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I 75 fogli

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Lo storico francese Jules Michelet nella sua opera Il popolo del 1846 si rammarica del fatto che i geni purtroppo cancellino troppo spesso le tracce che avrebbero permesso di ricostruire la genesi della loro creazione: “Raramente conservano la serie di abbozzi che l’hanno preparata”. Lo ricorda Jean-Yves Tadié, uno dei più importanti studiosi di Proust, nella sua premessa all’ampia Notizia con cui Nathalie Mauriac Dyer correda l’edizione a sua cura di un corposo volume che recupera il nucleo originario della Recherche di Proust, quello che Tadié chiama “momento sacro”: 75 fogli (per la precisione 76) ripresi insieme ad un malloppo di manoscritti inediti che con quelle pagine “dialogano”. Il volume, uscito in Francia per Gallimard nel 2021, vede ora la luce in Italia: Marcel Proust, I 75 fogli e altri manoscritti inediti, trascritti e commentati da Nathalie Dyer, edizione italiana a cura di Daria Galateria, traduzione di Anna Isabella Squarzina, La nave di Teseo 2022, pp. 464.

Proust dunque ha lasciato ampie tracce della genesi del suo capolavoro, ma proprio di questi settantasei fogli, per ironia della sorte, s’era persa traccia. Sono stati ritrovati in casa di Bernard de Fallois alla sua scomparsa avvenuta nel 2018. A lui si devono il ritrovamento e la pubblicazione di Jean Santeuil, a cui Proust lavora fino al 1899, e degli scritti raccolti nel libro “inventato” al quale viene dato il titolo di Contro Saint-Beuve (Jean Santeuil e Contro Sainte-Beuve sono stati pubblicati da de Fallois rispettivamente nel 1952 e nel 1954 e a quel tempo il critico francese accenna anche ai “settantacinque fogli” che però tiene “nascosti”).

Questi settantacinque fogli – chiamiamoli sempre così in ossequio al titolo scelto –, redatti tra la fine del 1907 e il 1908 (ma rimaneggiati fino al 1912) costituiscono il tassello mancante tra questi due testi. Jean Santeuil è un romanzo di settecento pagine incompiuto e abbandonato, scritto in terza persona, mentre i settantacinque fogli raccolgono testi autonomi tra loro e segnano il passaggio alla prima persona e hanno un carattere fortemente autobiografico: la nonna Adèle, la mamma Jeanne e il narratore Marcel per esempio vi compaiono con i propri nomi. Tadié ipotizza che la loro stesura sia stata abbandonata perché troppo frammentaria, tanto da ricordare I piaceri e i giorni che Proust pubblica nel 1896; dall’edizione di quel suo primo libro, il venticinquenne Marcel esclude una serie di testi ritrovati sempre da de Fallois e pubblicati in Francia nel 2019, e in Italia da Garzanti nel 2021, con il titolo Il corrispondente misterioso e altre novelle inedite. Parti dei racconti compresi nei settantacinque fogli erano stati inseriti sempre da de Fallois nella sua edizione del Contro Sainte-Beuve, nel quale i motivi della Recherche sono trattati in forma saggistica, sebbene un saggismo particolare nel quale Proust immagina di parlare di Sainte-Beuve, il grande critico letterario dell’Ottocento, alla madre. Insomma, Proust sta provando la voce che si dispiegherà pienamente e grandiosamente nella sterminata narrazione della Recherche.

   Finora, mancava questa prima vera tappa, dopo il Santeuil, e cioè i misteriosi settantacinque fogli, ora ritrovati: “Come gli archeologi che cercano una chiesetta merovingia o romanica sotto la cattedrale gotica” per dirla con Tadié (p. 247), il quale precisa che “il romanzo esisterà veramente solo quando Proust avrà fatto della memoria involontaria non solo un evento psicologico fondamentale, ma il principio organizzatore della narrazione, cioè il giorno in cui ha immaginato di scrivere che tutta Combray era uscita da una tazza di tè” (p. 249). E Proust sarà così un gigante che sale sulle spalle di un nano, e il nano è sempre lui, prima dell’illuminazione definitiva.

   I settantacinque fogli, conservati in una cartellina bordeaux, comprendono sei racconti, che sono stati pubblicati ora nell’ordine in cui sono stati ritrovati, ma non si sa come Proust li avrebbe eventualmente organizzati, e non si conosce quale potesse essere l’orizzonte narrativo immaginato dall’autore. Comunque, precisa Mauriac Dyer, costituiscono un tutto autonomo, omogeneo e circoscritto: “Hanno effettivamente qualcosa del romanzo, anche se non sono ancora esattamente ‘un’ romanzo” (p. 258). I titoli, redazionali, ci fanno comprendere come qui fossero concentrati motivi e nuclei narrativi fondamentali dell’opera a venire: Una serata in campagna, La parte di Villebon e la parte di Meséglise, Soggiorno al mare, Fanciulle, Nomi nobili, Venezia. Daria Galateria, che ha curato l’edizione italiana, sottolinea come “tutte le strade che nella Recherche si incontreranno a distanza di due, tremila pagine, qui subito confluiscono” (p. 22). Ci troviamo allora davvero davanti a uno stupefacente concentrato dei motivi ispiratori dell’opera, che solo con il tempo, e grazie all’azione del tempo, avrebbero potuto dispiegarsi nelle migliaia di pagine: nel tempo a venire avrebbe respirato il tempo passato e a mano a mano ritrovato.

