi livelli. Il professor Giovanni Bollea, padre della Neuropsichiatria infantile in Italia e chi scrive negli anni Novanta del secolo scorso, sono stati i primi a parlare dell’esistenza nel mondo di un processo strisciante di violentizzazione”.

 

“La violenza e l’aggressività sono un elemento di questa storia umana. Nella sua origine latina, il termine violenza deriva da ‘vis’, forza, fa riferimento quindi alla forza legata a un’azione, un comportamento, una passione. Alcune correnti filosofiche e scientifiche la considerano parte integrante della natura umana, un elemento cioè costitutivo dell’uomo. Nasce con l’uomo.”

 

Il professore approfondisce l’idea della violenza intrinseca all'uomo, delineando la sua evoluzione nel corso del tempo.

"In materia esiste un'ampia e ricca letteratura. Più discipline hanno formulato teorie e metodi diversi. Opere di saggistica e di narrativa hanno esplorato le cause e gli esiti dell'aggressività e della violenza.

 

Nell'antichità, le ricerche spaziano dai miti greci alla letteratura religiosa. Senofonte, Giovenale e Livio forniscono interessanti considerazioni sul disagio e il malessere femminile.

In un suo libro, F. Héritier, richiama le torture del regno assiro, i supplizi degli schiavi dell'antica Roma, i fanatismi dell'Inquisizione e i vari genocidi".

 

“La violenza è presente nella Bibbia, dove viene usata sia come medicina nei confronti dei peccatori che per vendicare i giusti e gli innocenti.

 

A partire dagli anni ’30 del XX secolo, le teorie dominanti sono ancorate alla psicoanalisi, ossia al concetto di pulsioni ed emozioni, frustrazione ed aggressività. Prevalgono le prospettive neurobiologiche, genetiche e naturalistiche.

 

Viene definito aggressivo -spiega l'autore- il comportamento che procura danno a qualcuno o qualcosa. Per violenza invece s’intende quella forma di aggressività che assume l’intento di arrecare danni estremi alla vittima, potendo arrivare fino alla sua morte. Tutta la violenza è aggressività".

 

Dalle sue parole, individuiamo il ruolo centrale che hanno le neuroscienze nella comprensione e nell’analisi dei meccanismi che si celano dietro gli istinti aggressivi.

“Secondo la psicoanalisi, che ha dato un’importanza crescente all’aggressività, mostrandola in relazione allo sviluppo del soggetto, alla sessualità e al concetto di pulsione di morte, essa, come il sadismo e l’odio, è- continua il professore- una disposizione innata e naturale, una pulsione che richiede di essere scaricata. Per Freud, questo comportamento ha anche un carattere di ‘autoaggressione’: lutto e melanconia, senso di colpa inconscio, masochismo dell’ Io. E' una pulsione distruttrice e autodistruttrice, presente fin dalla prima infanzia.”

 

Brunetti fornisce anche una definizione del comportamento aggressivo da punti di vista diversi dalla psicoanalisi, ma strettamente correlati a essa.

“Secondo l’etologia, tale comportamento dipende da un accumulo di energia nel sistema nervoso. Laggressività, per K. Lorenz, serve per preservare sia la specie che l’individuo. Gli animali poi sono più aggressivi con i propri conspecifici rispetto a quanto non lo siano verso altri esemplari di altre specie. Per la sociobiologia, l’aggressività risponde a una funzione precisa: la conservazione e lo sviluppo della specie. Adrian Raine infine nella sua opera sulle basi 'biologiche' della violenza presenta numerose prove per dimostrare come i geni e l'ambiente influenzino la mente deviante.

Psicoanalisi, etologia e sociobiologia, pur da differenti prospettive, sono accomunate dall’idea che l’aggressività e la violenza siano innate”.

 

Il tema della violenza- precisa l'autore- riveste un ruolo importante anche in filosofia, come mostra il libro di L. Magnani 'Filosofia della violenza' (Mimesis), il quale sostiene che l'uomo è 'intrinsecamente un  essere violento'. In precedenza (1978), un illustre filosofo del diritto, Sergio Cotta, nel   suo libro intitolato 'Perchè la violenza?' aveva analizzato, partendo da una fenomenologia dell'atto violento, le cause e le ragioni di 'una inquietante fascinazione'.

 

Attualmente, la violenza 'permea', per V. Laurora, la nostra vita a tutti i livelli, individuale, familiare e sociale'. Essa si manifesta attraverso atti di 'autoaffermazione sull' Altro'. La postmodernità, secondo Kaes, è attraversata da 'un sentimento di violenza. Una violenza silenziosa, anonima e diffusa'.

L'autore che più di altri ha colto la radice della violenza di oggi è Nietzsche. Per il filosofo tedesco, la nostra coscienza non rappresenta nulla di positivo, non è "la voce di Dio nell'uomo". E' il prodotto di un istinto di "crudeltà". Dentro di noi dimorano istinti di dominio repressi.

