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Era rimasta contrariata. Non rispondere ai messaggi non rientrava nelle sue categorie, ma ne prendeva atto. Che le persone avessero il diritto di esprimersi come credevano era cosa giusta, ma ciò non toglieva che fosse molto difficile accettare le diversità.
Aveva tessuto l’elogio del passato e ci teneva a una considerazione da parte del destinatario.
Purtroppo in quel periodo aveva esaurito tutte le riserve, in termini di pazienza, comprensione e fiducia, compresa anche la fiducia nel futuro, e perciò tendeva a ingigantire le contrarietà. Soprattutto le critiche.
Sapeva anche lei che un corso deve insegnare delle specifiche competenze, altrimenti rimane vaghezza, ma la sua idea era che, da qualche parte, la Scuola doveva orientare verso i contenuti e, se possibile, anche verso i sentimenti. E magari i docenti che occupavano una posizione apicale avrebbero potuto, in qualche modo, indicare rimedi ai danni che erano stati prodotti nel corso dei cicli scolastici.
Le era piaciuto come aveva agito un professore del Liceo che, notando l’ impronta di un tecnicismo arido nelle linee didattiche, compreso l’insegnamento di lettere, aveva avuto il coraggio di accantonare il disegno geometrico per proporre, invece, Storia dell’Arte, trasmettendo idee e contenuti, senza farsi scomporre dalle polemiche che naturalmente si erano levate.
Ma era passato del tempo. E tutto aveva perso la sua forza.
L’età dell’ indifferenza e della sfiducia, in cui si sentiva immersa, la portava a percepire remota ipotesi che l’interessarsi all’altro e investirlo di un ruolo potesse far piacere.
Si era convinta che sollevare questioni, fino a chissà quando, significava procedere come uno spettro nella nebbia ghiacciata.

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