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Luogo del sigillo

di Marco Furia
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Pubblicato il 03/05/2019 11:00:00

 

Il sigillo del senso

 

 

“Luogo del sigillo”, di Alfonso Guida, è poetico percorso ricco di emotiva percezione.

A tratti descrittivi, quali

 

“Le scarpe strette, le zagare appena

spuntate sotto l’ombrello di rafia,

l’ombrello coricato in mezzo al campo”,

 

non privi, talvolta, di tendenza a conciso surrealismo

 

“Mi proteggo la testa perché i sassi

che la pioggia lascia cadere sono

pesanti […]”,

 

a tratti descrittivi, dicevo, lo sguardo linguistico del poeta non manca di aggiungere sensazioni, immagini, pensieri, ricordi.

Il tutto pone in essere un dettato la cui semplice complessità coglie di sorpresa per la risoluta tendenza a proporsi e riproporsi secondo cadenze piane, leggibili, eppure intimamente coinvolgenti.

Non mancano pronunce tramite cui il discorso, che potrebbe condurre a conclusioni prevedibili, riesce invece, proprio in virtù della sua ben delineata chiarezza, a risultare originale, a dire qualcosa di diverso:

 

“Nulla ne è uscito. Solo un pigro viaggio

tra realtà infagottate: un libro, le iridi

vuote, una porca stagione, l’eccetera

del male che strofina le tue guance”.

 

Spontanea, naturale, appare a pagina 37 una riflessione sul linguaggio:

 

“[…] Non siamo ladri,

ma le parole torneranno a tratti

nel vuoto, dureranno quanto un soffio

nell’odore del cibo scodellato”.

 

Ci troviamo al cospetto d’una precisa messinscena di cui la presenza idiomatica è protagonista: protagonista, negli stessi (o simili) termini, anche dell’intera raccolta?

Non mancano veri e propri personaggi, per esempio un certo Rocchino, mostrati nei loro illuminanti particolari secondo ritmi dagli echi pascoliani:

 

“Ti piaceva la chitarra, Rocchino,

sognavi di suonarla al refettorio

simulando con le dita inarcate

sulla pancia una nota, una ballata”.

 

Davvero, siamo accompagnati lungo un cammino la cui straordinaria usualità si fa sempre più intensa, poiché i versi si sedimentano in noi per via del loro profondo senso.

È come se una memoria interna allo scritto si manifestasse facendosi avvertire con assiduità: una memoria, certo, fatta d’immagini, pensieri, emozioni, ma soprattutto, appunto, di senso.

Insomma, un esserci preciso ed aperto, esatto e non chiuso in sé: un quid emerge e il poeta lo cattura anche per noi servendosi di un dire specifico, per nulla ambiguo che, tuttavia, è anche un suggerire.

Il linguaggio poetico, senza dubbio diverso da quello comune, è tale in virtù della sua inconfondibile risolutezza a guardare oltre, riconoscendo nel confine non un limite ma una possibilità ulteriore.

Un linguaggio impronta del mondo?

Direi, almeno per Alfonso, il mondo stesso.

 


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