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10 luglio 2020: 149 anni dalla nascita di Marcel Proust
Leggi l'Antologia proustiana 2020: Quarantena a Combray
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Marcel Proust - Il manoscritto perduto.

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 26/04/2020 10:46:46



MARCEL PROUST: IL MANOSCRITTO PERDUTO
«La fin ce n'est que le commencement!»


Le luci sfavillanti dei lampioni accesi dei boulevards affollati di gente rendono Parigi una città extraordinaire durante le tiepide sere di primavera, allorché i giovani artisti bohemien con le tele che la ritraggono sottobraccio, s’affaccendano non poco dall’una all’altra parte dei marciapiedi, andando alla ricerca affannosa di vendere uno dei loro quadri ai numerosi turisti in visita alla Ville Lumiere. È tutto un andirivieni di strilloni di giornali, di travet nullafacenti e di garzoni che ammiccano ad entrare fuori dei bistrot alla moda, neppure si fosse sulla scena di un vaudeville rumoroso e assai movimentato, quando tutta illuminata si lascia ammirare sul finire della sera.
A rendere ancora più spumeggiante l’atmosfera è il fiume di champagne che si riversa nei calici levati della bonne-societé, quella stessa che affolla i fouilleur dei teatri e le saile degli albergi e dei ristoranti più prestigiosi, come il Ritz e Maxim’s, nella cui luce specchiata tutta Parigi sembra riscoprire il ‘piacere di vivere’. Una luce diafana e sublime che fa della Belle Epoque un’epoca originale e irripetibile, in cui l’artificioso delle mode, diventa estetica di vita, e la parvenza dello ‘snob’ finisce per ridisegnare tutti gli spazi del vivere comune, in arte come in letteratura, nel linguaggio e nello spettacolo, nel vestiario come nella musica e nella poesia.
Tuttavia, nulla sembra scalfire la tranquilla vetustà della Maison de la Ville, immersa com’è nel suo bel parco ombroso di sempreverdi e le sue aiuole costantemente fiorite, quasi che in ogni mese dell’anno stia per sbocciare la primavera. Cosa che, essendo ormai giunti sul finire dell’estate, risulta ancor più lontana, ancorché in breve sopraggiungerà l’autunno. Di certo non è la stagione o il passare del tempo a spegnere l’ardore che Madame Rose, l’anziana tenutaria, riserva ai suoi graditi ospiti che di volta in volta vi dimorano per qualche breve periodo …
«..dal giorno del loro arrivo a quello della loro dipartita, e che sia da questo mondo o dall’altro in cui andranno a vivere», le piace soggiungere salutandoli con sottile ironia.
Ciò non toglie che le affezioni appassionate che riserva agli amici più stretti, non finiscano per scalfire la sua emotiva sensibilità, soprattutto nei momenti in cui avverte un’apparente fragilità dei sensi che la tiene sveglia durante la notte, e che Madame Rose occupa a smistare i Tarocchi …
«..le carte delle pene e dei gaudi dei suoi eccessi», così le piace dire, relativi a certi suoi peccati di gola che le battute divertite dei suoi ospiti le attribuiscono, non senza un pizzico di sarcasmo. Come del resto avviene nella computazione dei suoi anni che ad ogni occasione i più intimi le conferiscono, e che siano ottanta oppure cento o più, per lei …
«..non fanno alcuna differenza», dice sorridente nell’ammettere di averli superati da tempo, quand’anche confessa di averli finiti.»
Nondimeno Madame Rose resta una maitresse d’eccezionale vivacità, mentore e consigliera di magnati e ambasciatori, nonché di giovani artisti e musicisti che nei giorni migliori, specialmente in occasione di convegni o di anniversari, riempiono la Maison di musica e d’arie famose, di versi poetici e conversazioni intellettuali, nonché di applausi e risa ben educate che ella reclama di voler mantenere sommesse e quanto più garbate …
«..per non disturbare il silenzio nelle ore più tarde dedicate alla meditazione ah, ah, ah!», dice ridendo seppur omettendo di specificare a cosa si faccia riferimento in ciò che chiama ‘meditazione’.
Di ben altra verve sono le arguzie messe in atto da Madame Rose nello scambio reciproco delle relazioni personali che imbastisce con i suoi ospiti, soprattutto durante il Simposio autunnale del Circolo Teosofico Internazionale, fondato da Madame Blawatsky nel lontano 1875, che si riunisce annualmente nella Maison de la Ville, ufficialmente per ‘delineare le nuove prospettive iniziatiche in ambito esoterico-filosofico’ …
«Un contributo culturale alla conoscenza universale», afferma poi più che mai convinta, mentre va riordinando le idee organizzative in funzione del suo prossimo ‘anniversario’, come lo definisce, in sostituzione di quella brutta parola che a parità di merito dicasi ‘compleanno’.
Anniversario che Madame Rose pensa di far coincidere con la chiusura del Simposio offrendo un pranzo sontuoso per tutti gli ospiti intervenuti, in modo da lasciare un segno della sua prodigalità, nel rinnovare loro l’invito a tornare alla Maison. Il tutto all’insegna del motto da lei stessa coniato per l’occasione …
«La fin ce n'est que le commencement.»
Una frase ‘emblematica’ che Madame Rose attribuisce da sempre al lessico segreto degli ‘arcani maggiori’, il cui responso tiene in gran considerazione, soprattutto quand’è chiamata a dissolvere un interrogativo persistente che la tiene sveglia nottetempo.
Al presente, l’interrogativo riguarda la partenza improvvisa del suo amico prediletto, che nel tempo della sua permanenza alla Maison, va raccogliendo le sue personali confidenze e i suoi pettegolezzi più arditi. Un giovane scrittore cui riconosce il pregio di una mente straordinaria, alle prese con il suo primo romanzo, i cui capitoli iniziali ha apprezzato per lo stile della scrittura …
«..una partenza alquanto strana, e per di più improvvisa, che la si direbbe quasi una fuga», dice mentre esamina l’insieme delle carte disposte sul piccolo tavolo del suo boudeur…
«..benché come tutti succube delle debolezze umane», aggiunge riflessiva, ponendo ai Tarocchi un interrogativo che solitamente non si pone, pur considerando il fatto che alla Maison c’è sempre gente che và e gente che viene, come al Grand Hotel …
«Povero Marcel», esclama a seguito del suo interminabile scandagliare, a fronte di una rivelazione che si ripresenta costante ad ogni volgere delle carte e che l’addolora non poco: il vedere nella sua pallida figura che s’aggira nel silenzio crepuscolare della stanza, la conferma di particolare apprensione che non vorrebbe conoscere, un male oscuro che presumibilmente affligge il suo giovane amico e che ben presto lo toglierà alla vita …
