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Quel che vorrei per il mio compleanno.

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Ventitré febbraio venti ventuno Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato. Oggi è il mio compleanno (“Auguri!” - “Grazie” - “Quanti sono?” “Abbastanza per prendere atto di non aver capito una ceppa”). Quindi, siccome mi è concesso, per quel contratto che tutti abbiamo implicitamente sottoscritto il giorno della nostra venuta al mondo, di essere egocentrico e vanesio per un giorno (sì, un giorno: risparmiatevi le battute), vi annuncio i primi doni che desidererei. Vorrei che ci fosse un vaccino. Ma non per il covid – ché, tanto, ormai mi sa che ci dobbiamo convivere, con l’idea dei virus e dei batteri fetenti che ci stravolgono la vita. No: quello per l’imbecillità. Ad esempio, per chi si va a prendere l’aperitivo sul lungomare con gli amici perché vale più del rischio di ammazzare suo nonno. Vorrei una cura per quei poveri cristi che ancora molestano i gay. Sono autenticamente, miseramente cretini e, con ogni probabilità, esorcizzano qualche grosso, grossissimo problema personale, poverini. Anzi: vorrei in regalo una società così evoluta da consentire a ciascuno di essere se stesso. Anche se mi rendo conto che, poi, i cretini non fanno altro che essere se stessi, quindi l’aporia resta. Questo è un bel problema. Vorrei un minimo di dignità da parte dei nostri rappresentanti politici, che spendono tre volte tanto, dei soldi nostri, per fare la metà di quel che serve. E farlo pure male. Vorrei uno sport dove non decidono di far fuori un marciatore fuoriclasse ed il suo allenatore perché sono indesiderabili per il sistema. E, già che ci sono, magistrati coraggiosi come quel GIP a Bolzano. Vorrei che i bambini potessero essere semplicemente bambini, in ogni parte del mondo. Vorrei che le foreste restassero foreste perché abbiamo bisogno di ossigeno e possiamo anche mangiare qualche chilo di carne in meno a testa. Vorrei che fosse chiaro che no, non basta usare il deodorante. Vorrei che ciascuno parlasse di ciò che sa e per cui ha fatto esperienza o studio. E che chiedesse lumi sul resto. In questo modo, i social sarebbero un posto di autentica crescita e confronto e, alla fine, noi tutti sapremmo un po’ tutto di tutto, per davvero. (A proposito: invidio i giovani di oggi. Loro possono, con un click, accedere alla conoscenza. A quindici anni, per ascoltare (e suonare) i Notturni di Chopin, mi dovetti recare apposta alla Feltrinelli a Salerno e spendere ventimila lire. Oggi scaricherei lo spartito e mi godrei almeno tre interpretazioni diverse, guardando anche la diteggiatura… Siete fortunati, non dimenticatelo! Ah: lo siete anche per Netflix e Disney Plus, ma di quelli godo anche io, deo gratias). Vorrei che il Napoli vincesse lo scudetto, magari in tempi ragionevoli. Vorrei che novantuno punti bastassero. Come, di norma, bastano. Vorrei che indossare una gonna non significasse, agli occhi di troppi, divenire terra di conquista. E non parlo di Braveheart. Vorrei andare a vedere di nuovo Tony Tammaro dal vivo. E sempre con la medesima catarsi. Vorrei la pace nel mondo. Nel senso della pace di ciascuno con il proprio cervello, che mi sembra il primo, irrinunciabile presupposto di quella Urbis et orbis. Vorrei una Giustizia umana e nessuno al di sopra delle Leggi. Va beh, ora sto davvero esagerando, è più facile la pace nel mondo. Vorrei morire prima dei miei figli e di mia moglie. Vorrei un rimedio alla caduta dei capelli. Anzi, siccome non capisco nulla di tricologia ma sono un complottista, vorrei che rendessero pubblica la cura che, sono sicuro, esiste già. Ma quelli, invidiosi, devono vendere lozioni e prodotti inutili per i poveri uomini con troppa virilità. Vorrei vedere meno “Sì” senza accento, “pò”, “qual’è”, “Tutto apposto”. Vorrei un uso più consapevole e meno disinvolto della lingua napoletana. Vorrei che la Nutella fosse magra. Che ci vuole? L’hanno fatto con la Coca Zero, io resto fiducioso! Vorrei che, finalmente, la storia dell’Unità d’Italia venisse raccontata nelle scuole senza ipocrisie, senza nascondimenti, senza fumosi patriottismi, restituendo al Meridione almeno la dignità della verità. Sono sicuro che solo così si consegnerebbe al nostro Paese quella percezione autentica, generalizzata e consapevole di Nazione che ci manca da sempre. Vorrei tante cose, così tante che il tempo e lo spazio non basterebbero. Come tutti, credo. Ma forse, in fondo, vorrei solo conoscere me stesso, per intuire il senso della vita.

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