 

Anche nelle filosofia antica- chiarisce Brunetti- la violenza ha una funzione centrale. Per Anassimandro, la violenza è un fattore basilare, mentre per Eraclito, il conflitto è un elemento di 'cambiamento sociale'. A loro volta, Platone e Aristotele analizzano la violenza all'interno della polis, che è vista come 'un male morale'.

 

La concezione della violenza come ossatura dell’essere umano viene da Brunetti ampliata ed estesa ad altri numerose dimensioni.

“Noi riteniamo che il comportamento violento e aggressivo sia l’esito di una complessa interazione di fattori neurobiologici, genetici, personali, socio-ambientali e culturali.”

 

La violenza quindi è un'espressione dell'attività cerebrale e mentale, e sono proprio le neuroscienze a confermarlo.

“Sono state soprattutto le nuove neuroscienze a studiare le basi cerebrali e biologiche della violenza e dell’aggressività, identificando disfunzioni in alcune aree del cervello, come la corteccia prefrontale, il sistema limbico e l’amigdala, che influiscono sulla sfera emotiva, l’impulsività, i neuroni specchio e l’empatia.

 

Fattori genetici e alterazioni neurotrasmettitoriali come la serotonina, uno dei più potenti modulatori dell’umore, e la dopamina, che è legata al controllo delle funzioni cognitive, possono predisporre a comportamenti violenti.”

 

Nella società attuale, la violenza si declina in una moltitudine di maniere diverse, e il Professore mette in luce una delle più degenerate.

“Esistono molteplici forme di violenza. Una delle forme più gravi- d'accordo con  Rotondo- è il Disturbo antisociale di personalità (DAP), che si esprime attraverso una serie di comportamenti, come la violenza fisica  e psichica, il comportamento impulsivo e il bullismo.”

I cosiddetti “trigger” che mettono in moto i precedentemente citati presupposti del comportamento violento sono svariati, ma vanno ricercati nelle prime fasi di vita.

“Le origini della violenza e dell’aggressività vanno ricercate in una complessa, difficile e delicata combinazione multifattoriale.

 

Questi fattori possono essere favoriti già nel periodo della gestazione attraverso disturbi alla nascita ed esposizione prenatale a sostanze tossiche come l’alcol e il fumo. L’esposizione a queste sostanze è all’origine di danni neurologici rilevanti, come ritardi cognitivi, disturbi dell’apprendimento e comportamenti antisociali e devianti.

 

Con la nascita, è l’ambiente socio-familiare ad avere una funzione basilare. Uno dei primi studiosi, J. Bowlby, ha mostrato che la separazione precoce dalla madre o il rifiuto emotivo da parte dei genitori, forme di abbandono e violenza in età infantile possono avere conseguenze devastanti sullo sviluppo fisico e mentale del bambino.”

 

Per analizzare questi processi, spiega Brunetti, gli studiosi si sono serviti del mondo animale.

“La ricerca dei meccanismi alla base della violenza è stata condotta su animali, i quali hanno contribuito in modo fondamentale sia a comprendere l’aggressività e la violenza sia ad organizzare adeguate strategie atte a ridurre questi fenomeni. Tra gli animali più utilizzati ci sono i topi, i quali esprimono un repertorio aggressivo molto sviluppato a partire dall’età di circa un mese.”

Alcuni degli studi condotti a questo proposito hanno evidenziato una maggior predisposizione degli uomini a sviluppare tendenze aggressive.

“Gli ormoni rivestono un ruolo cruciale. L’influenza del testosterone nel controllo di tali comportamenti è stato evidenziato da numerose ricerche. Gli studi poi hanno dimostrato un maggior livello di aggressività fisica e psicologica degli uomini rispetto alle donne.”

 

Dopo la dettagliata ed esaustiva panoramica sulla complessità di questo fenomeno e le sue fondamenta neuroscientifiche, si apre il dilemma etico legato alla questione: cosa si può fare per combattere la violenza e l’aggressività?

“La ricerca nella prevenzione- precisa Brunetti- risulta- come sostengono autorevoli studiosi- 'abbastanza carente'. Sul piano farmacologico un’ampia gamma di farmaci risulta essere efficace nel ridurre il comportamento aggressivo nei bambini e negli adolescenti, nonostante vi siano poche ricerche sulla loro efficacia a lungo termine (R. Beneduce). Le neuroscienze sono alla ricerca di approfondire e comprendere le loro cause allo scopo di realizzare 'interventi mirati' (Rotondo), come il supporto prenatale, il monitoraggio delle complicazioni perinatali, l’educazione familiare, programmi educativi per le donne in gravidanza, interventi nelle scuole e nelle comunità e politiche sociali.

 

Sta di fatto -conclude Brunetti- che le ricerche neuroscientifiche in materia hanno importanti applicazioni e notevoli ricadute sul piano umano, medico, sociale, economico e morale. La comprensione di questo fenomeno, che ha una dimensione universale, riveste un enorme significato sia come manifestazione di patologie neuropsichiatriche sia come causa di questioni di natura socio-politica”.

 

 


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