«Marcel Proust, un nome che ricorderemo a lungo», ripete nella certezza palpabile che lo porterà, ne è certa, a scrivere qualcosa di grande, più ampio di quello che la presenza, l’intenzione, o la semplice percezione del momento potrebbero esprimere. Lascia così di proseguire nell’interrogatorio per abbandonarsi sul divano del suo boudoir con gli occhi rossi di pianto.
«Suvvia, non c’è alcuna ragione perché Madame debba rammaricarsi, su beva un po’ di questa tisana, l’aiuterà a contenere l’ansietà che gli addii talvolta creano negli animi più sensibili», la consola Mimì, sua dama di compagnia che, entrata nella stanza con il suo solito garbo orientale, deposita sul tavolo un piccolo vassoio con una pregevole tazza di porcellana fine.
«In fondo si parte, si arriva, si riparte, non è forse sempre stato così?», vedrà, monsieur Proust tornerà presto a farle visita, come ha fatto altre volte. Se non altro per recuperare il manoscritto che nella fretta di partire ha dimenticato di prendere con sé.»
«Che storia è questa Mimì, di quale manoscritto stai parlando?»
«Oh mi spiace, pensavo che Madame l’avesse notato, monsieur Proust lo aveva poggiato proprio qui sul suo scrittoio, prima di salire a salutarla, ma solo ora vedo che non c’è più.»
«Se lo avesse messo lì, ci sarebbe ancora Mimì, non ti pare?»
«Infatti, non capisco … chiederò, vedrà qualcuno della servitù lo avrà spostato nel riordinare la stanza.»
«Non lo ritengo possibile, e poi cos’è questo manoscritto Mimì, non ne sono a conoscenza?»
«Oh si, forse ora Madame non lo rammenta, quando monsieur Proust era qui, era solito scrivere sulle pagine di un taccuino stretto e nero che teneva sempre con sé, ma questa volta erano dei fogli sciolti, come un incarto.»
«Un dossier?»
«Non saprei dire.»
«Spiegati meglio Mimì, quest’oggi mi sembri piuttosto evasiva, anzi direi restia ad aprirti con me. Cosa ti succede … ora a mia insaputa ti allei con i nostri ospiti, giungendo finanche a nascondermi i loro segreti?»
«Oh nessun segreto Madame mi creda, c’è che non ho mai considerato monsieur Proust un ospite, vista la cura che lei stessa ha sempre avuto nei suoi riguardi e delle sue cose. Pertanto ho soltanto lasciato che si sentisse a suo agio e disponesse della casa come avesse voluto, come del resto ha sempre fatto.»
«Cerca quel manoscritto Mimì, potrebbe essere della massima importanza, non vorrei lo avesse dimenticato di proposito … »
«Affinché lei lo leggesse … è possibile Madame.»
«Non ne dubito … sebbene recentemente mi è sembrato dibattersi tra passioni e desideri incontrollati … che abbia preso maggiore coscienza di sé nell’affrontare le situazioni più ostili, chi può dirlo?»
«Lei può Madame, sempre così lungimirante nello scrutare nei destini degli altri.»
«Affatto Mimì, mi attribuisci facoltà che non ho, a nessuno è dato di scandagliare nell’animo umano, ancor meno in quello degli uomini. Rammenta, non si conoscono mai bene gli uomini, non fino in fondo, sanno essere imprevedibili in ragione della loro indifferenza alle problematche femminili, ambigui come sono in tutto ciò che riguarda la profondità o l’altezza dei loro sentimenti. Sono lupi Mimì, sempre affamati di nuove prede da sbranare, assetati di sangue vergine come vampiri che badano alla sola fonte dei loro istinti …»
«Basta così, per carità Madame, sa bene che mi spaventa sentire certe cose. Davvero non avrei mai pensato da parte sua una così nera considerazione degli uomini. Lei che da sempre ripone una strenua fiducia nelle passioni umane.»
«È vero Mimì, anche se me lo chiedo solo adesso, ma che non sia proprio l’esperienza che mi porta a pensare questo degli uomini? Tuttavia mi accorgo di non trovare una risposta da darmi.»
«Che cosa le succede Madame, qualcosa l’ha delusa?»
«La vita Mimì, la vita! Ma adesso cerca quel manoscritto sil vous plaît, sento un’improvvisa urgenza di volerne leggere il contenuto», aggiunse dubbiosa nel riaffiorare alla sua mente di un segreto inconfessato cui attribuiva una responsabilità irrevocabile, per quanto sublime, che la toccava nel profondo …
«Vado!»
Dacché il suo improvviso risentimento verso Marcel, nel dubbio atroce ch’egli avesse rivelato una qualche confidenza che riguardava certi suoi sentimenti, quel qualcosa che lei stessa, sua mentore e ispiratrice, riteneva inenarrabile …
«..quei sentimenti che a suo tempo l’avevano travolta e che adesso tornavano a rendere amara la sua esistenza», pensò poi, riflessiva, tuttavia cercando di allontanare il dubbio dalla sua mente.
Perché tutto questo era potuto accadere, adesso non aveva più alcuna importanza, ciò che contava per lei era sapere se Marcel avesse violato il suo segreto. Il perché l’avesse fatto, solo Marcel avrebbe potuto dirlo, o forse, leggendo il suo manoscritto scomparso. Non le riusciva di credere che Marcel potesse sacrificare la sua intima affettuosità con l’inconciliabile irrealtà di un qualche suo inaspettato personaggio …
«No, conoscendo le sue reali capacità di scrittore, e le conosceva nel profondo, Marcel non si sarebbe mai lasciato andare in uno sdoppiamento inconciliabile a totale discapito dei suoi sostenitori prediletti, per poi svelarne gli inganni nel falò delle vanità dell’attuale società parigina … e per di più immaginando che sarebbero perpetrati a suo svantaggio», si disse Madame elaborando una sua errata convinzione.
«Mimì! ma dov’eri finita?», le chiese al suo rierntro nella stanza.
«È incredibile, non c’è traccia del manoscritto. Ho guardato dappertutto più di una volta, non mi resta che chiedere alla servitù, sempre che Madame sia d’accordo?»
«C’è una particolare ragione Mimì perché tu non l’abbia già fatto?»
«No ma, recentemente ho dubitato molto che qualcuno si sia intromesso nei nostri rapporti Madame, poiché trovo che lei non sia più la stessa nei miei riguardi.»
«C’è che sei diventata gelosa Mimì, segno che come me stai invecchiando.»
«Forse è così, ma si da il caso che lei sia diventata sospettosa e non si fida più di me.»
«Che sciocchezze t’inventi adesso, sil vous plaît Mimì, fai venire qui la servitù, voglio vedere le loro facce una per una, anche se non credo siano capaci di nascondermi qualcosa. Che se ne farebbero mai di un manoscritto di un giovane letterato?»
«Immagino nulla, sebbene una delle ragazze più giovani potrebbe, come dire, avervi voluto curiosare.»
«Chi, per esempio?»
«Non saprei … ma forse Magdeleine?»
«Ascoltiamola, falla venire da me e visto che sei gelosa di lei, resta anche tu, se non altro potrai appurare la tua immodestia», la invitò Madame Rose sorridendole con dolcezza, non senza un pizzico di quella civetteria tutta femminile che la distingue.
