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Danzas de Amor y Duende

di Franca Alaimo
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Pubblicato il 01/06/2018 12:00:00

 

Danze d'amore e duende, l'ultima silloge poetica di Mastropasqua si caratterizza come una costruzione complessa e incantatoria, capace di coniugare la stratificata formazione culturale del poeta con un'estrosa, vivida immaginazione e una percezione magica della realtà, proposte quali chiavi d'interpretazione del mistero del mondo.

Per l'autore, infatti, medico psichiatra e maestro di musica, avido lettore di testi esoterici ed essoterici, innamorato del Neoplatonismo ficiniano e dell'Ermetismo, in particolare, (da cui gli deriva l' intensa fioritura di allegorie, simboli, allusioni, immagini inedite), profondo studioso, per formazione personale, della psicologia freudiana e junghiana come di quella contemporanea, diventa necessità primaria, nella scrittura poetica, trasmutare il proprio bagaglio culturale in un'attitudine visionaria che, travolgendo la lingua d'uso, tenti un'approssimazione a quella originaria, a quella preverbale, che solo Dio conosce.

Mastropasqua di se stesso dichiara: “Io non sono io, non scrivo per gli uomini, scrivo per Dio”; e  ancora: “Essere in poesia è penetrare l'oltrefemmina per entrare nel suo più intimo abbacinante segreto, amandolo con tutto il corpo fino a perderlo”.

Bisogna partire da queste affermazioni per comprendere pienamente questa originale poetica psico-emozionale, che fa dell'eros l'elemento eretico-rivoluzionario per eccellenza, il collante universale fra regni terreni e i sovraregni celesti, come avverte già l'esergo dantesco: “Nel suo profondo vidi che s'interna/ legato con amore in un volume/ ciò che per l'universo si squaderna”.

L'universo (il volgersi del Tutto all'Uno) viene  legato insieme da Mastropasqua attraverso una sapiente rete di corrispondenze le cui chiavi vengono rivelate dalla stessa struttura della silloge ruotante attorno ad uno dei due più importanti numeri sacri delle antiche culture orientali (il sette), e in seguito presente nelle scritture  giudaico-cristiane. 

L'autore, infatti, divide la silloge in sette sezioni, in ognuna delle quali sono inseriti sette testi e, per ogni sezione, dà a lettore una chiave, grazie alla quale mette insieme l'elemento mitico, il magico, quello mistico e quello  musicale alludendo contemporaneamente alle sette vocali gnostiche, ai sette pianeti, alle sette chiavi e alle sette note musicali, ai gradi delle scale musicali, ai sette metalli simboli, alle sette lettere alchemiche, e ai sette chakra, corrispondenti ai sette nomi degli arcangeli.

La silloge, dunque, va letta come un testo squisitamente iniziatico, a tal punto questo insieme di saperi e di simbologie, così come la somma del tempo e dello spazio, vengono messi al servizio della Poesia, celebrata come la Lingua per eccellenza, quella che trasforma il poeta in un essere abitato da un misterioso duende,  qualcosa di notturno e insieme luminoso. Come lo è la luna, la vergine di metallo, presente come figura magica, nella maggior parte dei testi.

Il poeta-duende ama cantare e fare musica (da qui il testo Karmica in omaggio alla musicalissima tessitura poetica di Amelia Rosselli) e soprattutto danzare per raggiungere l'estasi, morto fino alla non morte, per provare la vertigine/ dell'ultimo respiro, quel passaggio/ agli anni-luce in cui ritornerò luce.

Ché, in fondo, è la morte l'esperienza mistica per eccellenza, quella che ci proietta nell'oltre, che ci inabissa nell'infinito, che ci restituisce dei così come tutti eravamo prima di incarnarci e reincarnarci nel tempo terreno; per questo motivo Mastropasqua  dà inizio al suo canto con una stupefacente cosmogonia e si augura di concludere il suo percorso mortale come suono fra le pagine bianche.

Nel testo conclusivo tutto è evocato e riassunto: la donna, la musica (viole, arpe, tube, chitarre), la terra e i tre regni (vegetali, animali, minerali), il sesso fecondante, l' alto e il basso, e la valenza erotica-eretica della poesia.

Il percorso, per raggiungere la Sapienza, è arduo, così come arduo e sorprendente è quello tracciato da Matropasqua, che talvolta la personifica in figure simboliche, alla maniera degli Arcani maggiori e minori dei Tarocchi: l'Erborista che possiede tutta la segreta sapienza delle piante (angelica, achillea, dionea, linaria, olmaria felce); la Seduttrice che misura la violenza e il genio, il gesto,/ il fallo proteso nel cielo oracolare; il Medico che ammira la compiuta dedizione,/ la scrupolosità dei dettagli, il microbo,/ il suo immeritato amarsi;  e tante altre, tutte in qualche modo sacerdotali, sibilline, erinniche, profetiche, angeliche e demoniache.

Bisognerà che il lettore si abbandoni, per apprezzare tutta la traboccante fioritura di questa poesia e per giungere là dove “il suo letto d'inchiostro e biancofoglio è un segno trasponente, un patto metamorfico” alla voce del poeta, a quell'effetto d'insieme, che richiama un'architettura barocca, così diffusa nel Sud, che è poi, come dichiara altrove Mastropasqua, “la metafora di un inconscio perduto e da recuperare”.

 


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