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Un amore così grande

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Sto seduta ad un tavolino del bar interno al nosocomio dove Giovanna venne ricoverata.

Oramai sono tre mesi che, ogni mattina, vengo qui. Mi siedo, ordino un caffé schiumato e un micidiale croissant che farà lievitare il mio peso corporeo il più possibile, così sarà in perfetto equilibrio con l’anima: entrambi ignobilmente gravosi.

Resto almeno tre ore, con lo sguardo fisso all’entrata dell’ospedale, fumando un numero indecente di sigarette. Non faccio altro: guardo il flusso di persona in entrata e in uscita, digrignando i denti ad ogni paziente amorosamente accudito da un qualsiasi parente.

Sono occupata nel mio stalking visivo quando, come fosse sorta dal nulla, una voce maschile mi distoglie dalla mia occupazione. Vorrei girarmi e mandare affanculo questo ridicolo quanto disperato moscone. Invece, alzo gli occhi e dico: “Cosa?”

“Mi sono presentato: piacere, Sandro.”

Lo guardo e, sinceramente, tutto sembra meno uno che voglia provarci. È piuttosto giovane, almeno se lo paragono a me; è bruno, snello, alto ed ha due occhi neri che quasi non lasciano distinguere fra iride e pupilla.

“Una strana coincidenza: io mi chiamo Sandra!”

Mi sorride e si scusa per avermi disturbata: è il gestore del bar e, nel vedermi tutti i giorni seduta lì, ha sentito di doversi avvicinare. Mi chiede se, per caso, ho qualcuno ricoverato lì. Così, senza un perché, mi ritrovo a raccontargli la mia (la nostra, Amore mio bellissimo) storia.

 

- Avevo 27 anni, quando conobbi Giovanna. Fino ad allora avevo avuto solo due brevi storie, durate niente. Mi ero convinta che, nella mia condizione, era meglio rimanere sola. D’altra parte, avevo tanti amici, ero impegnata socialmente, in famiglia mi amavano e non facevano pressioni perché io mi trovassi una sistemazione autonoma. Certo, mia madre era preoccupata per me. Affermava che se avessi continuato ad allontanare gli uomini con quel mio fare “da maschio”, non avrei permesso a nessuno di capire che bella persona fossi. Quando diceva “da maschio” si riferiva alla mia indipendenza, al mio innato sarcasmo e alla tendenza a non assumere atteggiamenti che venivano reputati femminili mentre a me apparivano civettuoli e leziosi (“mi apri la bottiglietta che non ce la faccio?”, detto alla fine di un allenamento durante il quale avevo scagliato un centinaio di palloni, del peso di mezzo chilo, da una parte all’altra del perimetro di gioco e, spesso, ripetuto serie di cinquanta flessioni a bordo campo ad ogni risposta data, senza il suo permesso, all’allenatore).

Giovanna comparve nella mia vita in una soleggiata giornata autunnale, una di quelle “ottobrate” romane che tanto amo.

C’eravamo dati appuntamento in uno spiazzo nei pressi del casello autostradale di Roma. Un bel gruppo di amiche e amici che andavano all’assalto della casa di proprietà della nonna di Paola a Capalbio, armati di chitarre e spartiti vari. Lei era un’amica della nostra ospite e mi colpì immediatamente per la sua bellezza da mozzare il fiato. Alta, snella, muscolosa ma aggraziata. Una massa di riccioli neri le incorniciava il volto lievemente squadrato e illuminato da due occhi insolitamente pervinca.

Sembravamo essere state create per rappresentare gli opposti: lei olivastra e io candida, lei corvina e riccia e io bionda e liscia, lei efebica e io giunonica.

Ma si sa: gli opposti si attraggono. Sin dal primo contatto, avevo avvertito che fra noi c’era una “canale aperto”, attraverso cui cominciava a fluire un’immediata simpatia.

La sera, dopo aver cenato, su richiesta del gruppo, presi la chitarra e cominciai a intonare una canzone dietro l’altra. Malgrado avessi gli occhi attenti al libro d’accordi, non mi era sfuggito lo sguardo penetrante di Giovanna che si era appuntato addosso alla mia persona.

