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A margine

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Confrontarsi con la poesia di Ivan Fedeli significa entrare in un mondo tutto suo, fortemente connotato sia a livello tematico sia a livello stilistico, che lo rendono inequivocabilmente identificabile, segno di un percorso poetico di grande coerenza, applicazione, autenticità della scrittura. Anche in questo libro troveremo quindi molte delle ambientazioni dell’autore con le quali siamo abituati a confrontarci, per lo meno nella sua più recente produzione, come ad esempio i pendolari dei tram milanesi con la loro “novanta”, i campetti di calcio alla periferia cittadina, il cielo “a voce alta” che si mostra tra i “palazzoni” di cemento: tutti gli elementi di un’umanità semplice che proprio grazie a questa sua ordinarietà sa trasmettere quell’embrione di senso che permette a Fedeli di trasformare elementi, che ai più potrebbero solo passare come insignificanti, nel suo riuscito e convincente universo poetico. Ritroveremo anche lo stile, che è una cifra poetica distintiva di Fedeli, che si affida al verso della tradizione per eccellenza, l’endecasillabo, da lui rimodulato nel corso degli anni in verso efficacemente narrativo. Ecco allora l’inserto di elementi della lingua parlata e colloquiale, la suddivisione del periodo sintattico in più versi, fra cui si instaurano enjambement vertiginosi quasi a voler replicare l’andamento naturale del parlato e renderlo così più vivo, le violazioni d’accento (di terza, di quinta) che servono a evitare la melopea a favore della concretezza prosodica, la calibrazione precisa della punteggiatura o, all’opposto, la sua omissione per accelerare il ritmo, le inversioni a effetto e gli anacoluti che riproducono la ricchezza del linguaggio di ogni giorno.

Cerchiamo però di chiarire anche le novità che ci è dato identificare in questo “A margine”, che è un libro in cui è possibile riscontrare anche importanti deviazioni o evoluzioni rispetto a un percorso di scrittura che, come si è detto, si è sviluppato con continuità e passione negli anni. Allo scopo ci avvarremo di alcune considerazioni che, solo apparentemente, sembrano esulare dall’analisi testuale e dalla critica letteraria “ortodossa”.

In algebra lineare esiste un procedimento denominato “diagonalizzazione” che consiste nel ricondurre una matrice, mediante una trasformazione lineare, a una matrice diagonale simile, dello stesso ordine della matrice di partenza. Tale processo è possibile solo a patto che gli autovalori della matrice rispondano a determinate condizioni, dette appunto di diagonalizzabilità. Identificare questi autovalori è come risalire, metaforicamente, alle radici costitutive della matrice, grazie alle quali è possibile ricavarne una rappresentazione semplificata, ma nella sua essenzialità altamente rappresentativa, quasi un condensato di significati. Ecco: credo si possa dire che Ivan Fedeli in questo nuovo lavoro proceda alla diagonalizzazione di tutta una serie di tematiche e procedimenti tecnico-formali che qui vengono sintetizzati e portati a maturazione definitiva, per restituirli al lettore in una resa poetica altamente concentrata. È in un qualche modo un libro che rappresenta la sintesi (e il punto di non ritorno) per questo autore, che immaginiamo che da qui possa ripartire per proporsi nei lavori futuri con linfa che inevitabilmente ne risulterà completamente rinnovata (e ne abbiamo già evidenza dagli inediti più recenti). 

Se lo si vuole analizzare da altra prospettiva, forse più accessibile a chi meno esperto di algebra lineare e più familiare con la geometria, è come se in questo libro il mondo tridimensionale, plasticamente reso nei precedenti lavori, venisse scomposto nelle sue proiezioni ortogonali, per dare evidenza maggiore al dettaglio, scandagliarlo, estrarne quell’ulteriore significato che va approfondito e offerto al lettore, la “meraviglia” che resta ancora da dire. Ne deriva quindi una poesia che scava maggiormente in profondità, mette a nudo il nervo scoperto, unisce alla classica terza persona narrativa di Fedeli anche riflessioni in prima persona o in seconda persona dialogante (il “tu falsovero dei poeti”?), affiora maggiormente la sfera autobiografica: è come se una poesia già di per sé fortemente personale, sempre improntata alla vita reale osservata e metabolizzata poeticamente, diventasse più intima, più intensamente esistenziale (nella direzione di quel Sartre ai cui occhiali l’autore ha voluto dedicare il titolo di uno dei suoi libri recenti). Stiamo assistendo, al contempo, da parte di Fedeli, a un attraversamento ortogonale della sua produzione poetica per intersecare gli elementi più vivi della sua produzione, offrirceli al massimo grado della loro espressività. Insomma siamo ritornati “sulla strada di Zenna”, per scoprirla fonte di nuovi stimoli creativi.

