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Piccola riflessione contro lÂ’Elogio

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PICCOLA RIFLESSIONE CONTRO L'ELOGIO

 

Il mondo fenomenico manifesta chiaramente come bene e male siano concetti relativi, se riferiti a fatti, azioni, proprietà, interazioni. Banale esemplificarlo, negli estremi più chiari e per questo didascalici: l’acqua dona vita, in giusta dose, e distruzione se poca o troppa; il sole favorisce la vita, in giusta dose, per portare vita oltre il gelo e non bruciarla nel fuoco. La qualità senza quantità non attiene alla nostra realtà, come comunemente e/o limitatamente intesa. Così anche per la sfera più o meno immateriale. Ricevere un elogio è una carezza che solleva lo spirito, ma che può insidiarlo come una palude malsana. All’opposto la sferza del biasimo, della critica, scevra dalla malignità artificiosa degli odiatori, può essere un salutare stimolo.

«Evitiamo di essere cacciatori di illusioni, che anziché cercare la testimonianza della propria coscienza, cercano l’approvazione, l’elogio altrui e se ne beano. I suffragi che si ricevono possono essere sinceri o ipocriti» e «i primi […] sono più pericolosi dei secondi» (Paul Sédir).

Purtroppo, nel moderno e nel contemporaneo, la vita pubblica e di relazione pare essersi orientata, in modo per certi versi drammatico, verso la ricerca dell’elogio, del consenso, dell’approvazione, del voto più o meno liberamente ricevuto.

Il discorso può apparire tutt’altro che semplice o lineare se focalizzato nell’ambito della comunicazione artistica, il cui versante comunicativo è essenziale, secondo alcuni l’unico che connoti l’espressione artistica, mentre per altri il momento artistico è essenzialmente quello creativo, indipendentemente dalla sua manifestazione a terzi. Non sono un esperto di Estetica né di Storia dell’Arte, e non so argomentare meglio di così, senza tempo e volontà per approfondimenti che amplierebbero il discorso, spontandolo però dal centro cui miro.

Va da sé, simboleggiato icasticamente dalla corona d’alloro del poeta laureato, che il riconoscimento, l’affermazione, la gloria, la fama ecc ecc sono il corpo immateriale di quelle illusioni cui riferiva Sédir. Ed è, qui mi avvicino al senso di questa breve riflessione, evidente a tutti come il deflagrare dei nuovi mezzi di comunicazione, abbia irrorato e drogato il mercato delle ambizioni e la fiera delle vanità. Al punto che il metro di misura, aureo e plumbeo al tempo stesso, è il perfido simboletto del pollice in su. Vorrei citare Massimo Morasso che alcuni (quanti?) anni fa scriveva (ma, non ritrovando la fonte, lo parafraso, sperando di avvicinarmi al concetto): “lo sport preferito dai poeti è la caccia alla recensione”. Oggi, purtroppo, la nuova disciplina è la caccia ai likes, meglio se a contorno di post sui propri (quasi sempre) riconoscimenti letterari o su attenzioni alla propria attività letteraria.

Perché ciò non dovrebbe essere un fatto positivo? Infatti non lo dico, sarei contradditorio con la mia seppur parca e titubante complicità alla giostra.

Dico solo che ciò, per me, è un’insidia, un pericolo.

Mi spiego e lo faccio brevemente, tanto chi vuol comprendere lo ha già fatto.

E’ certamente un fatto di cui tenere conto se un proprio testo o una propria silloge riceve apprezzamenti, commenti positivi, riconoscimenti, menzioni d’onore (scusate il sorriso intrattenuto). In tutte queste azioni vige dialettica e sarebbero non secondarie le nostre valutazioni, stima e consonanze con chi apprezza, commenta, premia. Ma, aldilà del rendermi obliquo, per carattere ed entro certi e mai sufficientemente ampi limiti, alle manifestazioni di vanità, ciò che mi turba è lo sviamento potenziale dell’esito sul movente artistico, il feedback condizionante, in un circuito che non può, realisticamente, essere spezzato, ma che è il primo responsabile della paralisi di intere generazioni, dove il placet dei cosiddetti maestri è condizione essenziale o, forse peggio, dove il risuonìo di sciami di like e lo sventolio di pergamene al merito possono svilire l’atto creativo a emulazione preventiva di ciò che si sa potrà più piacere ad altri e, di ritorno, con-venire a sé, a una distanza inapparente, ma abissale, dal contra-venire a Sé.

 Antonio Terracciano - 22/05/2019 19:08:00 [ leggi altri commenti di Antonio Terracciano » ]

E’ un’opinione che mi trova molto d’accordo. Sono del parere che ciò accada soprattutto a causa del cambiamento dell’educazione, a scuola e in famiglia, negli ultimi cinquant’anni. Quando ero studente di scuola media inferiore, il voto massimo reale in ogni materia era otto (il dieci, e anche il nove, esisteva solo in teoria) , e ciò forgiava i discenti; quando poi ho fatto l’insegnante, sempre di scuola media inferiore, venivo visto con un po’ di antipatia da non poche famiglie perché, secondo loro, davo voti troppo bassi (anche se, in casi eccezionali, qualche dieci mi scappava... ) Alla scuola elementare, poi, un bel pensiero scritto da un alunno veniva chiamato "pensierino" , mentre ora spesso le maestre gli dicono: "Sei un poeta! "

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