Poco prima che facesse giorno ci congedammo. Io uscii per fumare una sigaretta e lei mi seguì.

Ci ritrovammo affacciate ai merli delle mura medioevali del paese. Parlammo a lungo, sommessamente, scoprendo tante piccole e grandi affinità: la musica, la letteratura, le riflessioni sul senso della vita e dell’oltre… andammo a coricarci che il sole sorgeva. Quello che non immaginavamo era che stava nascendo, in quell’esatto momento, un indissolubile amore.

Quando mi resi conto d’essermi innamorata di una donna, la mia prima reazione fu di terrore allo stato puro. Era peccato. Se avessi assecondato quel sentimento avrei dovuto rinunciare alla fede nella quale ero stata educata, ai sacramenti e, pensiero atroce, alla mia famiglia. I miei genitori non avrebbero mai compreso, mai!

Il fatto era che, sapendo chiaramente d’essere ricambiata, più mi riproponevo di non incontrarla più, più la cercavo. Ad ogni incontro, il nostro rapporto si faceva più solido e appagante; ad ogni rientro a casa, la mia depressione aumentava in maniera proporzionale alle bugie che andavo raccontando. In realtà non ce ne sarebbe stato alcun bisogno ma, visto che mi sentivo terribilmente in colpa, infiorettavo di menzogne una realtà che sarebbe stata interpretata solo come una buona amicizia. A nessuno sarebbe passato per la testa che lei fosse la mia donna: era del tutto naturale che avessi una “migliore amica”.

Per Giovanna era diverso: orfana e figlia unica non aveva parente alcuno e viveva da sola già da cinque anni. Per lei, non praticante e consapevole della propria omosessualità da molti anni, tutto evolveva con più serenità e meno inciampi. Però mi comprendeva e pazientava. Ma la pazienza ha un limite: cosa stavamo aspettando? Avevamo traccheggiato per quasi tre anni a causa mia. Non potevamo continuare a salutarci da buone amiche, sotto il mio portone, ogni santa sera tranne quelle in cui, con l’ennesima scusa, rimanevo a dormire da lei.

Così mi decisi ed affrontai il primo dramma familiare. Perché dovevo andarmene? Nessuno mi cacciava di casa e, per giunta, da anni ero ormai il sostegno morale e fattivo dei miei genitori. Spiegai che i trenta anni s’avvicinavano e sentivo di dover vivere da sola. Avevo un lavoro ed un posto in cui andare a vivere: la mia amica Giovanna aveva spazio in casa e mi chiedeva un piccolo affitto. Arrivò il giorno del trasloco: me ne andai fra abbracci muti e sguardi colmi di lacrime, con il cuore a pezzi e la coscienza sporca.

Ma quello fu il giorno più bello della mia vita. La sera, a “casa nostra”, ci fu una sorta di festa nuziale, durante la quale, al cospetto dei più fidati fra amici e amiche, ci scambiammo le nostre promesse d’amore. Ci regalarono una torta a più piani sulla quale, in cima, troneggiavano due spose: una mora e l’altra bionda, infilate in due “meringosi” abiti bianchi con tanto di velo ed assolutamente identici. -

 

Sandro mi interrompe, offrendomi un bicchiere d’acqua e mi chiede: “A parte i bruciori d’anima sembra una favola. Tutto così idilliaco, come in un film da prima serata?”. Rido, roca e cupa: “No, decisamente non lo considererei un film da prima serata… in Italia? Ma immaginati. Due lesbiche monogamiche in prima serata!” E riprendo il mio racconto proprio dalla parte meno idilliaca della storia.

 

- All’inizio, a parte gli sguardi interdetti e, in alcuni casi, scandalizzati di alcuni coinquilini, tutto andava più o meno liscio. Eravamo ormai avvezze agli epiteti e alle battute sconce che ci raggiungevano, come sassate contro la nuca, quando passeggiavamo mano nella mano. Però, al contrario di Giovanna che osteggiava un’olimpica quanto efficace indifferenza, il mio carattere passionale ed emotivo mi portava a reazioni meno eleganti. Una vaffa o un dito medio alzato mi scappavano e lei mi guardava con evidente riprovazione. Era un’attivista e, nei modi e luoghi deputati, non mancava né di far sentire la sua voce né di esporsi. Però riteneva che non bisognasse “andarsela a cercare”. Da romana doc quale era, soleva ripetere: “La madre degli imbecilli è sempre incinta. Che te ne frega?”.

