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Alfabeto Baudelaire

di Marco Furia
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Pubblicato il 02/06/2017 12:00:00

 

Un poetico-artistico linguaggio

 

“Alfabeto Baudelaire”, di Mario Fresa, si presenta, a prima vista, quale raccolta di traduzioni, con testo a fronte, di dodici poesie di Baudelaire con il corredo di raffinati “disegni” di Massimo Dagnino.

Si tratta di una breve, elegante, antologia?

No, non soltanto.

La presenza dei versi non esaurisce la portata del libro e, a loro volta, le immagini non svolgono il ruolo di mero accompagnamento iconico.

C’è, dunque, qualcosa in più: ma che cosa?

Parole e immagini riescono a congiungersi in maniera originale, davvero insolita, quasi i disegni anche dicessero e le parole anche disegnassero.

Baudelaire è autore celeberrimo e notissime sono le sue poesie: perché proporle ancora?

A mio avviso, il libro è vivida, vigile, passione nel suo stesso divenire: “Alfabeto Baudelaire”, nel riprendere versi famosi, stabilisce un’autentica complicità con un autore ormai scomparso.

Quel qualcosa in più, di cui parlavo, consiste, insomma, in una  partecipe testimonianza capace di rinnovarsi.

Merito dell’autore di “Les Fleurs du Mal”?

Sì, certo, ma, assieme, di Mario Fresa che non teme di presentarsi, di dirsi, con le sue scelte e degli inserti iconografici, che non possono definirsi tali in senso stretto.

Le immagini si fondono con la scrittura per via di un’apparente noncuranza: non accompagnano illustrando, bensì pongono in  essere una sorta di attualità continua che, distinguendosi, si riconosce nei testi.

Questo libro è un vero e proprio articolato accadere.

La novità può scaturire da ciò che non è recente a condizione che attuali siano i modi secondo cui un’espressione viene proposta, come accade nel caso in argomento.

Il superficiale lettore che considerasse il libro mera scelta antologica, accompagnata da raffinate illustrazioni, perderebbe gran parte di quel senso di cosciente naturalezza che aiuta a meglio comprendere l’umano stare al mondo.

Passato, presente e futuro sono importanti paradigmi, nondimeno esiste una persistenza dell’esserci, affrancata da calendari e orologi, che è intima, intensa, fisionomia: fisionomia su cui i Nostri pongono l’accento con delicata fermezza, tendendo a presentarla quale possibile fonte di conoscenza.

Se, come scrive Mario, nella sua nota finale

 

“La poesia baudelairiana persegue il compito di mostrare l’atroce verità di un mondo che si presenta siccome un male radicale, corrotto sin dalla sua nascita”

 

e se l’opera di Massimo, riprodotta in terza di copertina, “Non ha titolo”, non è soltanto il senso di una drammaticità nemmeno nominabile ma, anche, di un assiduo desiderio di adesione poetico-artistica, ciò di cui “Alfabeto Baudelaire è testimonianza che aspira a farsi etico invito.

Invito da accogliere, senza riserve.

 


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