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La psichiatria: la dimensione fenomenologico-esistenziale

Argomento: Scienza

di guido brunetti
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Pubblicato il 05/04/2022 11:31:56

 

Guido Brunetti

La psichiatria e la sua dimensione fenomenologico- esistenziale

 

La psichiatria, nonostante il nome greco ( psyché  e  iatria , cura dell'anima) ha una storia recente. Si ritiene che il primo a parlarne in "De philosophische Arzt" sia stato il medico e filosofo tedesco, Merchior A. Weikard (1742).

Il pensiero illuministico afferma che la malattia mentale è una malattia del cervello, mentre per i romantici è una separazione dalla totalità, l'essenza più profonda dello spirito, la ragione essendo una follia ragionata (Schelling). Il suo cammino passa attraverso scuole spiritualiste (homo coelestis), somatiche, psicoanalitiche (homo natura: l'istinto di Freud), psicopatologiche e antropoanalitiche (homo existentia).

 

Invero, già la medicina del II secolo a. C., cioè alla sua nascita, afferma con Ippocrate che lo studio della follia abbraccia l'uomo nella sua totalità. Una concezione propria della psichiatria fenomenolico-esistenziale, come mostra l'ottimo libro di Carla Eugeni e Raffaele Tumino "La dolcezza psichiatrica di Adelmo Sichel. Il paradigma della cura" ( Aras Edizioni).

La persona, l'essere con gli altri, sono al centro delle riflessioni di A. Sichel, un approccio fenomenologico-esistenziale che rappresenta la base del volume. Qui, filosofia, psicoanalis e psichiatria cercano di esplorare nuove modalità di incontro con il paziente e scandagliare l'interiorità dei paesaggi dell'anima, il dolore inteso come lacerazione, straziante sofferenza, profonda ferita, superando lo sterile etichettamento diagnostico e la stereotipia dei ruoli di medico e  paziente.

 

La teoria psichiatrica moderna nasce quando entra in crisi l'interpretazione magico- religiosa della follia. All'inizio, il trattamento viene concepito come repressione e reclusione in luoghi separati. Con Pinel, nasce il trattamento morale della follia. Le cause della malattia psichiatrica vengono ricercate nella predisposizione ereditaria e nella degenerazione biologica.

 

Dopo l'inizio del Novecento, il modello medico e biologico della psichiatria va in crisi, non essendo state trovate le cause biologiche delle psicosi e delle nevrosi né alcun metodo curativo risolutivo. Gli psicofarmaci, diffusi a partire dagli anni Cinquanta, sono soprattutto sedativi e medicamenti sintomatici, e non veri curativi.

 

Anche se dobbiamo riconoscere la feconda prospettiva del naturalismo psichiatrico (psichiatria organica, psichiatria biologica, neuropsicologia) non si può cadere nel "riduttivismo", come sostenuto autorevolmente da Ludwig Binswanger, per il quale la psichiatria è una scienza dell'uomo, dell'esistenza, esistenza che non è solo "natura", ma è anche "cultura e storia", ossia è anche "persona".

 

L'impostazione fenomenologico-esistenziale analizzata da Eugeni e Tumino ha avuto la sua delineazione più compiuta nella dottrina "antropoanalitica" (Daseinsanalyse) sorta con Binswanger. La base ontologica del nuovo metodo di studio in psichiatria si rifà alla fenomenologia di Husserl e all' esistenzialismo di Heidegger.

L'uomo ( il paziente) è concepito come un "essere-nel mondo", un "essere-con gli altri". Egli è visto come "soggetto", "persona", globalità, e non  "cosa", sovrastando in tal modo ogni reificazione dello psichico e ogni riduzione a un modello. Le psicosi non sono considerate come "deviazioni" dalla norma, ma "particolari modalità del possibile dell'uomo".

 

L'onticità della persona si articola sul versante dell'intersoggettività, in termini di "rapporto" e "incontro". L'Io (la coscienza) si pone sempre come "intenzionalità", come "relazione". Questa visione scandisce il tempo del noi, della "noità", non più il tempo dell'Io.

L'esistenza è coesitenza.

Il mio corpo non è un "corpo", cioè non corpo-oggetto, ma corpo soggetto. E' soggettività. E' "intermediarietà" dell'incontro con l'altro (Merleau-Ponty). L'altro si svela come un'esitenza, come espressione di "senso e significato". E' in questa prospettiva che si pone l'incontro psichiatra-paziente, cioè l'incontro psicoterapeutico.

Questa nuova concezione psichiatrica confida proprio sulla "noità".

 

L'incontro dello psichiatra con il mondo psicotico si compie sul piano verbale. Il "logos" diventa lo strumento essenziale della cura, la dimora dell'essere, l'umanità dell'uomo. In tale propsettiva, è importante "decodificare" in modo adeguato i linguaggi psicotici, come ad esempio lo "sguardo" del paranoide. Un'espressione che ci aiuta a comprendere il suo mondo interiore: la sua sospettosità, il suo guardarsi intorno, l'evasività. Sono tutti sintomi del suo "non-volersi- confrontare" con la presenza dello psichiatra.

Lo sguardo del paranoide diventa manifestazione di un mondo percepito ostile, minaccioso, persecutorio, enigmatico, ansiogeno.

 

Un altro tipo di incontro è il "silenzio". Che non va inteso necessariamente come silenzio di opposizione o di negativismo, ma può essere considerato un invito all'incontro: in questo caso il silenzio riempie i vuoti di un dialogo "verbale e costruttivo" (Callieri). Vale al riguardo l'importanza di talune caratteristiche umane dello psichiatra, come la disponibilità, l'empatia, la capacità di darsi, il bisogno autentico di comprendere il paziente, un atteggiamento di tolleranza e di accettazione.

Queste qualità costituiscono una svolta antropologica, una vera "rivoluzione copernicana" della psichiatria contemporanea.

 

Si tratta di analizzare con attenzione il modo di manifestarsi concreto di singole espressioni fenomeniche, i cui "aspetti costitutivi" sono: diffidenza, sospettosità, ostilità. Analoga attenzione deve essere rivolta al modo di fronteggiare determinate situazioni: guardingo, perplesso, chiusura, ritiro, aggressività, indifferenza.

Nel delirante paranoide e paranoico, l'altro è il persecutore, l'autore cioè di trame ai propri danni da cui occorre mantenersi a distanza.

Il paranoide non dialoga. Si sente controllato, seguito, spiato, comandato.

Anche i più cari, familiari, amici, compagni finiscono per "rivestire i connotati del nemico".

E' questa, per Callieri, la vera malattia esistenziale, la malattia mortale kierkegaardiana o kafkiana. Non bastano allora capacità tecniche, ma empatia e intuizione, ossia una "sensibilità creativa" (Sichel).


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