Poi, arrivò la sera in cui, durante una cena con i miei ineffabili colleghi, si arrivò a parlare delle leggi a favore delle coppie di fatto. La Contini, fervente cattolica e castigatrice del mal costume, smise improvvisamente di fare piedino sotto la tavola al Senigallia, contabile arcigno ma amante focoso di mogli altrui, e cominciò a pontificare su come Dio “maschio e femmina li creò”, sulla fine fatta dagli abitanti di Sodoma, sulla dottrina della Chiesa e concluse benedicendo il fatto d’essere nata in Italia, paese civile e religioso nel quale, mai e poi mai, sarebbero passate leggi a favore di “quelli”. Fino a lì, devo ammettere, Giovanna ed io non facemmo una piega, limitandoci a scuotere la testa. Prima che una delle due potesse dire la sua, il Bagatin, ragioniere e cavaliere del lavoro nonché datore di lavoro, rubizzo in volto per il troppo vino ingollato, intervenne con voce stentorea e stridula: “Du’ màsci che xe confóndan el bòfice mi me fa' rimétare; du’ fémenè, ciò, me fa' incancarìre l’osèlo!” Fu prontamente tradotto da Proietti, il più abile lecchino dell’azienda: “L’avete ‘nteso er Capoccia: du’ maschi che se scambieno er culo lo fanno rimettè ma du’ femmine jelo fanno venì duro!”. Grasse risate, botte di gomito, porcate da trivio… un successone: un po’ per somma ignoranza, molto per grande piaggeria!

Giovanna si alzò sorridente, tenendo stretto nella sinistra un bicchiere colmo di rosso e con grazia si avvicinò al vecchio che la guardò voglioso e pronto al brindisi. Una volta che gli fu accanto, levò il calice e, lentamente, ne svuotò il contenuto sulla testa canuta che, insieme a giacca, camicia e pantaloni, andò a tingersi di un bel rubino. Il Presidente fece per alzarsi ma lei lo rimise seduto sibilandogli: “Brutto maiale, sono io che vomito e ringrazia Dio che vado a farlo in strada invece che sulla tua capoccia piena di lerciume!” Poi, si rivolse a me, e mi intimò: “Sandra, alzati che ce ne andiamo. E saluta ‘sti quattro stronzi trogloditi perché tu non li vedi più!”

Mi tirai su dalla sedia con le gambe molli e tremanti e la seguii, dopo aver lanciato il tovagliolo ed un’occhiata di fuoco all’intero consesso.

In macchina non dicemmo una parola: le mani di Giovanna, aggrappate al volante, tremavano e io piangevo sommessamente, impigliata tra il disgusto per quanto accaduto e la tragica evidenza di essere rimasta disoccupata.

Lei frenò all’improvviso, facendomi sobbalzare. Eravamo ancora distanti da casa, a margine di una strada male illuminata. Si voltò verso di me, guardandomi con gli occhi colmi di un dolore inimmaginabile: “Perdonami. Non avrei dovuto. Ho scelto al posto tuo… ho fatto un casino.”

Non le risposi. Presi le sue mani e le baciai poi cominciai a lambire la sinistra, leccando via ogni rimasuglio di vino; compiuta l’opera, le dissi: “Ecco è pulita. Ora non c’è nulla che ci ricordi questa serata orrenda.”

Seguirono giorni duri, passati a consegnare curricola, postare annunci e pregare tutti i santi. Ma alla fine, arrivò una delle più belle mail che abbia mai ricevuto. Mi scriveva un’Associazione no profit; mi volevano come segretaria di redazione della loro rivista. Contratto a tempo indeterminato e una dignitosa retribuzione. Fu così che cominciai a capire che il lavoro può veramente nobilitare l’uomo.

Furono tre mesi perfetti fino al giorno in cui, mentre ero al giornale, squillò il cellulare. Avevano trovato il mio numero e mi chiedevano di recarmi prima possibile al Policlinico Casilino, presso il Pronto Soccorso dove tal Giovanna Bassi era stata portata in seguito ad un incidente d’auto.

