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Siamo liberi o caporali?

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Siamo liberi o caporali?

(una specie di lettera aperta ai miei amici)

 

Volete sapere cosa faccio per sfuggire alla volgarità e alla “disinformazione” dominanti? Sia ben chiaro, vi dico ciò che faccio io, senza la pretesa che lo facciate anche voi. Ognuno si difende come sa e come può. Per prima cosa non guardo mai la televisione. Mai! L’ho rifiutata da circa trent’anni, da quando regalai il televisore che la mia defunta madre mi lasciò in eredità. Sono allergico, che posso farci? Così molti mi trovano di un’ignoranza crassa. Assai spesso non so neppure che faccia abbiano i nomi “prestigiosi” che sento nominare nella sala d’attesa del dentista o mentre faccio la coda all’ufficio postale per spedire un pacco o una raccomandata. Mi è capitato che qualcuno me ne chiedesse il parere, relativamente a non so quale prestazione o dichiarazione o evento del quale l’effimero “divo” del momento era stato protagonista. E chi è? Grande scandalo nel mio interlocutore, anzi anatema contro la mia minifesta incultura. A qualcuno al quale ho candidamente confessato di non possedere un televisore, la cosa non è parsa vera. Uno addirittura mi ha detto, letteralmente: «E che ci campi a fare?». Proprio così! È vero, giuro!

Sono felice per costui, il quale ha scoperto il vero senso della vita. Scopo della vita è guardare la televisione, altrimenti è inutile campare, salvo che io campo benissimo senza televisione e non mi suiciderò in virtù del credo del mio interlocutore. E così non ascolto più i consigli delle persone ritenute autorevoli, ma sono solo imbonitori da strapazzo, bravi, lo riconosco, a indorare la pillola e a farmela/farcela deglutire. No, non credo più ai propalatori di opinioni, che opinioni non sono, ma diktat per la coscienza. Ci colpevolizzano, capite? Colpevolizzano noi che non c’entriamo se non come ingranaggi di un meccanismo che non abbiamo fabbricato noi, ma noi subiamo. Non le voglio più ascoltare le cassandre che vogliono spaventarci, indurci a demordere, costringerci alla resa. Io ascolto voi, che siete miei amici e, come tali, condividete con me la malasorte del crimine che governa il mondo. Sulla nostra pelle e sulla pelle dei tanti derelitti della terra, stiamo sanando dalla bancarotta gli istituti di credito che riciclano gli ingenti proventi della droga, comprano e acquistano azioni in relazione non al reale andamento dell’economia, ma solo per spostare capitali dove più gli aggrada e dove meno corrono rischi. Che il crollo di un titolo mandi in miseria centinaia di migliaia di persone ai grandi speculatori interessa assai poco. Basta! Basta col denaro e le borse valori. Imploro pietà!

Ascolto chi ritengo abbia davvero qualcosa da dirmi e me ne assumo la responsabilità. Lo faccio con l’umiltà del figlio che ascolta la storia del padre che è stato in guerra,  ne è uscito apparentemente incolume, ma la guerra se la porta dentro e la trasmette alle nuove generazioni con gli artifizi del canto epico perché non risuoni, attorno al desco, ara delle memorie, l’eco della mitraglia quale lui, l’improvvisato aedo, ha udito nei giorni della tregenda. Dalla tragedia traggo gli auspici per la speranza. Perché quelli che mi seguiranno non abbiano a morire della mia guerra.

Chi sono io per arrogarmi il diritto di predicare un po’ di speranza? Un corpuscolo diasporico probabilmente, nulla di più e nulla di meno dei milioni di Ebrei che un tempo popolavano le nostre contrade, invisi, lo so, per lo più invisi per non si sa che peccato commesso. Non ho che il povero mezzo della parola e scarsa, quasi nulla, possibilità di farla udire. Che ne so? La gente non ascolta più, non legge più niente. Così dicono, se è vero che la maggior parte di noi pare affetta da sordità. Ci provo. Provo a raggiungere quei pochi che ancora hanno un po’ d’udito. Forse dovrei urlare, ma non lo so fare, non l’ho mai saputo fare, anche se sono circondato da una generazioni di urloni ciarlatani. D’altra parte l’inquinamento acustico è tale che dubito seriamente che dal frastuono possa emergere una qualche parvenza di suono intelligibile.

