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di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 25/06/2021 12:00:00

 

Opera prima di un autore attivo soprattutto nel teatro ha questa raccolta in cui si intrecciano periodi diversi di scrittura la nota riuscita di una parola che, come da impronta, sa mettersi in scena, viva allora nel richiamo della nominazione nella spinta a muoversi, ad agirsi. Non a caso la riflessione che si nutre nei riferimenti di spunti classici e tragici (dal mito di Teseo e il Minotauro, di Ipazia ed Eco e Narciso fino a Dedalo ed Icaro) ha della nostra presenza e della nostra riflessione nel mondo il sapore acceso di una condizione attiva della memoria, di voci elementi ritorni in grado di reinterrogarci in tutto ciò che ancora segna “lo scorrere del tempo, questo tempo che trascorriamo insieme in questo mondo che ci è dato di abitare” e di salvarci allora, a proposito del mito, dal labirinto delle nostre perdite e dei nostri misconoscimenti. Una parola per questo provocante nell’inquietudine di un presente raccontato allora per piccole presenze, piccole trasparenze del quotidiano, oggetti, luoghi figure a imprimersi nella dimensione dominante del silenzio in accompagnamento agli smarrimenti e alle foghe di un’epoca ferma ancora come negli occhi di Ipazia entro una terra reclamata da tutti ma in realtà di nessuno, sospesa adesso nello scarto paralizzante della pandemia. Il riaffiorare e il trasparire delle tensioni, delle sopite vocalità di uomini e spazi a (ri)dirci nella misura dei “versi e delle cose” di un inscindibile e originario appartenersi ha pertanto il senso di un confermato affidarsi nella ferma ingiunzione di un legame altrimenti minacciato, altrimenti offeso. Legame affidato da Urselli principalmente al dialogo col padre scomparso, dapprima nei testi composti durante il lavoro di raccolta proprio delle poesie paterne, nella cui voce è udibile tra un verso e l’altro ancora la vicinanza(ed infatti di qui il perché del titolo) nel comune tratto di un pensare lento e ingarbugliato sempre alla ricerca di uno spiraglio di luce (di una uscita, nel frenetico abbracciare del mondo), e poi con la figura del padre tout court nei rimandi anch’essi al mito dei testi successivi (vedi la sezione “In labirinto” nata da una lettura da Durrenmatt). Uno spazio però che è anche quello degli oggetti e delle cose che ci dicono, e ci diranno anche poi, nella conferma in noi- come soprattutto nel caso dei versi scritti proprio nel periodo del lockdown- del riflesso e sostanziato incarnare del tutto. Un modo questo di riportarci nella misura di cui accennavamo al senso del ricordare in cui è iscritto il senso stesso del nostro stare al mondo (e che proprio nella lingua delle cose e degli oggetti fa tornare alla mente certe disposizioni, certe modalità di Zagajewski) in cui le prime memorie, le prime geografie temporali nel carico delle stratificazioni sono iscritte nel corpo (corpo-città è la definizione di Urselli) e nella terra cui l’occhio tenta ancora nel piccolo il riconoscimento, e dunque il modello, di un più fermo e dilatato respiro. È il caso di una delle sezioni conclusive, “Parole alle formiche”, dove nell’accettata comprensione della natura in se stessa, di elementi e di cose senza attaccamenti di sé nella schiavitù dei ricordi ma riconosciute in se stesse, nelle proprie bellezze dal reciproco apprendimento degli sguardi, è iscritta quella remissiva smitizzante geologia di cui si accennava e di cui l’uomo ancora può e deve apprendere verso quella foce, quella “madre infinita” che non cessa di attenderci e di parlarci nella “spuma bianca” di pensieri che come foglie, inerpicandosi tra rami, “vogliono venire al giorno”. Figli tutti allora, come nel testo finale di un incantato sguardo, di un’incantata disposizione che viene dalla memoria dell’altro nell’affermarsi in noi degli spazi, del mondo stesso dunque nella fragilità del passaggio. La forza della poesia di Urselli (molti dei testi, tra l’altro, messi in scena) è tutta in questa testimonianza di fede, di uomini e donne affermativi laddove proprio la terra sembra mancare.

 


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