Mi scapicollai, terrorizzata. Mi chiedevo cosa avrei fatto se l’avessi trovata morta.

Una volta giunta all’accettazione, chiesi di lei. L’infermiera mi disse cortesemente: “È una sua parente?”. Risposi che mi avevano chiamato loro, che ero la compagna e aggiunsi, quasi urlando: “È viva?” L’infermiera, visibilmente imbarazzata e infastidita, mi rispose di attendere; c’era un problema e doveva chiedere al responsabile sanitario. Mi parve fossero passate ore quando la vidi ricomparire a fianco di un giovane medico che mi comunicò che, non essendo una parente, non avrebbe dovuto dirmi nulla ma, data la grave situazione e l’indicazione espressa del mio contatto come persona da chiamare in caso di emergenze, si sentiva autorizzato a comunicarmi che Giovanna era giunta priva di conoscenza, con gravi lesioni craniche ancora da accertare con la dovuta precisione e che la stavano trasportando al reparto di neurochirurgia del CTO, alla Garbatella. Sussurrai un grazie, corsi all’auto e ripartii. Una volta al CTO, la scena si ripeté quasi invariata, non fosse per il fatto che ci misero un giorno prima di constatare che l’unica persona a cui riferire fossi io. I Carabinieri avevano accertato l’assenza di parenti o affini e, alla fine, in assenza di procedure e data la gravità delle condizioni di Giovanna, finalmente mi dissero che era stata operata d’urgenza ma posta in coma farmacologico. Sarebbe rimasta in quello stato sino al momento in cui il primario non avesse deciso che si poteva rischiare di richiamarla alla coscienza. Solo allora avrebbero potuto constatare la gravità dei danni subiti.

Chiesi di poter accedere al reparto di rianimazione negli orari stabiliti. E lì, ricominciò la trafila. A che titolo potevano accordarmi un tale permesso? Rimanevo attaccata al vetro ma potevo solo scorgere dei ciuffi rossi che spuntavano da una sorta di letto/lettiga dal quale si dipanavano mille fili. Poi, tornavo alla carica: perché gli altri potevano entrare, bardati di tuta sterile, soprascarpe e mascherina, per sussurrare ai loro cari parole che li confortassero o che confortassero loro stessi? Finalmente, al quinto giorno di degenza, comparve il primario: era una donna ed era lei che aveva operato Giovanna. Si avvicinò alla caposala e le vidi transitare in uno studiolo accanto alla sala di rianimazione. Udii chiaramente le sue parole. “Ma siete bestie o cosa? Quella è sua moglie da venticinque anni e me ne frego se non sta scritto da nessuna parte. Ora lei va, le fa indossare il necessario e la porta dalla compagna: sono stata chiara?”

Così, finalmente, ebbi modo di stare accanto a Giovanna anche se, quando il gatto non c’era, i topi tentavano di ricominciare con la loro macabra danza.

Ed il balletto riprese quando, incapace di comunicare se non con gli occhi e tetraplegica, fu trasportata nel reparto di neurochirurgia.

Potevo andare a trovarla nelle ore di visita ma, quando tentavo di avere notizie sul decorso post risveglio, la caposala, una suora arcigna e scostante, mi ripeteva stizzita che non era autorizzata visto che non ero una parente.

Le cose non andarono meglio una volta a casa. Erano passati mesi, Giovanna era stata licenziata avendo superato il periodo consentito di assenza per malattia ed essendo stata dichiarata inabile al lavoro. Ricevevamo un assegno che era poco più di un quarto dello stipendio che percepiva da lavoratrice; il CAD forniva l’assistenza di base ma io non potevo più chiedere permessi per assisterla. Mi rivolsi persino alla ASL per ottenere almeno il beneficio della 104 ma venni a scoprire che le modifiche all’originario testo dell’art. 33 comma 3° legge 104/1992, se da un lato avevano consentito di estendere il beneficio dei permessi lavorativi ai parenti ed affini non conviventi con la persona portatrice di handicap grave, avevano anche totalmente eliminato qualsiasi possibilità di interpretazione analogica della norma, al caso del convivente more uxorio che assista stabilmente la persona affetta da una grave minorazione.

