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La guerra di Ranieri

Ranieri, camminando non vedeva quasi nulla davanti a sé, gli occhiali punteggiati di pioggia. Ma certo sentiva. E sentiva qualcosa… qualcosa di somigliante a voci. Sempre più chiaramente sentiva voci, voci ansimanti, strane, come emissioni sfrangiate, in corsa… Mugolii anche, ma umani, troppo umani, femminili, anzi…femminili e nasali, da lingua torpida. “Qui? E come può essere?”

Di colpo s’accorse che s’era fatto buio. E sì, le cose buone che pensava erano luminose di suo, dentro la testa. E lui aveva continuato a camminare come se avesse seguito il loro riverbero. E invece il buio era denso per via del pulviscolo di pioggia. Il terreno sconnesso gli disse che aveva raggiunto la pietraia, il letto d’un torrente secco. Avendo voluto scorciare, doveva passare da lì. E però non sapeva a che punto fosse. E se era in mezzo, voleva togliersi, perché con quello che a tratti gli turbava le orecchie e il pensiero, lui non voleva entrarci. Si bloccò di colpo spaventato del rumore dei propri passi. Stette in piedi, fermo come un tronco, per pensare meglio e cercare d’indovinare un riparo. Gli pareva d’intravedere sagome di opunzie, cespugli, muri a secco, immersi in un’ombra dilagante, troppo lontani, gli pareva… E in quel silenzio improvviso che sembrava spiarlo, ecco di nuovo il frullato di voci e anche un istantaneo bagliore senza suono. Si sentì esposto e nudo in quella pietraia, malgrado il buio. Cercava d’indovinare la presenza d’un masso contro cui addossarsi. E fu lì che scivolò e il fracasso d’inferno che ne seguì, non era dei sassi...Era una mitragliata che gli scagliava addosso una grandine di piombo. E infatti qualcosa di caldo gli bagnò l’inguine e le gambe… “Beccato”, pensò accasciandosi e aspettando il dolore e la morte. Ma seguiva solo un’eco di sassi smossi che non capiva bene se fossero dentro o fuori dal proprio corpo… Si teneva la testa e aspettava il colpo alla nuca… Sentiva infatti l’incalzare dei passi e l’impeto perentorio delle voci, e i propri denti arrotarsi in bocca con un rumore insopprimibile e le gambe irrigidirsi dentro i pantaloni bagnati... L’anima gli uscì dal petto e come un cencio di vapore grigio restò a dondolare, infilzata in qualcosa, come un ciuffo di cardi secchi, nella pioggia nera. Era morto e non poteva farci niente.

“La morte ha una meridiana che i vivi non capiscono…Beh, quella, la morte, è un tasto di niente che interrompe i fili del corpo e del cervello…Quella se ne tornò indietro con quello straccetto d’anima forata dal cardo molentino e s’ingusciò nel cuore del…fortunato? Boh! Tasto di niente e ti svegli, sbatti le ciglia e sei tutto pancia, perché un sobbollire sordo e fastidioso ti fa tremare i visceri, e la merda ti esce dal corpo come acqua… Ecco, così…psfs”

E’ predi Atzori che fa parlare in questa guisa il povero Ranieri, che invece così proprio non sapeva parlare. Ranieri aveva percepito, sì, l’avvio del motore di quella camionetta… Solo un morto non avrebbe riconosciuto il minaccioso scaracchio di quella. La paura ha mille antenne. E Ranieri, avendone forse mille e una, non volle sapere che cosa come e sopra chi, con la pioggia e con la notte, compissero i saturni padroni del momento e della camionetta. Atterrato sotto il cappuccio di sacco coi suoi trabiccoli puntati sulle costole, volle fuggire come poteva, appiattendo il suo spessore. Ma sentì quel ronfo avvicinarsi incombente come se avesse avuto occhi per vedere lui, Ranieri, che sminuiva senza poter sparire… E allora impedì al suo corpo di conoscerne anche il peso fisico e tutto il crocchiare che, ballando, avrebbe fatto sulle ossa del suo corpo e lo slittare a vuoto dei copertoni sull’impasto di carne, sangue, merda e fango che lui stava per divenire…Piuttosto morto. Ecco. Andò così.

Ma la morte, che non ha avuto modo, a causa d’un’astuzia emozionale, d’autenticare la sua firma, mantiene tracce di reversibilità. Così Ranieri, da morto che era, si riprese giusto in tempo per udire l’attenuarsi del rombo, come di tuono che andasse a morire lontano, verso l’altipiano. E quando l’aria tacque del tutto, lo prese una gioia così intensa, così folle, che lo fece voltare faccia in su. E fu lì che si addormentò.
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Ranieri continuava a dormire come se dovesse scontare un anno intero di veglie. Ma di quando in quando quel sonno placido e stranamente solido si apriva verso finestre di sogno, nelle quali s’accendevano lampi multicolori che deflagravano in curiosi tambureggiamenti e in sarabande musicali. Poi si spegnevano e tornava il silenzio.

Una mattina i suoi occhi si aprirono come se fossero nuovi e guardavano dai vetri i ghirigori di brina che scintillavano sugli arbusti dell’orto. Si alzò senza pensare a niente e senza alcuno stupore. Cominciò a vestirsi piano piano, tendendo l’orecchio alle voci di fuori. Infatti lentamente e da varie direzioni esterne alla casa cominciò a montare un’inconsueta animazione: erano accenti familiari, femminili e infantili; poi altre voci rotolavano verso di lui scivolando oltre, sempre più numerose, come bolle rotonde che scorressero in rapida, diretta verso il fiume… E allora, sentendo vuota la casa, si fece sull’uscio: era come se tutto il paese, case comprese, andasse incontro a un’aria di vetro, gelida e pura. “Che cosa fai sull’uscio come un babbeo, Ranieri? Vieni con noi, dai!”, gli gridò Sara di Gesuina. “Ma va! Qualcuna l’aveva messo a fuoco? …Creature strane le fem…No! I tedeschi si sono squagliati?! Squagliati! Urlò per se stesso, e gli rispose una salva di martelletti pasquali. Sganciò la vecchia mastruca della buonanima e si buttò anche lui tra la folla. Anche lui entrò nella festa dei discorsi incrociati e gridati, in mezzo alle corse tortuose dei bambini che, palleggiando le cartelle scolastiche, scandivano ritmicamente: “Niente scuola, niente scuola”.Si sentì incredibilmente leggero, dimentico di ogni cosa che non fosse il respirare l’aria gelida e, come tutti, avere una nuvoletta biancastra intorno alla bocca e andare… Qualcuno aveva scovato un tricolore, qualche altro s’era messo a sventolare uno straccio rosso appeso a un manico di zappa, un gruppetto di donne teneva alto uno stendardo della Vergine e tutti a passo di marcia verso il municipio, verso Sa Panga, verso la chiesa, o forse verso l’altopiano a vedere di persona il vuoto lasciato dai tedeschi.

E già i più agili avevano preso la rincorsa in salita, e quando ebbero passato il ponte, tutti dovettero voltarsi all’unisono, come a un richiamo perentorio e universale… Le campane della chiesa s’erano sciolte e suonavano <a gloria>, festose come a Pasqua di Resurrezione, intanto che il sole già alto faceva brillare le sciolte gocce di brina sui ricami della croce in cima al campanile.

 

  




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