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Baba

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BABA

C’è una donna con la gonna lunga che sosta ogni giorno sotto il campanile o all’ingresso della Casa di Cura. Quando fa molto freddo, indossa una giacca a vento ma ai piedi ha sempre le solite ciabatte dalla zeppa scalcinata. Chiede l’elemosina ai passanti, rivolgendosi loro con parole affettuose invocanti benedizione e quella dolcezza slava che sa di fiaba raccontata davanti al focolare. È robusta, tarchiata e con un aspetto pittoresco.
Vorresti scansarla. Negare a te stesso i suoi bisogni, la sua realtà. Pensi che faccia parte di qualche racket malavitoso e che raccolga soldi per un perfido Fagin. E poi, in definitiva, non ti importa veramente di lei.
Per un attimo ricordi le zingare: quando eri bambino, viaggiavano su un carro di legno e rubavano i polli dalle case di campagna o accettavano un tozzo di pane.
Nella sua gonna lunga e variopinta, nel suo foulard di lana a fiori, nella sua mantellina prodotto di qualche telaio a domicilio il tempo si è fermato.
Le dai una moneta, poi un’altra. È così insistente e vuoi togliertela di torno al più presto.
Lei ti ha adocchiato. Forse è convinta che da te può ottenere.
Tu speri che s’intrattenga con qualcun altro che ha fermato lungo la strada, ma il suo l’occhio non ti perde, è sempre pronto a seguirti tra la folla. Ti è appresso, ti rincorre.
Tu chini il capo, stringi i denti, irrigidisci la mascella, acceleri il passo ma la Baba Jaga ti è dietro.
-Ti ho già dato, perché insisti ancora? -
-Non ho nulla da mangiare, mama. Dammi cinque euro!
Ecco, poi ne vorrà dieci, da portare alla sua associazione criminale, al suo Fagin.
Ma stamattina sei in vena. Cinque euro sono irrilevanti. E per caso li hai proprio nella tasca destra del cappotto.
-Dio ti benedica, il Signore te ne darà di più.
Non vorresti, ma ti piace sentire quell’augurio.
La rincontri ancora. Ormai staziona nei pressi della tua via. E di nuovo ti chiede.
Ti senti avvolto nel risucchio del suo modo.
Non la guardi bene in faccia. Hai paura di incontrare il suo aspetto trasandato, il viso sgualcito da una notte passata chissà dove, i segni di una miseria che imbarazza.
E poi, un giorno, succede che ti si para davanti. Ti vuol parlare d’urgenza, non riesce a tacere. Chissà perché proprio a te, tra tanti che passano per la via.
Ti fermi, non puoi darle un calcio e non vuoi neanche offenderla.
Alzi il viso e finalmente la vedi. Non ha l’aspetto della Baba Jaga. C’è qualcosa di dolce nei suoi lineamenti, gli occhi sono grandi e azzurri sopra la chirurgica spiegazzata e, mentre ti parla, si riempiono di lacrime come nei racconti.
Sciorina una storia nel suo italiano stentato che condensa la necessità di tornare al suo paese, la spesa effettuata di venticinque euro per un tampone, le angherie del marito manesco emigrato in Germania, i bisogni delle figlie affidate alla nonna, la richiesta di ottanta euro per il viaggio in pullman. Aggiunge altri particolari in modo confuso e disordinato che riguardano il permesso di soggiorno e le difficoltà a regolamentare il rimpatrio. Ti trasmette il suo dolore.
Tu sposti lo sguardo sulla valigetta in pelle nera che penzola dalla tua mano destra, il cappotto Schneiders in panno antipioggia, le scarpe testa di moro di nabuc.
Poi, la osservi un po’ inebetito. Ti è chiaro solo che ha bisogno di ottanta euro e pensi che l’uso delle carte riduce al minimo i contanti nel portafoglio.
Sospiri, resti per un attimo immobile respirando nella tua mascherina nera appena cambiata.
È una donna che ti chiede aiuto. Una madre che trascina una sofferenza di mille anni, una storia che non può lasciarti indifferente.
Sai che devi farlo. Lo sapevi fin dall’inizio. L’hai sempre saputo.
Non avrai la conferma che quei soldi saranno serviti per il viaggio di ritorno, ma dopo ti sentirai meglio, ti sentirai molto buono anche se quello sarà solo un piccolo gesto.



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