Non avevamo soldi per pagare una assistenza domiciliare, io ero distrutta dalla fatica e dalla rabbia che montava ad ogni porta che mi si chiudeva in faccia e gli occhi di Giovanna si andavano spegnendo di giorno in giorno sino a quando, alle tre di un mattino invernale, si chiusero per sempre. –

 

Sandro mi porge un fazzoletto. Non me ne ero accorta ma ho il viso inondato di pianto.

Mi meraviglio: non avevo versato una sola lacrima sino a quel momento, chiusa in un livore torbido e muto che nutrivo contro tutto e tutti; ora, di fronte allo sguardo limpido di quel giovane, quell’odio si era sciolto e tramutato in una purificatrice pioggia di accorato dolore.

Sandro mi prende una mano e mi dice con dolcezza: “Posso presentanti Matteo? Matteo questa è Sandra, Sandra ti presento mio marito.”

Poi, solleva una bambinetta di colore e se la mette sulle ginocchia: “E questa è Fatima, nostra figlia. Fatima, saluta la signora!” La piccola solleva una manina paffuta e la agita verso di me.

Sandro sente di dovermi delle spiegazioni. Si erano sposati all’estero e avevano adottata la bimba. Poi, erano tornati in Italia ed avviato l’attività del bar. Ora, dopo che il Sindaco aveva registrato la loro unione, attendevano speranzosi che passasse la legge e che, finalmente, potessero essere considerati una famiglia. Lo desideravano perché era un sacrosanto diritto ma, soprattutto, per Fatima.

No, non ce la faccio. Non è invidia ma non posso tollerare la loro felicità, la speranza che ride tutto intorno a loro.

Giovanna ed io volevamo tanto avere dei figli, invecchiare insieme. Ora non c’era nulla e nessuno che potesse ridarmi ciò che mi era stato tolto: un amore così grande!

 

Sono passati tre anni: ho continuato a frequentare Sandro e Matteo, che ora sono regolarmente sposati. Fatima mi chiama nonna e spesso, i suoi papà me la affidano per qualche ora e giochiamo insieme.

So che in tanti pensate che siamo dei malati, degli anormali ma a me non interessa: sto qui che cucio un abitino a fiori per la mia nipotina e so che Giovanna, da lassù, mi guarda e sorride; ci rincontreremo un giorno, là dove l’amore non ha etichette né limiti: è solo amore e solo su esso saremo giudicati.

 Maria Musik - 23/06/2015 20:38:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

PS. Lo trovate qui http://www.scudit.net/mdgabersefossi.htm

 Maria Musik - 23/06/2015 20:34:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

Gion ed io siamo ancora insieme... ci si accapiglia ma l’amore non è bello se non è pizzicarello! Spero anche io che ci rincontreremo ancora presto e, meglio ancora, se accadrà qui... ma va bene ovunque.
Quanto al resto ... mi dilungo ma non autocitandomi ma trascrivendo di Gaber questa canzone che è stata sempre proibita dalla radio e dalla televisione italiana:

Io se fossi Dio
(e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi!)
Io se fossi Dio,
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente:
non sarei mica un dilettante!
Sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o, meglio ancora, a criticare, appunto...
cosa fa la gente.

Per esempio il piccolo borghese, com’è noioso!
Non commette mai peccati grossi!
Non è mai intensamente peccaminoso!
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sweda
lui pensa che l’errore piccolino non lo conti o non lo veda.

Per questo io se fossi Dio,
preferirei il secolo passato,
se fossi Dio rimpiangerei il furore antico,
dove si odiava, e poi si amava,
e si ammazzava il nemico!

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio,
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio,
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi!

Io se fossi Dio,
non sarei mica stato a risparmiare:
avrei fatto un uomo migliore.
Sì vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene,
ed è per questo, per predicare il giusto,
che io ogni tanto mando giù qualcuno,
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino!

Io se fossi Dio,
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio!
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India,
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna!
Che viene da dire:
Ma dopo come fa a essere così carogna?

Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei
per qualcosa di importante!
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare
e neanche tanto convinto.

