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Fantarime Di Aprile Dolce Dormire

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FANTARIME DI APRILE DOLCE DORMIRE



Mattino di aprile, vedo uscire dalla mia penna, le prime rime primaverili ,agghindate di accenti , di punti esclamativi sole in mezzo al grande foglio bianco ove prende vita la mia forma espressiva . Versi che mi conducono lontano in un canto libero, verso un altro sogno , verso la disperazione dell’azione commessa nel senso che tergiversa ci spreme dentro un Boccaccio di peperoni imbalsamati e tutto ha un senso figurativo, inerme nel suo discernere le rime più belle , volare in alto con l’ombrello e poi stare li dove siamo sempre stati in mezzo agli altri più scemo di prima.

Continuare ad osservare dall’alto la pensosa bislacca signora filastrocca a spasso per il parco pubblico in cerca di rime da baciare , in bilico tra le righe ingiallite nella sera, ignuda sotto la luna ove al suono di cornamuse , violini elettrici, le poesiole s’accoppiano sotto le fronde fiorite d’un grande albero a forma di cuore. Rime mentecatte di cui non sì sa nulla e sarebbe interessante seguirle per strade poco illuminate, fermarsi con loro al bar a parlare per ore e ore , di come vanno certe cose ,seguirle fino in centro , vederle danzare allegre , spensierate senza tanti grilli per la testa.
Ma la vita ci ha preso la mano, ci ha condotti lontano dentro un fossa , sotto una croce ,sotto un cielo come Icaro siamo caduti dalle nuvole impressionati dal caso astronomico , copulante in ingranaggi e meccanismi minimali che hanno la corda di traverso, che hanno il cuore di acciaio, come un carillon senza coglioni . Ma la forma mi ha preso la mano e tutto diviene cosi sincero , come scivolare per strade solitarie a ridosso di mitici paesaggi verso un altro giorno ed un'altra canzone.

La gente cangia continuamente opinione si chiede perché, poi desume che sia un giorno come un altro , privo di sinistri introiti detratti dall’imposte da malvagi dirigenti dai cervelli bacati. Rime meretrici , narrate in fretta senza metri sulla lingua, uguali ad ieri forse a oggi , simile a tante altre storie , rassegnate rime metafisiche , chete, dall’aspetto di matriosche , meretrice , assassine , false fino all’osso che ti prendono per fesso, t’invitano a seguirle a salire sull’auto verde della speranza mentre tu canti la triste canzone dell’uomo che fu preso per il sedere. La da solo in attesa sulla fermata dell’autobus pronte a partire per una nuova avventura all’inferno. Con una divisa pulita , con polsini bianchi con questo cuore che non ne vuol sapere di correre , di camminare con le mutande abbassate, con te affianco dentro l’auto dei miei sogni, verso il sole, verso il mare , verso il monte dorato , verso questa ipotesi di congiunzioni e metafisica bistecca ai ferri , cotta a puntino , e quando credi che tutto sia una logica immaginativa verosimilmente bislacca, scalza quasi insignificante emerge in te l’idea che la priorità è una proprietà privata .

Rime divine in continuo movimento che continuano a remare per mari burrascosi ad essere traghettate da sponda a sponda, in speranze ed utopie ,con l’aiuto del vecchio Caronte. Emigrate rime venute da lontane , cosi lontane e senza nome , senza madre senza padre, sole come fosse nate ieri dall’ossesso della poesia di un tempo narrato troppo in fretta. Stringi il discorso in sicumera asincroni nella loro apoteosi nella loro stronzagine verginale che ti lascia sbigottito di come saremmo potuto essere senza quell’orribile cappellino sulla testa là in attesa all’ingresso dell’inferno . In viaggio nell’Ade nella forma ossessiva dell’essere, tartassato ,deriso ,offeso, calpestato, ingiustamente giudicato, trascinati nel delirio d’un era e dal suo incubo nato sulle pendici d’un monte di rifiuti, fatto di merda ,di plastica ,di sacchetti colmi
d’ ogni iniquità ,di vite consumate troppo in fretta . Forme gettate via per essere usate come recipiente ,come scusante a questa esistenza .

Cosi solitario il rimatore si consuma nel decantare l’estasi , per cadere poscia nell’oblio dei sensi, trascendere se stesso nella memoria del tempo che scorre , tempus fugit, carpe diem et memento mori . Disse tra se , credendo di aver capito ,ed ogni cosa era senza senso e senza denari , non si cantano messe , si cade inghiottiti dal caso , nella forma che trascende la questione ebraica. Si è soli nella sorte che non ritorna mai indietro a regalare il didietro, il detto e come un fatto ed i fatti dimostrano l’innocenza di ognuno , ma mai la colpa che cova nell’animo. Ed è orribile continuare a vivere in quei quartieri di periferia dove crebbe la volontà d’ essere migliori , fa salire il sangue alla testa e la rabbia di non poter cambiare , di dover ancora una volta vendere l’animo al diavolo. Per pochi versi stupidi per te che m’osservi senza capire , cosa saremo domani , cosa faremo , se costruiremo un ponte o una nuova chiesa, in viaggio verso una nuova terra che ci attende esuli figli di Eva ,
di Archimede, di Pitagora, di Socrate, di Einstein li dove i bambini giocavano a pallone schivando pallottole , manganelli , moto in corsa, dove crebbe l’erba del re di maggio.

Emozioni solinghe, bellezze sensuali e musicali , decantate lungo strade asfaltate perdute in ignari domani germogliate all’improvviso tra i righi rampicanti del mio quaderno su crinali grammaticali erbosi , invitate a partecipare alla causa penale senza alcun predicato come colpevole di fatto. Finzioni , indiscrezioni , elezioni di maggio , erezioni, congiunzioni linguistiche. Fiori di pesco , sbocciati all’improvviso in una storia d’amore e di tenebre , alla ricerca d’un nuovo senso , seducenti nell’aspetto ,morti nell’orto di casa s’ode il grido del gatto ad un tiro di schioppo da una disgrazia senza ignoranza , ratto , notte , motto , brutto , lutto , rutto concerto degli orchi sotto gli archi di san rocco ,al suono delle campane din don dan, din don dan. Dio mio c’è da uscire pazzi . Scosso , scendi , scappa , esplora , crolla , botto , rombo , bomba , ruba, ammazza, azzanna , risorgi , incula s’ode la morte ed il suo lugubre canto . Miei dolci fantarime di aprile , intuizioni canterine ,improvvisazioni leggiadre nel vento di fine aprile che danzano insieme a matti ritornelli marini. Tremanti rime birichine ,ballerine seminude , espressioni sconnesse , errori commessi, stipati in sacchi e valigie pronte ad emigrare sulla luna su di un pianeta animato dall’amore carnale , carnivoro , bisbetico , terribile, incapace di dare un significato a tutto ciò che può accadere in questa lirica gialla come un limone di Van Gogh . Aggrappati a queste indubbia ideologia , indefessi seggi e saggi lunatici ,voti ed elettori ,urbi et orbi ,rieletti e relitti d’un tempo passato ,sepolto il sacro, trionfa lo stato. Tra l’indifferenza altrui e cosi dolce lasciarsi andare , quasi dormire ,ancora, assopito, nel sonno , trascinarsi verso un nuovo giorno che verrà cantando , riassaporare la poesia e il risorto amore poi lentamente aprire le ali e lasciarsi trasportare dal vento nel vorticoso canto delle mie mite , primaverile , rime di aprile.



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