Magdeleine non era il tipo di ragazza che avrebbe preso una qualche iniziativa senza prima averne chiesto il permesso, in rispetto della persona che a suo tempo l’aveva condotta alla Maison, quel professor Stephan che Madame Rose apprezzava per l’acutezza dell’intelletto e che poneva al di sopra della comune rispettabilità.
«Vieni pure avanti Magdeleine, una brava ragazza come te non avrà certo soggezzione a confidarsi con una signora attempata qual io sono; suvvia, dimmi..»
«Madame sa che può fidarsi di me. Certamente ho veduto il manoscritto, era poggiato proprio lì, sullo scrittoio, l’ho solo spostato per spolverare..»
«Spostato dici, per metterlo dove?»
«No, mi scusi, volevo dire sollevato …»
«E non hai dato una smirciatina al suo contenuto, dico così, per caso?»
«Mais no, Madame.»
«E immagino tu non l’abbia neppure sfogliato e che quindi non sai neppure di cosa parlasse, è così Magdeleine?»
«Di fantasmi!..», si lasciò dire la ragazza, tradendo la sua precedente ammissione.
«Devo quindi pensare che dei fantasmi si aggirino in questa casa, che si appropriano dei manoscritti altrui e di chissà quant’altre cose. Non sarebbe poi così improbabile, del resto ognuno di noi si porta dietro qualche misfatto, non è così Mimì?», soggiunse infine Madame Rose, il cui sguardo lasciava intendere un biasimevole provvedimento da prendere nei confronti della tagazza.
«Oh sì Madame..», convenne Mimì evitando di aggiungere dell’altro al suo dire, nel mentre licenziava con un cenno della mano, la giovane cameriera.
«Se non si amano i fantasmi, non cercateli, non chiamateli e, soprattutto, non fategli del male, perché probabilmente il male lo hanno già ricevuto in quanto spiriti eletti che sopravvivono in noi che li abbiamo creati.»
«Un’altra perla della saggezza di Madame che ricorderò, onde annoverarla ai nostri ospiti nel caso dovessero lamentarsi di qualcosa di inaspettato che dovesse accadere nella Maison.»
«Perché Mimì, hai forse udito qualcosa in proposito?»
«Beh, non in ultimo il professor Stephan proprio in riferimento alla partenza inaspettata di monsieur Proust, diceva che la Maison non sarebbe stata più la stessa..»
«In che senso?»
«Mah, non saprei, asseriva senza darne spiegazione, che alcuni suoi personaggi letterari così fortemente drammatici, sarebbero rimasti qui, che si sarebbero aggirati in queste stanze dove hanno trovato la loro ragione d’essere, creati dalle fantasticherie del nostro inconscio quotidiano.»
«È quanto ha detto?»
«Mais ouì Madame … ha anche aggiunto che il dramma della loro esistenza stanzia in tutti coloro che li hanno suggeriti o forse vissuti in prima persona ... ammetto d’aver trovato tutto questo spaventoso.»
«Mia cara Mimì, non devi prestare ascolto ad ogni cosa detta, il professor Stephan parla dall’alto del suo essere filosofo, per lo più insegue i fantasmi della sua eccentricità … talvolta mi sorge il dubbio ch’egli stesso non sia uno dei personaggi creati da Marcel.»
«In verità Madame ho sempre pensato che quella che indossa sul volto sia una maschera … sempre così pulita, il trucco perfetto, con i suoi papillon indossati come orpelli di scena di un teatro demodé.»
«Tu dici Mimì ? … già, una maschera, il trucco? Sai non vi ho mai pensato.»
«Sì, proprio come un teatrante che si muove nell’ombra della scena, il cui apparire improvviso talvolta crea un certo imbarazzo, tra l’ambiguità del passato e l’assolutezza del presente.»
«Illazioni le tue Mimì dovute ai tuoi pregressi teatrali che ti trascini dietro dall’Oriente. Devo dire che il professor Stephan si è sempre dimostrato un fedele amico e un perfetto gentilhomme, chi più di lui?»
«Oh sì, una persona di belle maniere e al tempo stesso riservata, ma ciò non toglie che potrebbe rivelarsi un despota nascosto nell’ombra …»
«Dici così per dire Mimì o lo pensi davvero?»
«Affatto Madame, la letteratura è stracolma di Jago, è il dramma che si consuma sulla scena che lo richiede a un non protagonista in cerca della possibilità di diventarlo.»
«Tu dici? No, non mi sembra gli si attagli la maschera teatrale che gli attribuisci, semmai sembrerebbe recitare a soggetto, senza copione né parte, perché non sa ciò che potrebbe succedere domani a Parigi, siamo tutti precari su questo palcoscenico.»
«Eppure Madame, nella realtà egli sembra vivere dentro una sceneggiatura che lo contempla, anche se fuori del tempo, fuori da questo mondo che in parallelo col passato chiede di entrare nel presente amabile delle sue grazie…»
«Se alludi a qualche avance Mimì devo deluderti perché il professor Stephan non ha mai ambito alla mia mano, semmai alla mia amicizia … da che, nel 1914, ai primi barlumi della guerra, fu costretto a fuggire dal suo paese d’origine e a trovare rifugio qui a Parigi, per entrare nel Tempio della filosofia per eccellenza: la Sorbona…»
«..e di questa Maison», insisté Mimì.
«Immagino tu non abbia letto il manoscritto, è così Mimì?»
«Mais no Madame, ho ragione di credere che monsieur Proust lo abbia lasciato appositamente sulla sua scrivania affinché lei lo leggesse.»
«Cos’altro Mimì?»
«Sì, rammento che parlando al professor Stephan manifestò l’intenzione di voler lasciare qualcosa per ringraziarla di quanto ha fatto per lui in tutti questi anni, e che spettava a lei decidere cosa farne, se autorizzarne la pubblicazione o se darlo alle fiamme.»
«Farne un falò, tu dici? Forse ha ragione nel sostenere che spetta a ognuno di noi restituire ai nostri ‘fantasmi’ la dimensione del presente, per essere noi davvero presenti a noi stessi … saremo mai in grado di farlo? Sil vous plaît Mimì ora vorrei restare da sola, ho bisogno di riflettere, nel frattempo recupera il manoscritto, non può essere svanito nel nulla.»
«Ha pensato che mosieur Proust per un ripensamento tardivo potrebbe essere tornato a prenderlo? … O forse il professeur Stephan potrebbe … essendo egli l’unica persona che in questi giorni ha avuto accesso alla Maison?»
«Ho compreso Mimì, ora lasciami sil vous plaît, e continua a cercare il manoscritto, dovrà pur essere da qualche parte.»
«Mais oui, professeur Stephan? …», chiese Madame un momento dopo, allorché sollevata la cornetta lo chiamò alla Sorbona.
«Certainement qu'oui!»
«Je souis Madame Rose, avrei desiderio di vederla al più presto, se le è possibile quest’oggi stesso.»
«Potrei essere da lei attorno alle cinque, se le sembra un’ora opportuna?»
«Bene, l’aspetterò per l’ora del Té.»
«C’è qualcos’altro che desidera da me, Madame?»
«Null’altro che la sua presenza, merci.»