Io se fossi Dio
farei quello che voglio,
non sarei certo permissivo,
bastonerei mio figlio,
sarei severo e giusto,
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto,
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia e poi gli Americani e i Russi;
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri, gli stupidi e i bigotti:
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti!

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli...

Finora abbiamo scherzato,
ma va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio
tira fuori tutto quello che gli sembra giusto.

E a te ragazza che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione,
che quell’uomo è proprio un delinquente, un mascalzone,
un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia...
Io come Dio inventato, come Dio fittizio,
prendo coraggio e sparo il mio giudizio
e dico: Speriamo che a tuo padre
gli sparino nel culo cara figlia!
così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia.

Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti e specialmente... tutti.
Che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti, avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete:
avete ancora la libertà di pensare,
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare.

Immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento!
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti!
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano!

Sì vabbe’, lo ammetto:
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia...
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia!

Ma io non sono ancora del regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli...

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente:
nel regno dei cieli non vorrei ministri
e gente di partito tra le palle,
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle!
E tutti quelli che fanno questo gioco,
che poi è un gioco di forze, ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo...
E tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo,
che siano untuosi democristiani
o grigi compagni del piccì.
Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti
finiscono così.

Io se fossi Dio,
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare a Platone,
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione;
è un uomo tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo,
che scivola sulle parole
anche quando non sembra... o non lo vuole.

Compagno radicale,
la parola "compagno" non so chi te l’ha data,
ma in fondo ti sta bene,
tanto ormai è squalificata.
Compagno radicale,
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
e dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo...
Compagno radicale,
tu occupati pure di diritti civili e di idiozia
che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare!

Compagni socialisti,
ma sì anche voi insinuanti, astuti e tondi!
Compagni socialisti,
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro,
coi vostri uomini aggiornati,
nuovi di fuori e vecchi di dentro!...
Compagni socialisti fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti!
Fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità!
Ringraziate la dilagante imbecillità!

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli...

Io se fossi Dio,
non avrei proprio più pazienza,
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale!
Voi mi direte perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale:
perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti, i giovani drogati
e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.

Io come Dio, non è che non ne ho voglia.
Io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili!
Ma come uomo, come sono e fui,
ho parlato di noi, comuni mortali:
quegli altri non li capisco, mi spavento,
non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere.
Di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto
di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento,
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.

Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto,
allora non avrei paura affatto,
così potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria,
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia!

Ecco la differenza che c’è tra noi e "gli innominabili":
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento.
Ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.

Ma io se fossi Dio,
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politici
sarei severo come all’inizio,
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora,
gli fa rabbia chi spara,
gli fa anche rabbia il fatto
che un politicante qualunque
se gli ha sparato un brigatista,
diventa l’unico statista!

Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.

Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!

Ma in fondo tutto questo è stupido perché, logicamente...
io se fossi Dio,
la terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio,
non mi interesserei di odio o di vendetta e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono!

E allora va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io...

 Robert Wasp Pirsig - 23/06/2015 20:01:00 [ leggi altri commenti di Robert Wasp Pirsig » ]

Sai quanto il tuo stile mi piaccia. Sai anche che se Dio fosse donna avrebbe di te qualcosa. E se fosse uomo, ne avrebbe di Gion. Mi piacerebbe incontrarvi più sereni. E ancora qui.

 Franco Bonvini - 21/06/2015 00:51:00 [ leggi altri commenti di Franco Bonvini » ]

A me è molto piaciuta invece, tanto che l’ ho condivisa (scusa se non ho chiesto il permesso).
Anche se il mio parere non vale perchè troppo coinvolto.
Ho una zia che l’ alzhaimer s’è presa un pò per volta fin che non era possibile tenerla a casa.
La compagna, ormai "zia" da tempo per noi, va a passare ogni giorno con lei, come farebbe ogni uomo.
Anche se non la riconosce riconosce i sorrisi e li ricambia.. come una bambina.


