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Exit in fiamme

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“Exit in Fiamme”, il nuovo romanzo di Luigi Balocchi, è ambientato in una Milano di un imprecisato futuro, dominata dalle holding finanziarie che si servono della tecnologia per asservire e anestetizzare la coscienza civile, la capacità di discernimento delle persone (o ciò che ne resta), il tutto per un unico scopo, il più antico di tutti: fare profitto, tanto più che lo stesso ufficio stampa del Comune è diventato SìProfitCenter, con l’unica funzione di favorire gli abusi finanziari dei potentati economici e i loro nuovi business (cibo a base di insetti, giardini di banani e palme, speculazioni edilizie, visori multimediali, prostituzione legalizzata, droghe sintetiche). Siamo nel tempo di una civiltà sulla soglia dell’abisso: la città ha ormai completamente invaso la pianura desertificandola, non esistono tracce residue di natura (se non mostruose), il clima ha avuto un totale sconvolgimento e Milano si trova alla latitudine di un nuovo tropico del Cancro che ha reso l’aria irrespirabile: una miscela di sabbia, rifiuti, afa e veleni. La città ha assunto la forma di una selva urbana dominata dall’abuso, dall’immondizia, dalla violenza gratuita, dalla prepotenza di tutti su tutti, dal ricorso al suicidio come unica via di fuga; interi palazzi prima e interi quartieri poi, perfino le persone prendono misteriosamente fuoco, per autocombustione: il tutto a rappresentare simbolicamente il sopraggiungere della fine dei tempi, in un rogo finale che possa distruggere e al tempo stesso redimere, sterminandola, un’umanità incapace di un rapporto che non sia predatorio nei confronti della natura, della propria civiltà.

In questa atmosfera surreale, eppure drammaticamente inquietante, si muove il protagonista Ludovico Tacca, giornalista in un mondo in cui l’informazione ha come unico compito sedare e blandire chiunque, impedire un confronto critico con la realtà; ma il Tacca ha mantenuto qualche residuo di autodeterminazione, di giudizio critico verso il sistema, che lo spinge a un tentativo di sabotaggio: decide di alterare gli articoli in uscita sul giornale, riscrivendoli in un linguaggio tutto infarcito di non-sense, castronerie, stupidaggini. Questo è il nucleo fondativo da cui si dipana l’azione del romanzo. Per ironia della sorte, in un mondo a rovescio, il gesto che si sarebbe pensato causa di non si sa quali duri provvedimenti censori, messa sotto accusa, condanna, diventa invece il trampolino di lancio per un avanzamento di carriera del Tacca: quel linguaggio astruso e ridicolo è proprio la “neolingua” di cui la società necessita, perché funzionale a veicolare quell’informazione, tutta pubblicità e niente contenuto, che l’ordine costituito identifica come cogente. Di qui l’adesione entusiastica della gente comune che in questa pseudo-lingua si identifica estaticamente, finalmente può respirare l’aria pura che gli manca. Balocchi ci ricorda così come in una società che è venuta meno a qualunque ideale, a un senso etico del mondo, è prima di tutto la lingua a snaturarsi, a diventare involucro vuoto, slogan. Tacca diventa artefice del nuovo linguaggio, complice, a sua insaputa, del sistema, suo utile idiota, motore di quella macchina di autodistruzione che non può se non portare alla rovina definitiva.

In realtà, con un improvviso colpo di scena, che non è nostra intenzione rivelare per non sottrarre al lettore il gusto della lettura e della sorpresa, negli ultimi capitoli la prospettiva del romanzo subisce un interessante testacoda, l’orizzonte temporale della narrazione viene riscritto: il presente, per il lettore già di per sé futuro surreale, diventa un “tempo virtuale”, il centro di un esperimento di cui il protagonista è, inconsapevolmente, cavia, anzi per sua stessa scelta vittima sacrificale, manipolazione spazio-temporale. Ma come spesso accade, quanto sembra essere immaginazione, ipotesi semplicemente supposta, si scopre poi essere fortemente radicata nella realtà, destino già di per sé scritto. I tempi sono maturi, l’annunciata apocalisse è già alle porte.

Quanto colpisce maggiormente nel romanzo, aldilà della godibilità oggettiva della lettura, delle trovate fantasiose che popolano le pagine, del ritmo incalzante che suscita curiosità e attesa e spinge il lettore a procedere di capitolo in capitolo (e questo è di per sé sempre un importante pregio in un romanzo, in cui la componente narrativa ha deciso di non abdicare al suo ruolo), quanto colpisce davvero – dicevamo – è la lingua, originalissima. E in ogni scrittura è lo stile a fare davvero la differenza, soprattutto per il lettore esigente che non crede in una letteratura “di consumo” che spesso è sinonimo di letteratura “mordi-e-fuggi”, a obsolescenza programmata. Balocchi sceglie un linguaggio di rottura, anti-convenzionale che è un pastiche di termini colloquiali, lombardismi, dialetto, gergo tecnologico, non-sense e calembour, calco biblico-profetico, slogan, linguaggi software, grammelot, il tutto combinato in una miscela linguistica davvero esplosiva, vivace, tutta sua. È il suo stile, coerente con quello dei suoi interventi come redattore del blog “Niederngasse” che ha il merito di averlo fra i suoi collaboratori. È uno stile che risente molto anche della sua pratica, non occasionale, della poesia: in certo periodare breve o brevissimo, prevalentemente paratattico, addirittura con proposizioni nominali, nel controllo del ritmo, nel ricorso alle immagini con funzione di simbolo o allegoria, c’è tutta la formazione (e la personalità) del poeta che dà valore e ricchezza alla sua scrittura. Balocchi però è anche consapevole delle peculiarità di genere che un romanzo prescrive e non cade nella trappola di fare poesia in prosa o prosa poetica: la sua è una lingua tutta azione, dinamismo, capace di farsi intreccio, storia, personaggi. Il lettore vi si immerge a capofitto, raccoglie il guanto di sfida che il romanzo gli lancia.

È una forte presa di posizione etica quella che ci invita a compiere il romanzo di Balocchi, ambientato in un futuro immaginario, reso parossisticamente, ma troppo vicino al nostro presente per lasciarci indifferenti, non indurci a un rispecchiamento e a un esame di coscienza. Più che un romanzo distopico, come qualcuno lo ha definito, è un romanzo umanista in senso lato, ecologista in senso proprio, perché ci invita a recuperare il valore dell’equilibrio uomo-natura-mondo, che è alla base di ogni società giusta, democratica nell’accezione autentica del termine: insomma, la società in cui si spererebbe di poter vivere.

 

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