Presagendo una qualche contrarietà nella voce severa di Madame Rose, il professor Stephan si prepara alla possibilità di dover affrontare un interrogatorio riguardante il manoscritto che dietro sua specifica richiesta la giovane Magdaleine gli ha consegnato. Quindi, dopo averlo preso con sé, si avvia verso una rinomata Pâtisserie dove acquista una scatola di Bon-bon per l’occasione e s’avvia a piedi alla Maison.
Madame Rose, in attesa del suo arrivo, l’accoglie con la squisita gentilezza di chi riceve un ospite gradito, seduta nel chiosco a vetri posto sulla terrazza del piano nobile, attraveso il quale si può ammirare ogni angolo del parco d’intorno.
«Madame Rose voglia accettare i miei ragguardevoli omaggi», sussurra appena il professore Stephan nel baciarle la mano.
«Guardi professore, le mie petunie … che meraviglia! Quest’anno sono più belle che mai, esclama Madame alzando di qualche tono la voce. Veda lei stesso professore, non sono splendide?»
«Davvero incantevoli!» si limita a dire, non sapendo quali fossero le petunie, temendo di perdersi in mezzo a tanta varietà di fiori, diversi di stagione in stagione, che Madame affida alle cure di un giardiniere davvero capace.
Chiunque nel vederla in quel frangente, avrebbe apprezzato la sua sobria eleganza nel bell’abito che dal blu oltremare passava al celeste cielo, da far pensare a un voluttuoso ritratto di Boldini. Il volto ovale straordinariamente luminoso, lascia appena intravedere i segni dell’età che avanza inesorabilmente, per quanto mostri un incarnato roseo, quasi trasparente, che dona un che di regale alla sua esile figura.
Quand’ecco, con aggraziata nonchalance, Madame lo invita a sedersi al piccolo tavolo, apparecchiato in maniera ineccepibile, il professor Stephan non può fare a meno di notare la ricercatezza dei merletti posti sotto ogni tazzina e ancor più raffinati sotto la teiera e al porte-biscuit, come del resto a ogni altro pezzo dell’intero servizio di porcellana fine, e un’intera esposizione di cucchiaini d’epoca inneggianti alla ‘grandeur’ napoleonica.
Mimì accolto nelle sue mani il grazioso vassoio della pâtisserie che il professore ha recato per l’occasione, lo scarta e lo depone sul piccolo tavolo, non prima di averne fatta offerta a Madame che se ne serve con gioia, stemperando così la tensione che l’aveva colta nel tempo dell’attesa.
Pur mantenendo una cauta riservatezza Madame Rose attese di dare inizio alla conversazione, fin quando Mimì non prese commiato da loro con un rispettoso inchino.
«Si aspetta qualcuno a tenerci compagnia?», chiese il professor Stephan osservando il tavolo apparecchiato per una terza persona.
«In verità doveva essere una sorpresa mio caro Stephan, tuttavia, visto che l’ospite che avrebbe dovuto onorarci quest’oggi della sua presenza non può essere ovviamente con noi, direi di iniziare.»
Il Tè è presto servito da una minuta Shaky d’origine indiana, o forse pakistana, la quale, depositata la teiera con un inchino, li lascia alla loro conversazione …
«Ed io che credevo fosse ancora qui… chissà poi perché se altresì ero a conoscenza della sua partenza. Mah, pensiamo ad altro.»
«Non c’è che dire, le manifestazioni più tipicamente umane possono essere comprese solo in un contesto in cui facciamo le cose pensando ad altro. O almeno, richiamandoci agli altri quando questi non sono ormai presenti», soggiunge Madame Rose dopo un primo sorso di Té.
«Mi sfugge il senso di ciò che dice Madame Rose, devo essermi distratto, voglia scusarmi.»
«Nel senso che pretendere comprensione non è la stessa cosa che farsi comprendere. È quanto dicevo poco fa con Mimì riguardo a una sua presunta idea che dev’essersi fatta di lei, professor Stephan.»
«È così, il primo requisito d’una buona conversazione sta nello sforzo di sapere da chi vogliamo essere compresi. Non si può pretendere che gli altri recepiscano ciò che noi riteniamo sia espresso nel modo migliore … spesso accade il contrario. A lei non sembra, Madame?»
«O sì, ancor più se riguarda qualcuno che in questo momento ha bisogno di tutta la nostra comprensione.»
«Stiamo parlando di Marcel Proust, immagino, è forse a conoscenza del perché della sua partenza improvvisa?»
«Devo ammettere che talvolta la sua perspicacia davvero mi sorprende, professore.»
«D’accordo, ma …»
«Nient’affato professore, in questo caso non sussiste alcun ma che risponda per noi, e lei non può confutare di aver trafugato il manoscritto che Marcel prima di partire ha destinato al mio beneplacito. Alla sua età non dovrebbe avere più bisogno di uno sguardo garante per essere quello che è, una persona che d’un tratto si rivela inaffidabile…», azzarda inopportuna Madame.
«Ho l’impressione che sopravvaluti le sue aspettative, di certo Madame non mi aspetto una maggiore considerazione per essere quello che rappresento per lei, così come non intendo privarmi della sua benevolenza.»
«Main no professeur, anche se credo abbia le mie stesse identiche ragioni di essere preoccupato, non è forse così?»
«Ascoltandola mi tornano a mente le parole del vecchio Goethe, nel dire che “sapersi amato dà più forza che sapersi forte”, anche se non è affatto questo il mio caso. Sapermi amato da sempre mi sospinge nell’inferno degli altri, non mi si chieda perché.»
«Dev’esserci indubbiamente una ragione.»
«Forse c’è, nella misura in cui gli altri con i loro sotterfugi, i loro biasimi, le loro ipocrisie, non esitano a rivelare un sentimento che si credeva puro verso chi si ama e scoprire che non lo è mai stato. Quasi che il solo loro amore sia offerto in olocausto su un vassoio d’oro, mentre viceversa quello che ricevono chissà perché è di povero peltro …»
«Pensa a un inganno della vita o solo a una disillusione?»
«Vede mia cara, è così che l’amato giace inerte in attesa della grazia dell’amore dell’altro, di colui che dice di amarci, anche quando il suo amore lo spinge incontro alla morte.»
«Sil vous plaît professeur, non usi più quella brutta parola in mia presenza, mi rattrista, soprattutto quando è rivolta a un interlocutore assente, benché abbia nel nostro cuore un nome e un cognome insostituibili.»
«Mi spiace Madame, ma credo che malgrado tutto, nessuno possa essere altro da ciò che lo rende credibilmente umano, per quanto la consapevolezza della fine ci renda tutti mortali, penso che a lungo andare la sola sofferenza d’amore ci trasformi in esseri immortali o viceversa, in poveri martiri.»
«Una considerazione filosofica questa che mi rende alla consapevolezza di non essere vissuta così tanti anni invano … anzi conferma la mia certezza di voler vivere a lungo e poter dare un senso alla mia vita, poi sarà il destino a decidere…
«…se non altro per conoscere come andrà a finire, ah, ah, ah!» confutò Madame con quel pizzico di sarcasmo che la distingueva.
«Purtroppo è proprio questa la manifestazione più accreditata, la certezza della fine che tutti ignoriamo, ma che vorremmo conoscere quando siamo ancora in vita.»