 Maria Musik - 20/06/2015 19:08:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

Veramente, Giovanni, credimi: non capisco perchè tu ti sia risentito. Ero sincera quando ho scritto che trovavo non solo leggittimo ma doveroso accogliere un commento non plaudente e prendere spunto da consigli e correzioni per migliorare stilisticamente. Non ero nè ironica nè risentita.
Quanto al resto abbiamo scambiato idee, differenti, sulla letteratura ma non intravedo in questo alcun motivo per rinunciare a commentare e dirsi addio... non capisco proprio: era un confronto e diventa un addio? Cosa mi è sfuggito? E se involontariamente ti ho offeso, ne sono dispiaciuta ma ripeto, credimi, non capisco come.

 Giovanni Baldaccini - 20/06/2015 17:47:00 [ leggi altri commenti di Giovanni Baldaccini » ]

Che abbia citato Céline non significa che la sua visione sia la mia; lo sappiamo, lui era un tantino "particolare". Si può benissimo non essere d’accordo neppure con Manganelli, per carità ed avere visioni personalissime della letteratura, per carità; infatti, io detesto il romanzo storico e affini. Quanto ai FATTI, essi sono FATTI: la letteratura - secondo me, ahimé, dovrebbe esserne trasfigurazione capace di rimandare a un "senso altro" che i FATTI non hanno, ma capisco che il tema è CALDO e lo scambio "letterario" estremamente difficile, come sempre quando c’è la politica di mezzo, pur avendo io, a quel che ne so, le tue stesse idee in materia. Da parte mia, non avrei mai commentato questo testo se non invitato a farlo, ma mi hai invitato e, visto che parliamo di "diversità", accetta serenamente la mia visione "diversa" - e di molto - dalla tua. A proposito, detesto anche la polemica, e dunque, visto che qui, per un verso o per un altro, non si riesce proprio ad evitarla, mi confermo nella giustezza della mia posizione di NON commentare mai e, a questo punto, mi sembra anche di NON scrivere più dove le critiche o le citazioni, anche amichevoli e comunque tanto per far vedere un po’ quanto siamo colti, vengono male interpretate e rivolte sul personale. Con i soliti saluti affettuosi ed un cordiale addio.

 Maria Musik - 20/06/2015 17:01:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

Fuori dall’argomento del giorno, non sono d’accordo con l’affermazione che la letteratura è allusione, simbolo, metafora, persino "MENZOGNA" come diceva Manganelli, mai FATTO. A meno che non si stia parlando di voler spacciare un articolo chiaramente giornalistico con un racconto... ma non è questo il caso. Se ciò che afferma Manganelli fosse vero tutti i racconti, romanzi e poesie di denuncia sociale o di carattere storico sarebbero, automaticamente, fuori dal panorama letterario mondiale. Eppure abbiamo studiato capolavori che si dipanavano raccontanto fatti, poesie che li celebravano... intere correnti letterarie sarebbero escluse dalla storia della letteratura.
Che la "la trama è roba da fruttivendole; la letteratura è stile", a parte lo snobbismo radical chic che avverto nell’uso della fruttivendola come pietra di paragone, è un paradosso. Se la trama non regge, lo stile diventa mero esercizio estetico. Sinceramente, si possono mettere in fila allusioni, simboli, metafore e menzogne finemente confezionate e non dire assolutamente nulla di sensato perchè privo dell’ossatura che è la trama di un racconto come di un romanzo. Se parliamo di poesia, forse, ci sta l’estetica pura, anche se non come assoluto, ma se stiamo nella narrativa quale narrazione può essere priva di fatti, veri o immaginari, e di un filo conduttore, magari anche sottaciuto o clamorosamente desueto e fuori dai canoni più in voga? Solo dicendo "stava camminando" si cita un fatto. Oltretutto lo stesso famoso romanzo "Il Voyage", narrando la storia di un medico che combatte durante la Prima Guerra Mondiale, poi raggiunge prima le colonie e, subito dopo gli Stati Uniti, per infine approdare in Francia dove si dedicherà alla cura dei meno abbienti, mi pare tutto meno che privo di trama e di denuncia sociale.
Quanto allo stile... non sono Céline e, quindi, pronta ad accettare ogni correzione o suggerimento stilistico ed, anche, che il mio stile sia considerato, a ragione, insufficiente e/o possa non piacere. Questo rientra nel corretto rapporto che si dve avere con il proprio ego e, soprattutto, con il lettore.

