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Bobbio-Popper : analisi rapporto fra democrazia e guerra

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Da Erodoto a Hegel, passando per Protagora, Platone, Locke, Machiavelli e tanti altri, la domanda di senso di fronte alla democrazia è sovente stata tenuta in considerazione e di non poco conto; tuttavia l’inquietante fantasma della guerra, presente in ogni epoca, sembra sorprenderci al suo avvento dinanzi a tale fenomeno, dando origine a una misteriosa contrapposizione fra democrazia e guerra stessa: perché?
la democrazia, nel significato moderno in cui la intendiamo oggi, assume un incredibile valore, quasi utopico, nelle definizioni di due filosofi contemporanei quali Norberto Bobbio e Karl Raimund Popper: il primo focalizza nel “demos”, che compone la democrazia, non una massa, bensì una maggioranza, quindi un potere decisionale parziale e non globale, con conseguenza di dissidi interni che sorgono spontanei e quindi sottolineando una notevole differenza fra decisore soggetto e decisore passivo che subisce la decisione; il secondo ritiene che la democrazia sia una forma di governo sbagliata nel momento in cui si limiti ad essere un governo della maggioranza (dato che quest’ultima può governare in maniera tirannica), precisando che domandarsi “Chi debba esercitare il potere dello stato” è molto meno importante rispetto a domande sul “Come” e sul “Quanto” il potere dello Stato debba essere esercitato.
Bisogna uscire dalla stoppa e capire che uno “spin doctor” moderno non serve più a nulla: un bilancio positivo della democrazia moderna pare impossibile; sempre più spesso viene definito democratico uno Stato che poi nei fatti non lo è per nulla, qui Bobbio pone come soluzione l’isegonia socratica, espressa con la fusione fra eguaglianza di nascita ed eguaglianza legale, tuttavia, questa via appare difficile nel momento in cui, già nel mondo greco antico, la via democratica impostata su questa base trova appoggio solo nella politica di Pericle, restando pressoché ignorata in altre tappe storiche. Bobbio applica la soluzione socratica ai giorni nostri, comprendendo che l’eguaglianza naturale, da contestualizzare nell’ambito politico moderno, oggi si trova nei sentimenti di fratellanza di ispirazione cristiana e nei diritti giusnaturalisti che animarono la rivoluzione francese; tuttavia nella sua attuazione, tale fusione si rivela un fallimento e il filosofo stesso approda a un’idea di “illuminismo moderno” necessario, per raggiungere nuovamente un equilibrio e uscire dall’ “end phase” della democrazia, una fase nuova di quest’ultima, che tenga conto dei difetti e dei limiti di sé stessa ma che trascenda da questa e approdi a un’idea universale di evoluzione di tale concetto politico.
In sostanza per Bobbio la democrazia non è soltanto una forma politica che incontra ostacoli interni ed esterni a sé stessa, bensì una forma politica che incontra come ostacolo sé stessa e che deve cercare un rinnovarsi costante: nel momento in cui ciò non avviene, la conseguenza sarà logicamente un’eterna aporia interna del concetto di democrazia e al contempo un vantaggio per gli interessi dei governanti e di una ristretta cerchia di uomini che approfitteranno di tali dissidi per scopi personali.
Popper invece, dopo la critica allo storicismo, individua, nell’antitesi fra il sistema di “società chiusa” e quello di “società aperta”, l’origine del contrasto fra democrazia e totalitarismo; la società chiusa è organizzata su norme rigide e soffocanti di comportamento, quella aperta, invece, sulla salvaguardia dei diritti naturali dei suoi componenti tramite istituzioni democratiche che si possano autocorreggere (come le elezioni). Secondo Popper la società chiusa trova la massima espressione nelle ideologie di Marx (con il collettivismo totalitario) ed Hegel (in una sorta di statalismo antidemocratico), accompagnandosi a posizioni politiche foriere di atroci dolori per l’umanità, con l’inevitabile sfogo nella guerra per il sovvertimento di quest’ultime.
Il concetto di democrazia è vuoto, dice Popper, se non integrato con la possibilità, da parte dei governati, di controllare i governanti: bisogna costituire delle istituzioni politiche in modo da evitare che governanti dispotici o incapaci facciano eccessivo danno; per questo è necessario stabilire una possente linea di demarcazione fra democrazia e dittatura, dove il cambiamento sia pacifico, dove la guerra sia assente nel momento in cui la minoranza vuole uscire da una sorta di “spirale del silenzio”, se così non fosse infatti si accederebbe a un governo tirannico.
La democrazia, per Popper, offre un preziosissimo campo di battaglia per riforme ragionevoli, dato che permette l’attuazione di riforme senza violenza; per questo bisogna preservarla da pericoli ed evitare di estendere la protezione delle minoranze a coloro i quali violano la legge o che incitano al rovesciamento violento della suddetta: bisogna farlo perché se la democrazia viene distrutta allora tutti i diritti sono andati perduti!
Quello di cui la nostra società moderna necessita non sono uomini nuovi, bensì una maggiore coscienza di sé, dei propri limiti e quindi di un maggiore autocontrollo, come ci viene suggerito da Popper; la presunzione, spesso derivata da un atteggiamento conservatore, che la maggioranza abbia sempre ragione, porta inevitabilmente al conflitto con quella minoranza latitante che invece è costretta a subire la decisione: manca dunque un accordo vero fra le parti e ci si rende conto che un’ideologia non basta più, la realtà è in mutevole fieri, mentre concezioni e idee, per quanto possano essere moderne, rappresentano staticità e contrasto alle necessità, sempre diverse nella storia, dell’uomo.
Con un pretesto si fa guerra per la democrazia, un leit motiv di questi anni, tentando di portare, in luoghi dove la tirannia ha preso il sopravvento, “luce” senza fonti di quest’ultima, missione da sempre fallimentare dato che la concezione stessa di democrazia, nella storia, si è rivelata una sconfitta: solo allora la guerra appare come l’unico mezzo possibile per uscire dall’ end phase e portare chiarimento, lo strazio delle genti e il dominio psicologico, diretto a far comprendere chi sia nel giusto o chi in errore, prende il sopravvento a scapito della coscienza della realtà, inneggiando alla morte come fosse la panacea per la democrazia; purtroppo però i bilanci ci mostrano, solo alla fine, come la guerra poco di buono porti, e come l’uomo esca comunque sconfitto dall’uso della violenza come sfogo di un mancato compimento dell’eguaglianza sperata.
Qui appare più che attuale l’opinione di Popper, di costruire uno Stato cosciente di sé stesso, della umana possibilità che uomini posti come governanti, in quanto uomini, possano sbagliare: la soluzione vera allora qual è?
A parer mio, il fantasma della guerra, come l’Elena di euripidiana memoria, è un timore da sconfiggere, l’unico mezzo possibile non è certo la guerra, animata dalla disperazione più assoluta dell’uomo, quanto la consapevolezza che la democrazia si fondi sull’uomo, sia costituita dall’uomo e quindi debba tenere conto di quest’ultimo necessariamente, nella sua totalità e non parzialmente; i mezzi su cui puntare per fondare uno stato che rispetti interamente l’uomo, sono certamente le istituzioni democratiche autoregolate di cui parla Popper: elezioni, cultura, informazione, e tutte quelle modalità attraverso cui l’uomo prende coscienza e atto della realtà circostante, da fruire all’uomo in maniera genuina e non interessata, pura e non schierata, affinché l’uomo non venga condizionato ma sia costretto a stare dinanzi a una realtà che cambia costantemente, da uomo, coi propri pregi e i propri difetti.

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