Io i libri li leggo, possibilmente senza pregiudizi e senza farmi condizionare dallo strombettio delle recensioni illustri, molte delle quali artatamente unte dalle case editrici che possono consentirselo, se non dagli stessi autori. Lo so perché anche a me hanno prospettato recensioni lusinghiere dietro lauto compenso. Devo dire che la procedura mi fa schifo? Ebbene sì, lo dico! Appartengo a un’esigua minoranza di idealisti che ha sempre pensato che la cultura sia una libera espressione dello spirito umano e non un prodotto da piazzare sul mercato, bene infiocchettato in relazione ai bisogni indotti degli acquirenti. Che so, il mercato vuole piangere, allora gli propino qualcosa di lacrimevole, vuole spaventarsi, allora gli confeziono gli incubi, vuole sognare, allora gli costruisco  le illusioni, brama la ripugnanza, allora gli propino l’orrore. Psicologi, sociologi e esperti di marketing danno le direttive generali, i pennivendoli eseguono senza batter ciglio. Così va il mondo. Fa brodo tutto ciò che è vendibile. Occorre solo sapere quali sono le nostre fragilità, le nostre debolezze e, perché no, i nostri vizietti, le nostre manie e il gioco è fatto. La verità non è vendibile, forse non lo è mai stata. La penso così! 

Oh, non pensiate che stia facendo il bacchettone da strapazzo. So bene che un prodotto di cultura ha dei costi, che impiega non poco lavoro e che il lavoro va retribuito. Pensate quanta gente lavora intorno a una produzione cinematografica, a uno spettacolo, a un concerto, ma anche a un libro o a una rivista. Questa gente deve campare e dunque è giusto che sia retribuita. Ovviamente da noi, dai fruitori del prodotto. Ciò premesso, credete sia possibile conciliare offerta e qualità in maniera tale che noi non manteniamo dei semplici parassiti, ma dei veri produttori di cultura? La risposta, per quanto mi riguarda, è negativa. Non pare, al momento, possibile.

Un noto conduttore televisivo, provocato da un altrettanto noto provocatore, ha dichiarato di percepire, per la trasmissione che conduce, cinquecentomila euro all’anno. È tanto? Direi proprio di sì, se penso ai tanti ragazzi che cercano lavoro e non lo trovano o, quando lo trovano, devono accontentarsi sì e no di quattrocento euro al mese. Non c’è proporzione, non c’è rapporto. Molti dei ragazzi di cui sopra sono laureati e magari hanno conoscenze e competenze per nulla da disprezzare.

Il conduttore di cui sopra, con visibile imbarazzo, ha detto che sì, è vero, cinquecentomila euro all’anno sono tanti, ma che in fondo l’emittente ci guadagna anche tanto per la quantità di sponsor che il suo programma procaccia. Più audience significa più pubblicità; più pubblicità significa maggiore introito per chi il programma produce e manda in onda. Perfetto, nulla da obiettare, tranne il sospetto che l’informazione altro non sia che una televendita più raffinata. Pensate che sia libera un’informazione del genere? Temo che lo pensiate, altrimenti il programma in questione non avrebbe un consenso così elevato.

Durante l’ultima campagna elettorale un notissimo imprenditore, nonché uomo politico, affermò che le tangenti sono la norma nei giochi di mercato per vincere la concorrenza, come dire che sono la vera anima del commercio. Per piazzare il tuo prodotto devi ungere qualcuno. Normale, no? Paghi chi può farti spazio nel “libero” mercato. Libero? Può mai esser libero un mercato condizionato dall’esborso di tangenti? Non vince chi produce meglio e a prezzi più competitivi, ma chi può pagare di più. Sarebbe come dire che, in una competizione sportiva, non vince il più bravo, ma chi si compra l’arbitro. Non male come insegnamento morale!

Mi direte che il libero mercato non è mai esistito e che, se una volta si pagavano i dazi doganali, oggi si pagano le tangenti. Avete assolutamente ragione. Ma allora perché si continua a osannare un libero mercato che non è mai esistito, se non nella fantasia di qualcuno o nella malafede di altri?

Ho detto!

Antonio Piscitelli   

 

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