Il primo racconto parte da una rievocazione della nonna che si aggira in un giardino, inzaccherando la gonna: un ritratto “comico”, rafforzato dalla riproduzione di stralci di sue incomprensibili e criptate lettere, spesso neanche spedite, e che altrettanto spesso risultano indecifrabili pure alla mittente. Se qui troviamo un ritratto caricaturale della nonna, ben altra l’immagine che viene fuori successivamente, come ci ricorda Mauriac Dyer: “la nonna diventerà colei la cui tenerezza infinita, a Balbec, salva il nipote dall’angoscia. La sua agonia e la sua morte faranno di lei un personaggio tragico e sconvolgente, e soprattutto, puro” (p. 267). Dalla nonna, sempre nel primo racconto dei settantacinque fogli, si passa a parlare della mamma e vi appare l’episodio del bacio della buonanotte, struggentemente atteso dal Marcel. Fa la sua comparsa in questo racconto anche Swann, ma non è ancora lui: anzi, è sdoppiato in due archetipi, Monsieur de Bretteville, un visitatore inopportuno per il piccolo Marcel costretto appunto a separarsi dalla madre, e uno zio donnaiolo; dalla loro successiva fusione nasce uno dei personaggi fondamentali e indimenticabili della Recherche, che viene creato nel Cahier 4, ripreso nello stesso volume de I 75 fogli nella sezione dedicata agli Altri manoscritti, quadernonel quale in particolare confluiscono altri importanti episodi. Come sottolinea Mauriac Dyer è in questo Cahier 4 che avviene la contaminazione tra il contenuto dei settantacinque fogli e il contenuto del Contro Sainte-Beuve, l’innesto di un progetto nell’altro: “Potrebbe anche essere visto come la felice confluenza di due fiumi, uno dei quali si rivelerà molto più potente. Per colui che aveva pensato di ‘non aver immaginazione’, il romanzesco prevale sulla vena autobiografica o sulla messa in scena dell’autofiction” (pp. 261-263). Per quanto riguarda i nomi reali che compaiono come tali, quello della nonna Adèle, attraverso varie metamorfosi diventa successivamente Cécile, Octavie e infine Bathilde nella Recherche; quello della madre diventa subito Maman nel Contro Sainte-Beuve, per restare tale, sempre con la maiuscola; il nome Marcel rimane nei quaderni del 1909 per scomparire e riapparire, una sola volta, nelle bozze della Prigioniera.

   Per quanto riguarda gli altri racconti dei settantacinque fogli, nel secondo compaiono le due “parti”, quella di Villebon (non ancora Guermantes) e quella di Mesèglise, che, sempre con questo nome, sarà quella di Swann. Una dedicata alle passeggiate lunghe, l’altra a quelle corte. Due mondi diversi si aprivano, nella realtà e nel sogno, al piccolo Marcel. Scrive Proust: “E Meséglise era misteriosa per me come l’orizzonte. Ma Villebon era astratta quanto un punto cardinale. Tutto per andare dalla parte di Villebon era diverso dalla passeggiata di Meséglise. E innanzitutto si partiva da una porticina del giardino dalla quale entravano solo il macellaio, il lattaio, il droghiere, e ci si trovava subito in una parte della città dove non andavamo mai, i cui abitanti ci erano sconosciuti” (p. 88, foglio 35). E straniante per Marcel è il fatto che esista una scorciatoia che unisce strade tanto diverse, a cui sono legate sensazioni visive e olfattive stimolate da fiori diversi: miosotidi e trifogli da una parte, biancospino dall’altra.