«Non è detto che ciò debba accadere molto presto, almeno è quel che spero. Tuttavia rispondo alla sua affermazione, con una personale idea che ho maturata nei confronti della vita: è precisamente questa ‘certezza della fine’ come lei dice, la missiva della ragione di cui noi tutti condividiamo l’uso. Vale a dire il diffondere la nostra opinione sulla fine affinché la si discuta, la si accetti o la si rifiuti, e non soltanto per vederci confermare le nostre ragioni. Entrambi siamo qui per questo, per condividere quasi tutto di quel che facciamo o diciamo per sentirci vivi, altrimenti ci sarebbe poco da fare e quasi nulla su cui riflettere», la premette il professor Stephan, rammaricato che il discorso avesse preso una piega tanto amara.
«Dunque lei, in quanto filosofo, non crede che la corretta lingua parlata da entrambi oltre a farci comprendere, serva a che si debba anche essere sinceri l’un l’altro?»
«Tutt’altro, lo asserisco fermamente! Per quanto non è del linguagio che si stava trattando mia cara, quanto di aprirsi a una filosofia della vita che non contrasta con i più sani principi della sincerità.»
«Veniamo al dunque, lei forse ritiene che la filosofia possa creare fantasmi raziocinanti capaci di far sparire un manoscritto da questa casa senza alcun consenso, è così?»
Il rossore improvviso che d’un tratto ha reso paonazzo il volto del professor Stephan si spegne dietro un pallore altero, facendolo sembrare un manichino senz’anima ridotto al silenzio.
«Non creda che una simile accusa non possa da me essere accettata impunemente, si sbaglia Madame Rose, ha invece tutta la mia comprensione, come del resto le confermo tutto il rispetto per quanto nel manoscritto è rivelato…»
«No certo, del resto neppure la sua filosofia contempla chi pure rimane per sempre con noi … a volte mi sembra di sentire la voce di mia sorella Martha, la sento aggirarsi attraverso le stanze di questa casa, che mi chiama…»
«Mortale è chi muore in noi, non chi portiamo nel nostro cuore, è bene che si sappia.»
«Davvero lo crede? Io stessa parlo con lei qualche volta, nei giorni di vento, quasi che con il vento arrivi un afflato del suo respiro e sollevi le tende della nostra stanza, quando sono assopita. Ancor più quando s’avvicina il temporale. È allora che la sua venuta mi da la consapevolezza di qualcosa insito nel legame affettivo condiviso del nostro essere sorelle, amiche, e al tempo stesso amanti l’una dell’altra.»
«Comprendo ogni cosa Madame e ne sono addolorato, se mai ha temuto che la sua confessione venisse svelata in uno scritto, ebbene confermo che proprio attraverso codesto manoscritto sono venuto a conoscenza del segreto che l’attanaglia. Un gesto deplorevole da parte mia, ma la prego, che almeno mi si risparmi il biasimo. Come lei, anch’io temevo vi fosse rivelata una mia incoffessata debolezza, probabilmente attribuita alla mia persona nella rilevanza creativa del suo immaginario.»
Madame Rose lo ascolta in silenzio, e non le sfugge non esservi alcuna simulazione d’intenti nel suo sincero coinvolgimento, allorché recuperato dalla borsa che ha con sé, l’apre e ne estrae il manoscritto ricevuto il giorno stesso della partenza di Marcel dalla Maison, e umiliato lo consegna nelle mani di Madame Rose …
«Immagino sia ciò che stava cercando? Mi si passi di averlo preso volutamente per evitarle un ulteriore strazio che ne sarebbe potuto derivare nel leggere certe cose, nel caso avessero riguardato qualcosa della mia intinità, mentre invece nel manoscritto si parla esclusivamente della sua.»
In quel preciso momento la fidata Mimì reca su di un piccolo vassoio un biglietto che consegna nelle mani di Madame. Il cui sguardo nel leggerne la missiva palesa tutto il suo profondo rammarico.
«Qualcosa non va, Madame?»
«Nulla professore, è solo la defiance di un momento, voglia scusarmi. Per quanto, riflettendo su ciò che Marcel possa aver narrato nel suo manoscritto, in alcun caso egli era presente. Acciò ogni sua rivelazione riguarda solo me. Tuttavia, stando a quel che mi dice, ora che ha letto il manoscritto, posso ben condividere ogni cosa con lei, non abbia timore di rivelarmene il contenuto … sil vous plaît?»
«È così, il nostro scrittore narra di fatti che forse non ha vissuto in prima persona, ma che può aver carpito dalle sue memorie Madame. In esso si parla di un fantasma che s’aggira imperturbabile qui nella Maison, succube di una colpa coscientemente inflittale per una morbosa gelosia, rivangando l’oscura scomparsa di sua sorella Martha …»
«Basta così, la prego…», esclama Madame Rose incollando i suoi occhi rossi di pianto su quelli del professor Stephan, facendogli intendere di non proseguire nella narrazione, convinta che in fondo sia un bene per lei non aver letto il manoscritto nella sua intera stesura ...
«Non voglio sentire altro, la prego, lo faccia sparire!», aggiunge piena di rancore allorché restituisce il manoscritto nelle sue mani.
Mai fino a quel momento Madame Rose aveva mostrato in presenza di alcuno una così oppressiva emergenza psicologica, tale da dover frenare una qualche reazione violenta che non conosceva, e che avrebbe potuto condurla a un’azione folle o, come in passato, di colpevole fuga …
«Ancor meglio sarebbe darlo alle fiamme, farlo sparire per sempre», esclamò Madame piena di collera.
«È davvero quello che vuole?»
«Sì lo distrugga, lo dia pure alle fiamme!», aggiunse riflessiva, non sapendo dove posare il suo sguardo dopo quella rivelazione.
«Sarà fatto come lei desidera, Madame ...»
«Mimì, il prosessor Stephan ci lascia, lo accompagni sil vous plaît … et merci le professeur, a bientôt!»
Così dicendo, si accomiata in tutta fretta dal professor Stephan risalendo la scala interna alla Maison che conduce alle sue private stanze. Mimì nel vederla stravolta come non mai, le va dietro per soccorrerla in caso di bisogno. Dopo averla aiutata a spogliarsi e a mettersi a letto, le chiede se vuole che resti a tenerle compagnia ...
«Sil vous plaît Mimì, adesso lasciami, fai in modo che non mi si didturbi per nessuna ragione, d’ora in avanti non ci sono per nessuno.»
«Come Madame desidera, aggiunse Mimì augurandole un sereno riposo.»
Durante le ore di dormiveglia Madame Rose rammentò le frasi di rimprovero ascoltate tempo addietro durante una controversia che le risuonava famigliare …
«Non siamo soli, qualcuno ci osserva attraverso le pareti, e tu sei una impudente sgualdrina a comportarti così, davanti a tutti noi.»
Ma le parole pronunciate da Martha con tanta veemenza a contrastare la sua folle idea, risuonarono nell’aria come fendenti di una lama infertale nel petto. Per quanto, all’epoca dei fatti narrati, quale fosse l’opinione degli altri, per Rose non aveva alcuna importanza. Non l’aveva mai avuta. Era convinta di detenere un vantaggio esclusivo su tutti, una probabilità maggiore di chi, come Martha, non era affatto sicura di averla: la convinzione di poter raggiungere l’irraggiungibile. E lei quella convinzione l’aveva riposta nell’amore che provava per Alphonse, quel fidanzato che Martha aveva poi sposato e che avrebbe voluto per sé.
Allorché, d’improvviso si rivide lontana negli anni della sua giovinezza, sorridente e imperturbabile che attraversava correndo l’interminabile corridoio che collegava le stanze del piano nobile della Maison, e raggiungere la scala che dava sul giardino …
«..fuggitiva da tutto e da tutti, per sempre.»
Si rammentò di non aver avuto alcun ripensamento, né un solo momento d’incertezza. Nel suo immaginario allontanarsi dalla Maison neppure si voltò una sola volta all’indietro, correva a raggiungerlo, certa che Alphonse la stesse aspettando al bordo del parco per fuggire con lei.