 Giovanni Baldaccini - 20/06/2015 15:30:00 [ leggi altri commenti di Giovanni Baldaccini » ]

Esatto Maria, una DENUNCIA, legittima e ben fatta, ma denuncia. La letteratura è allusione, simbolo, metafora, persino "MENZOGNA" come diceva Manganelli, mai FATTO. Un mio maestro mi avvertiva spesso: "non è importante QUELLO che dici, ma COME lo dici. Non l’ho dimenticato. O ancora, come affermava Céline, col solito tatto: "la trama è roba da fruttivendole; la letteratura è stile". Mi dispiace per le persone di cui parli e per quello che hanno subito: detesto ogni forma di persecuzione. Qui però siamo su una pagina che dovrebbe essere letteraria e di quello io parlo, senza, spero, togliere nulla al tuo pensiero; semplicemente, parlo d’altro. Un caro saluto, come sempre.

 Maria Musik - 20/06/2015 14:11:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

Caro Giovanni, accolgo il tuo commento anche perchè, in parte vero. E’ un racconto confezionato ad hoc o, almeno, giunto a conclusione e pubblicazione per questa giornata, perchè ci siano voci che si levano per disconfermare l’impressione che l’Italia della "famiglia barilla" sia l’Italia di tutti. Che non sia basato sulla realtà, però, lo disconfermo. Per scriverlo ho scelto di mescolare due storie che mi appartengono alla storia vera di una coppia more uxorio che è stata oggetto di vari giudizi in tribunale, dei quali ho letto gli atti.
Perchè ho scelto di tramutare il racconto autobiografico del mio innamoramento etero in un innamoramento lesbico? Perchè per me non fa differenza alcuna l’orientamento sessuale di chi convive e sceglie di farsi due in uno, di passare da single a coppia. La differenza, invece, c’è eccome (ed anche questo non l’ho sentito dire ma l’ho vissuto attraverso le vicissitudini di amici e conoscenti) nel riconoscimento dei diritti. L’amore è amore, il dolore è dolore e la vita è vita: non fa differenze fra sposati o conviventi, fra etero ed omo quando distribuisce i suoi carichi. Eguali carichi? Eguali doveri e eguali diritti. La parità di diritti e doveri deve essere accordata a tutti i cittadini: per me non esiste distizione che si basi su genere, inclinazione sessuale, razza, nazionalità, stato di salute fisica e mentale o qualunque altra differenza. Siamo tutti diversi ma tutti pari. Oggi la piazza urla per non concedere diritti alle coppie di fatto? La mia voce si leva. Ieri lo ha fatto contro i migranti: la mia voce si è levata. Sinceramente non mi importava molto, in questa circostanza, la cifra letteraria o estetica di ciò che ho narrato: volevo solo dire "Ma non vedete quanto male si fa agli altri quando li discriminiamo? Volete veramente condannare al dolore tante persone in nome di presunte supremazie o unicità?" E l’ho fatto come lo so fare... scrivendo.

 Giovanni Baldaccini - 20/06/2015 13:46:00 [ leggi altri commenti di Giovanni Baldaccini » ]

sono riuscito a leggere, anche se con strane colorazioni di pagina e "d’inchiostro". Che dirti Maria, una storia triste, quasi confezionata ad hoc, ben portata e commovente (se ci si potesse immedesimare, nel senso "se fosse vera", come purtroppo molte altre storie di sofferenza sono. Non prendo posizione sul tema: troppo delicato. Dico solo che l’amore non può essere sottoposto a discussione o vaglio di alcun tipo. Resta l’impressione del "confezionamento", il che significa che di "letterario" non c’è praticamente nulla, il che significa ancora che, a differenza di altri tuoi, questo non mi è piaciuto, ma anche questo non significa nulla, tranne quello che ho scritto e che è valido, ovviamente soltanto per me. Unn caro saluto.

 Giuliano Brenna - 20/06/2015 12:37:00 [ leggi altri commenti di Giuliano Brenna » ]

bellissimo e coraggioso racconto, drammaticamente reale. E c’è gente che manifesta perché la realtà sia ancora peggio. Complimenti Maria!

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