Nel terzo racconto viene anticipato il soggiorno al mare di Balbec, con la nonna con la gonna questa volta fradicia per l’acqua di mare; una questione attraversa queste pagine, se in viaggio si debbano fare nuove conoscenze, e si affaccia prepotente il bisogno di ricreare il proprio mondo nelle nuove estranee stanze alle quali conduce il viaggio intrapreso e che ci strappa alla sicurezza e alla tutela esercitata dai luoghi noti. La nonna, che compare anche, e ovviamente, in questa anticipazione di Balbec, non si perita di ignorare le persone che soggiornano nello stesso hotel e eviterebbe anche amici che dovesse incontrare se ciò dovesse sottrarre tempo al sole e al mare. Si inserisce qui l’episodio della duchessa di T. che non sa rinunciare alle sue cose e fa anticipare il suo arrivo in hotel da masserizie della vita quotidiana che l’attendono nella nuova località a darle il benvenuto: “E quando la sua automobile arrivava davanti all’hotel e lei saliva in quella che era già la sua stanza, con la sua governante che l’aspettava sulla porta, con la sua cameriera, godeva di una sorta di extraterritorialità, e non aveva la sensazione di mettere piede in terra straniera ma di continuare a vivere in uno stesso microcosmo che si spostava con lei, alle cui frontiere facevano da sentinelle la sua governante, la sua cameriera, il suo maggiordomo e il suo autista, per poi arrivare in una stanza dove avevano già preparato tutte le sue cose venute da Parigi” (p. 99, foglio 55). E sembra di ritrovare, per spostamento in un altro personaggio, le ansie, o meglio le angosce del narratore stesso, e la reiterazione delle parole che designano le figure protettive, la governante e la cameriera cui si aggiungono il maggiordomo e l’autista, serve a rafforzare questo bisogno di essere rassicurati dalla presenza di ciò che riveste, come un guscio, la normale quotidianità.

   Nel quarto racconto compaiono le Fanciulle che popoleranno All’ombra delle fanciulle in fiore, qui con il bisogno spasmodico del giovane di essere notato da loro, tanto da avvinghiarsi al braccio di Monsieur T., che crede da loro stimato mentre ne è in realtà disprezzato. Le fanciulle: “Camminavano, ridenti, altezzose, sembravano non vedere gli altri esseri umani che erano sulla spiaggia, e parlavano ad alta voce. Presto altre due, tre, della stessa specie, le avevano raggiunte e il tutto formava un conciliabolo starnazzante, che si ingrossava continuamente e per il quale il resto dell’universo sembrava non esistere” (p. 109, foglio 67).

   Ne I nomi nobili è invece la suggestione di una parola piena di echi a convogliare l’attenzione e l’interesse: “Ogni nome nobile contiene, nello spazio colorato delle sue sillabe, un castello dove dopo un sentiero impervio è dolce arrivare in un’allegra serata invernale, avvolti nella poesia del suo stagno e della sua chiesa, che a sua volta ripete innumerevoli volte il nome, e il suo stemma, sulle pietre tombali, ai piedi delle statue policrome degli antenati, nel rosone delle vetrate araldiche” (p. 119, foglio 75). E anche qui possiamo ritrovare l’ampio respiro avvolgente e inclusivo delle frasi della Recherche. Ma pure il respiro ampio della storia, che nella Recherche assaporiamo nella descrizione delle vetrate della chiesa che raffigurano gli antenati della famiglia Guermantes. E là si dice che in una chiesa, calpestando lastre iscritte e ormai illeggibili, si cammina letteralmente “sul tempo”. E, tornando al racconto dei settantacinque fogli, la sovrapposizione dei nomi è anche stratificazione storica: “cosa importa che questa famiglia sia venuta dalla Provenza a stabilirsi qui e che il suo nome sia provenzale? È diventato normanno come quelle belle ortensie rosa che si vedono da Honfleur a Valognes e da Pont-l’Èvêque a Sain-Vaast” (p. 121, foglio76).

Infine Venezia: “se da altre parti si abita sul mare, qui invece si abita in mare” (p. 133, foglio 83). E ancora: “A Venezia i canali sono le strade. Ed è in questo forse che Venezia sorprende di più, per il fatto che altrove i canali, per quanto numerosi, sono canali che attraversano la città. A Venezia non sono caneli, sono strade d’acqua, con tutta la caratterizzazione sociale che la parola strada implica. Le diverse attività della vita subiscono dunque la trasposizione che questa particolarità implica” (p. 135, foglio 85). Venezia, nella Recherche, sarà anche il luogo al quale far ritorno con la mente quando, ne Il tempo ritrovato – dunque alla fine –, con un piede su una lastra più alta e l’altro su una più bassa (siamo nel palazzo dei Guermantes), si ripresenta il gioco della memoria involontaria, il meccanismo si (ri)mette in moto riconsegnando al ricordo le pietre del battistero di San Marco, calpestate un giorno. Sì, ecco che il tempo è finalmente ritrovato.

   Ma ecco, di nuovo, Venezia e San Marco agli albori, nel racconto dei settantacinque fogli: “Con il plaid sottobraccio, e i miei Ruskin in mano, arrivo a San Marco che mi sembra diversa da una chiesa quanto Venezia da una città” (p. 137, foglio 85v).

Anche il ritrovamento dei settantacinque fogli è un tempo ritrovato: abbiamo ritrovato l’origine della creazione.

 

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