A distanza di tempo nessuno ricordava quanto occorso alla Maison de la Ville. Né si seppe mai nulla della morte improvvisa quanto oscura della signorina Martha, successiva alla partenza dell’amato Alphonse per la guerra, da cui non avrebbe più fatto ritorno. Né delll’allontanamento di sua sorella Rose che si disse andata in sposa per procura a un anziano console di stanza in una colonia francese d’Oltremare.
La vetusta Maison de la Ville, rimasta chiusa per moltissimo tempo, finì per essere inglobata nella città che le cresceva attorno, ormai considerata un cimelio di un passato neppure troppo lontano, e finì pressoché cancellata dalla memoria dei parigini. Finché un giorno, l’ormai anziana Madame Rose di ritorno dall’estremo Oriente, la riaprì restituendola al suo originario splendore, facendone una dimora residenziale per un pubblico molto selezionato. Tuttavia, solo alcune guide turistiche tra le più esperte e qualche anziano chauffeur de taxi sapevano come raggiungerla. Entrambi comunque informati che si doveva essere invitati o attesi per una qualche ragione che sfuggiva alla comprensione dei molti, ma che altrimenti era loro negato l’accesso.
Sul filo dell’ostinata dimenticanza di Madame Rose dei fatti che avevano contrassegnato gli anni della sua giovinezza, la Maison de la Ville annoverava numerosi ospiti di pregio, quegli ‘amici degli amici’ che, in ragione di qualche raccomandazione, erano in cerca di una pausa confortevole, dalla frenetica consuetudine del quotidiano, senza tuttavia allontanarsi da Parigi. Una volta entrato nelle grazie di Madame Rose, il giovane Marcel Proust, all’epoca alla ricerca di uno spazio dove ordire il proprio futuro di scrittore, era solito fare visita alla Maison per diletto, facendo in modo di venire a conoscenza di moltissime chiacchiere e illazioni riguardanti alcune persone piuttosto in vista, trasferite in seguito sotto altro nome nella ‘Recherche’ l’opera a cui stava già lavorando da qualche tempo.
In quegli anni, una sorta di straordinaria quanto occulta intuizione, aveva permesso a Marcel di focalizzare in Madame Rose una figura ambigua, dalla doppia individualità: l’una charmant e flessuosa come una perfetta maitresse royale, quanto più determinata che spadroneggia austera. L’altra fragile come una porcellana di Sévre, in quanto rea di una sofferenza assoluta, assediata dai ricordi che la stringevano come un laccio infernale al destino di Martha, il cui fantasma, malgrado fosse passato molto tempo, soggiornava ancora nella Maison, non consentendole di prendere sonno.
Di fatto, Rose coltiva in seno una sofferenza che la coglie nei momenti bui della notte, allorché la sua mente vagheggia immagini e figure del passato, come ombre di una pena profonda che la presenza del fantasma di Martha costantemente le rammenta. D’un tratto si sente assalire dalll’ansia. Adesso avrebbe gradito la compagnia di Mimì, che le sarebbe stato d’aiuto ascoltare la sua voce cantinelante.
Allorché, suonato ripetutamente il campanello, Mimì, che in certe situazioni come quella che si presentava quella notte sostava fuori della sua stanza, entrò e si sedette accanto a letto, e aperto il libro di poesie che Alphonse aveva regalato a Madame in occasione di un suo compleanno, che da allora teneva accanto sul comodino, prese a leggere con voce sommessa …
Ed era “...come sentire nel proprio intimo le avvisaglie di una prima incrinatura verso l’eterno. E tuttavia non ancora verso l’immortalità.” La riflessione sulla morte racchiusa in quella frase la fece sentire persa …
«Ancora quella parola, credo d’averla invocata fin troppe volte stasera Mimì, sil vous plaît scegliene un’altra.»
Dacché Mimì sfogliò a caso il libro e riprese nella lettura …