Questo nuovo Fedeli allora è capace di affascinarci con la rappresentazione, a tratti ironica a tratti malinconica, della nuova “fauna” da social network, “la nostra solitudine di massa” in cerca di una propria “appartenenza”, fosse anche semplicemente la raccolta dei like per il post di una torta fatta in casa, innestando nella sua poesia una nuova pregnanza e concretezza che va ad intercettare questa nuova istanza della contemporaneità. Insieme a questo troviamo però anche ambientazioni più crepuscolari (nell’accezione nobile del termine) ed elegiache, come nella sezione “Il mare dei poveri”, un mare d’inverno con “il suo onore da bassa stagione”, in cui si affiancano alla desolazione del paesaggio (“lattine di Fanta”, “bottiglie in plastica”, “mozziconi”) quei piccoli gesti d’amore dei protagonisti, che diventano il rimedio per porre un argine al tempo, alla sua mola onnivora, perché “così si protegge il mondo”. E questa riflessione sul passare degli anni trova ulteriore conferma nella sezione “L’amore imperfetto”, dove a essere rappresentato è l’amore in età matura o senile, quel suo resistere con piccoli atti quotidiani, attenzioni minime che aiutano però a preservarlo, difenderlo: “e non si fatica a darsi la mano / arrossendo appena, come dopo una / bugia ai tuoi al ginnasio”[…] “quei fogli / dove scrivi sarà per sempre e ancora / ci pensi e ridi sapendo che è vero”.

Di particolare pregio e forte impatto emotivo è, in particolare, la sezione “La copertina rossa”, dedicata al figlio Riccardo, “figlio / del mondo figlio mio”, che sta imparando a scrivere e che deve quindi familiarizzarsi con le regole dell’ortografia e della grammatica: ne nasce una riflessione profonda, mai banale, sul ruolo del linguaggio, la sua capacità di farsi interprete dell’uomo e del mondo. È anche una dichiarazione di poetica che Fedeli ci porge, una visione della scrittura come mezzo per esprimere l’autenticità, indagare il mondo con consapevolezza etica: “Scrivere è poi vivere si sa”, “l’idea / che un mondo intero stia in un foglio / di carta”, “Scrivi ciò che vedi così ti dicono / quasi ci fosse nel vedere un senso / compiuto”. In questi versi si manifesta quel senso di stupore verso la vita, che è compito della poesia esprimere, e si trasmette così di padre in figlio, semplicemente: “Va così la poesia / che è la vita, serve accoglierla e basta, / meravigliosamente, perché sta / nella meraviglia l’uomo, il divenire”.

Molto si potrebbe dire ancora, analizzando i testi nel dettaglio, ricchi come sono di ottimi versi capaci di indurre a riflettere, emozionare; la consegna alla brevità che una nota di lettura richiede impone tuttavia di rimandare al lettore un loro approfondimento, nel suo “a tu per tu” con la pagina scritta.

Concludendo, Ivan Fedeli conferma con questo nuovo libro la sua indiscutibile capacità di trasformare ogni piccolo accadimento, l’irrilevanza dei fatti minimi della quotidianità in materiale straordinario e ricco di valore, come se sapesse mettere a denominatore, in un’immaginaria frazione algebrica, un numero infinitesimo e in virtù di questa operazione amplificarlo, potenziarlo e rivelarne la grandezza nascosta al lettore. Leggere la poesia di Ivan Fedeli ci fa credere (o almeno sperare) che il nostro mondo sia o possa essere migliore, che la vita, nonostante tutto, abbia la forza di riscattarsi e di riscattarci, “per quelli che saranno qui / chissà quando a ereditare la terra”. E in questi nostri tempi di omologazione, mercificazione, nichilismo e utilitarismo imperanti, non è poco offrire al lettore una poesia come questa, che fa della sua raffinata semplicità e della sua perizia stilistica lo strumento per un messaggio di speranza, mai retorico, ma sempre a misura d’uomo, come “un segreto / duro ben oltre ciò che siamo dentro / da custodire a lungo come spesso / accade a chi desidera, a chi spera”.

 

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