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Il nome di mia madre

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Andrea Castrovinci Zenna sceglie per il proprio esordio in poesia una raccolta estremamente compatta, tutta centrata sulla figura della madre scomparsa a causa di una malattia improvvisa e fortemente debilitante, e struttura il suo lavoro in un’ampia narrazione in versi che traccia una sorta di cronistoria dalla scoperta drammatica della malattia passando per la scomparsa della madre, mentre si trova sola in una stanza d’ospedale, fino ai giorni dell’elaborazione – necessaria – del lutto: percorso in realtà che viene evidenziato in tutta la sua complessità, nell’impossibilità di superare un dolore che tale rimane, con evidenza insopprimibile. All’autore va sicuramente riconosciuto il coraggio di avere affrontato una tematica estremamente personale, scegliendo di condividerla con il lettore, puntando evidentemente a quel processo di mimesi da parte del lettore grazie alla forte partecipazione emotiva che situazioni di questo tipo – drammaticamente reali – spontaneamente inducono. E Castrovinci riesce indubbiamente nell’intento del coinvolgimento: il tema della perdita è alla radice stessa della parola poetica, è il termine con il quale è impossibile non confrontarsi, il nodo ineludibile da cui nasce la scrittura in versi.

Chiunque, nel corso della vita, attraversa esperienze ripetute di perdita delle persone amate, degli amici, di persone verso cui si ha un debito di affetto; chiunque conosce quel senso di frattura, spesso immedicabile, che deriva da questa perdita e per questo ha la possibilità di un rispecchiamento immediato nella poesia che tratta questo grumo irrisolto. È chiaro che quando questa esperienza riguarda la madre assistiamo all’ulteriore complicazione dovuta allo smarrimento della figura primaria per eccellenza: il dramma della perdita si congiunge strettamente al tema del ricongiungimento impossibile al nucleo dell’origine, da cui si viene a forza sottratti, allontanati. Questa idea di sradicamento e di disorientamento nel poter condurre ancora la propria vita, lungo un percorso di senso compiuto e equilibrato, bene emerge dai versi di Castrovinci, che mette a nudo i moti più nascosti e sinceri della sua interiorità, ma senza mai essere impudico o scontato. Scavo in profondità, evidenza degli affetti, senso dell’abbandono sono gli elementi fondamentali del libro. La loro strutturazione è consapevole, condotta con appropriatezza di mezzi.

L’autore dimostra inoltre una puntuale padronanza degli strumenti tecnici della poesia, scegliendo di impiegare forme e strutture metriche della tradizione letteraria più consolidata (incluso il sonetto, presente addirittura nella forma caudata o nella forma meno canonica del sonetto in settenari), per il resto preferendo combinazioni di endecasillabi con settenari sciolti variamente o liberamente rimati o con assonanze nel solco della lezione leopardiana. Il riferimento alla tradizione e l’impronta fondamentalmente classicistica della sua poesia si evidenzia anche dalla scelta dei versi in esergo che fanno per lo più riferimento a Pascoli, D’Annunzio e Carducci. Della sperimentazione novecentesca, della inquietudine o del salutare “disordine” della nuova poesia contemporanea si trovano poche o rarissime tracce; l’autore punta invece a una maggiore adesione alla tradizione tardo-ottocentesca e primo-novecentesca in parte osservata anche nell’uso di un linguaggio arcaizzante (ricco di apocopi, termini desueti o ricercati, iperbati, inversioni latineggianti), a tratti con un gusto crepuscolare: si tratta insomma di una scelta anti-contemporanea che viene espressamente rivendicata, forse frutto di una formazione poetica tradizionale che – l’autore ci lascia intendere – deriva direttamente dalla scuola della madre, insegnante di lettere. L’uso di questa forma espressiva vuole essere quindi anche una sorta di omaggio alla figura della madre, un voler rivolgersi a lei con il linguaggio che amava: argomento che depone a favore della scelta intrapresa. C’è quindi una precisa consapevolezza anche quando si usa una letterarietà evidente (nel riferimento a topoi della tradizione lirica del passato, come ad esempio avviene per il frequente riferimento a elementi naturali, in alcuni casi ritratti in modo molto idealizzato), in altri casi la forma colta viene ibridata con  l’impiego di un linguaggio più fresco che, dove viene fruttuosamente impiegato (con inserti colloquiali o tratti dalla vita quotidiana), dà esiti - a nostro avviso - più riusciti, convincenti.

Riportiamo un testo per esemplificare quanto argomentato finora:

 

Il giorno dei morti

 

“Gemmea l’aria il sole…”

No. Non è chiaro, affatto, questo giorno:

perdono i platani foglie sul lucido

asfalto e l’acero arrossa caduco;

i fiori notturni schiudonsi stanchi,

greve e la pioggia che plumbea grigisce:

vana illusione d’una primavera,

vano sognare quel tempo che c’era;

 

Romba la pioggia, scroscia la bufera;

giorno dei morti, mutilo mi trovi,

esile e pallido come un lenzuolo

pallido e magro, solo, solo, solo.

Novembre sei gelido come

a chi resta dei morti non resta

nient’altro che un nome.

 

Concludendo, è naturale che un’opera prima contenga al proprio interno quella componente di emulazione dei propri maestri, quella messa a fuoco, magari non sempre precisa, ma che l’esperienza saprà dosare e combinare con maggiore equilibrio. In ogni caso è apprezzabile l’idea che sottende alla coesione interna dell’opera, la capacità di indagine interiore e di colloquio con la propria solitudine che bene emergono e inducono empatia nel lettore. È innegabile l’autenticità della dizione, così come la passione sincera per il verso, il volersi mettere al suo servizio. E questo è senz’altro un valore importante, da coltivare in poesia.



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