“Gli spiriti normali / ritengono che il sonno / sia solo un chiuder gli occhi. / Il sonno è la frontiera / solenne che, ai due lati / ha schiere di testimoni! / La mattina è creduta / da persone autorevoli / lo spuntare del giorno. / Ma la mattina non è sorta ancora!” […] “Una rossa signora sopra il colle / mantiene il suo segreto! […] Eppure, come resta tranquilla la scena! / Che indifferenza mantiene la siepe! / Come se la “resurrezione” / non fosse niente di strano!”. (*)

La rossa signora era indubbiamente Martha, la stessa immagine che Madame Rose riguardava nella fotografia che aveva accanto sul comodino. Un colle coperto di gigli simbolo della pallida morte, portatori di un profumo che rianima, un segreto tutto da scoprire … alcuni volti sfigurati dal tempo, presi a testimoni dell’avvenuta resurrezione, come dire, del rifiorire della novella stagione, rinascita alla vita, dopo il sonno profondo della morte, l’eterno ritorno.
Subitanea avvertì un ché di simbolico e contemplativo aleggiare in ogni parola pronunciata. Come se una sorta di affettiva presenza, metafisica ed emozionale, si spingesse a cercare nella mistica presenza del momento le ragioni di un’esistenza sospesa che lei trasformava in assenza. Tuttavia profonda, intima, segreta, ciò nondimeno riflessiva di un messaggio appassionato, invitante, persuasivo ...
«Era un invito quello, rivolto a svelare qualcosa di nascosto, o forse solo a mantenerlo segreto?», si chiese lucida Madame Rose con la vista leggermente annebbiata …
«Chissà mai perché c’è sempre la nebbia in ogni situazione che non si comprende?» si chiese.
Allorché posata una mano sul libro, Madame Rose interruppe la voce di Mimì e pian piano socchiuse gli occhi. Si era appena addormentata che il silenzio profondo della stanza lasciò spazio al risorgere dei fantasmi del passato, un sogno che si colorava di nero incubo …
“La rossa signora evocata la osservava dai piedi del letto. Era tutta bianca. Di un biancore simile all’opale. Indossava una camicia da notte di mussola con piccoli fiorellini sparsi qua e là sul tessuto. Teneva in mano dei gigli. Aiutami Rose, le diceva. Aiutami! Ripetè e con il braccio teso la invitava a levarsi e a seguirla. Rose non le fece domande. Si alzò dal letto e indossata una vestaglia, la seguì attraverso un corridoio lungo da sembrarle interminabile. Discende la scala che portava al piano terra della casa e affrettò il passo per seguirla. Martha attraversò il salone e si spinge verso la porta d’ingresso. Era aperta e sparì velocemente oltre la soglia. Rose provò un attimo d’incertezza. Non aveva messo le pantofole e scalza, si affacciò sulla porta. Quindi la seguì e s’immerge nella nebbia …
Era a pochi passi da lei eppure non riusciva a raggiungerla, la rossa signora la osservava distante, in silenzio, la implorava muta di non fermarsi, di seguirla, ma ad ogni passo di Rose si allontanava correndo a piedi nudi sull’erba bagnata. Rose la inseguì finché presa dall’affanno, inciampò e cadde distesa sull’erba, al limite del parco. Quando, sollevato lo sguardo la vide attraversare la strada e dirigersi verso un piccolo cancello ed entrare in una costruzione bassa con grandi finestre sulla facciata. Rose la seguì ma una volta affacciatasi sulla porta le andò incontro un’infermiera vestita di bianco, dall’aria sospettosa. Che ci fa lei qui? Che cosa vuole? Io? Non saprei. Qualcuno ha bisogno di me, mi ha condotto fin qui. Non c’è nessuno qui che può aver bisogno di lei. I malati più gravi sono stati portati all’ospedale centrale. Piuttosto mi dica perché è in quello stato? Se ne vada o chiamo la …
No, aspetti, mi ascolti. Non si lasci condizionare dall’apparenza. Una donna dai capelli rossi ha chiesto il mio aiuto, potrebbe essere in pericolo di vita. È appena entrata qui, l’ho veduta. Non è entrato nessuno qui, a quest’ora di notte. È un medico lei? No, sono una parente. Mi dica, è sicura di sentirsi bene? Sì, credo di stare bene. Aspetti, ha bisogno di un calmante. Poi mi prometta che se ne torna da dove è venuta. Anche perché non c’è nessuno qui. Le stanze sono vuote. Ne è sicura? O santo cielo! Faccio il turno di notte e so perfettamente quali sono le mie competenze. Non si arrabbi, dicevo così, tanto per dire. Perché non se ne accerta? Le dico che è entrata una donna qui, poco fa, che aveva bisogno d’aiuto. Mi creda. La prego. D’accordo, va bene, venga anche lei con me, così se ne accerterà di persona …
Rose la seguì in silenzio quando l’infermiera si avviò per un lungo corridoio bianco, con alcune porte chiuse. Le aprì una dopo l’altra e constatò che erano irrimediabilmente vuote. Rose non sapeva più cosa dire e rimase senza parole. L’infermiera la guardò desolata e lasciò che rimanesse sola, nel mezzo di un’ultima stanza vuota. Rose già pensava a come scusarsi con lei ma l’infermiera non fece. Coperta da un bianco lenzuolo la rossa signora cerulea nel volto disfatto giaceva distesa sul letto dismesso con gli occhi sbarrati decisamente molto più vecchia di quanto le fosse sembrata solo qualche momento prima …”

“Nell’assoluto mi sembrava assorta / di splendore e di cielo pensierosa. / L’onore di scrutarla con i miei occhi / fu di breve durata / disinvoltura argentea, la sua / nel volteggiare fuori dalla vista. /…/ ma ero troppo in basso per seguire / l’altissimo suo viaggio / la sua cerulea superiorità”. (*)

Svegliatasi di soprassalto Rose si guardò attorno, desolata. Mimì non era con lei. La lampada sul comodino era rimasta accesa, il libro aperto a pagina settecentoquindici …
«Eccomi, Madame ha chiamato?», domandò Mimì entrando.
«Non dire nulla ti prego», la interruppe Rose.
«Che c’è Madame, non si sente bene?»
«Non ho riposato affatto.»
«Spero non sia stato a causa della lettura … forse non è stata di suo gradimento?»
«Invero Mimì, temo di non aver compreso il messaggio intrinseco di quella poesia.»
«Ne sono desolata, io di certo non l’apprezzo più di lei se non per quel suo lato oscuro e avvincente in cui si riflette anche gran parte della mia vita.»
«Che dici? … mia cara Mimì, c’è sempre un lato oscuro delle cose che in qualche modo ci affascina. È un po’ come l’altra faccia della luna, che non si vede “eppure so che il suo passo stillante si volge sempre in giro”. Ecco, ci sono, forse è questo verso a riassumere il senso di tutta la poesia. Oscura come l’altra faccia della luna, che sappiamo esserci ma che nessuno vede.»
«Un segreto nascosto Madame? Non me ne ha mai parlato.»
«Sì, un intimo segreto che non ho mai svelato a nessuno. Vedi Mimì, non sempre i segreti richiedono d’essere svelati, come in altri momenti neppure d’essere portati con noi nell’oltretomba. Un po’ come la sinopia nell’arte, in cui persiste ciò che è all’origine dell’affresco e che talvolta addirittura nasconde qualcosa d’altro, un’altra forma, il disegno preparatorio di una presenza non rivelata che si sottrae alla vista sotto il colore della pittura successiva che non sa ancora se mantenerne il segreto oppure svelarlo. E poiché non è possibile salvarle entrambe, si tende a salvare il dipinto finale, non il disegno preparatorio, creativo dell’opera in seguito ultimata. »
«Anche se la forza della sinopia è più che mai coinvolgente? Nel senso che ci rivela il mistero, l’origine assoluta della creatività che discopre l’intima passione da cui è successivamente scaturita l’opera d’arte?»
«Va prima stabilito se vale più la forza della presenza o la passione che ha determinato l’assenza? La quantità o la qualità delle emozioni? Questo è il fermo dubbio al quale non ho ancora trovato una risposta.»
«Di solito ciò che conta è la risposta che si da a una domanda intelligente, e io non voglio deluderla. Credo che ciò che più emoziona, abbia diritto di precedenza sulla stucchevole realtà dell’apparenza. Siamo portati ad amare ciò che ci piace. Non è forse così Madame?»
«Se la sinopia è apprezzabile più dell’opera stessa, si salva la sinopia con un atto d’amore. E l’amore non è mai disdicevole, anche quando ci mette davanti a una scelta. Non c’è ragione che tenga contro l’amore, anche quando quest’ultimo si colora di passione.»
«O d’odio?»
«L’amore in fondo è anche odio. È il suo veritiero contrario. Persegue il suo stesso fine. Ciò che non può l’indifferenza.»
«Anche quando l’odio porta la morte?»
«Si muore anche per amore. Forse, ne l’odio è il suo massimo esponente. Mentre l’odio è la scintilla dell’ingegno, l’amore più spesso è la fiamma che porta alla pazzia.»
«Non saprei Madame, non sono mai stata sposata, ho accettato di vivere nell’ombra.»
«Al contrario di me mia sorella Martha, che vedi in quella fotografia, era senz’altro la più bella. Il suo fidanzato Alphonse era un soldato in carriera. Venne a trovarci durante la guerra. Si sposarono. Rimase con noi due mesi. Era d’estate, la più bella che io ricordi. Poi ripartì per il fronte e non fece più ritorno. Dal nostro segreto amore nacque una bambina, Magdeleine, che di nascosto da tutti, lasciai in affidamento a una famiglia nel sud della Francia, e che ho ripreso con me alla morte dei suoi genitori adottivi. Mia sorella Martha non ne è mai venuta a conoscenza. A un certo momento della sua vita disse di aver avuto una visione, dopo di che, cadde in un coma profondo dal quale non si è più ripresa fino all’ultimo dei suoi giorni» …

“Noi fummo spose in una sola estate, / o cara, in giugno fu la tua visione / e quando cadde la tua breve vita / anch’io mi sentii stanca della mia. / Abbandonata da te nella tenebra / mi raggiunse qualcuno / che portava una lampada [accesa] / e ricevetti il segno io pure”, (*) prese a recitare a memoria Madame Rose.

«Adesso, che più s’appressa l’ora della mia dipartita, ho intenzione di rivelare a Magdeleine ciò che non conosce e restituirle quanto più gli spetta, non in ultimo il suo vero cognome. Un ragionevole dubbio, anche se non riesco a pensare sia interessata a questa imprevedibile notizia. No, non lo credo. Si da il caso, che Marcel abbia rivelato questo mio segreto che non ho mai osato rivelare al alcuno.»
Mimì sollevò il campanello di chiamata e poco dopo la Shakti col vassoio della tisana lo depositò accanto al letto di Madame per poi uscire dalla stanza in silenzio come era arrivata …
«Mi chiedo cosa farà adesso Madame?»
«Riguardo a che cosa, sil vous plaît?»
«A proposito del manoscritto perduto.»
«Perduto dici … forse!»
«Nulla va mai perduto definitivamente Mimì … siamo noi che più spesso ci perdiamo nei viluppi delle parole … trasformandoci in quei fantasmi talvolta beffardi e dispotici a volte ‘affattucchiati’, capaci di rendere questa vita un po’ meno amara tirando qualche scherzetto in buona fede, così per ammazzare il tempo della malinconia e della solitudine ... quei fantasmi che s’aggirano nei labirinti dei nostri illeciti dubbi, quando in coscienza sappiamo benissimo dove stiamo andando e cosa stiamo facendo.»
«Maschere della nostra incoscienza, l’aveva pur detto il professor Stephan..», soggiunse Mimì con un certo amaro sulle labbra.
«Ma come si sa le maschere nascondono d’una doppia identità: drammatica e/o gioiosa, spetta a noi decidere quale scegliere per meglio presentarci sulla scena … Rammenta Mimì … siamo tutti costantemente proiettati sulla scena di un teatro invisibile, dove gli opposti talvolta si sostituiscono alla ‘verità’, fuori dalla realtà di un mondo estremo … e questa Parigi edulcorata in cui ci è dato vivere è la cornice perfetta per la sua rappresentazione.
«Ma non perdiamoci in chiacchiere Mimì, sil vous plaît ben sai che ognuno di nostri ospiti s’aspetta di trovare nella Maison un’autentica eccellenza in fatto di accoglienza e ospitalità; di ritrovarsi, per così dire, al centro di un amabile ‘incontro con la bellezza’, vedi di farlo intendere al personale di servizio, sil vous plaît.»
«E noi saremo qui ad attenderli come sempre, a braccia aperte, non è forse così, Madame?»
«Mais ouï, mon cœur ami … ‘la fin ce n'est que le commencement’.»

Sa và sans dire, l’indomani alla Maison de la Ville, allorché iniziavano i preparativi per ‘l’Anniversario’, Mimì aveva il suo bel da fare nel disporre ogni cosa secondo il desiderio di Madame Rose: dalle luci più o meno soffuse delle lampade Liberty che danno risalto agli arredi d’epoca, alle innumerevoli composizioni di fiori i cui riverberi colorati si riflettono nella moltitudine degli specchi che adornano le stanze di ricevimento. Per non dire dei tappeti e dei dipinti orientali su seta che rendono il tutto semplicemente splendido alla vista, nel favore di quanti, appartenenti alla bonne societé avrebbero avuto accesso al suo anturage amicale.…


FINE


Nota.
(*) Emily Dickinson, “Tutte le poesie”, I Meridiani – Mondadori 1997.



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