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���La dimora del ritorno��� una silloge poetica di S. D. Rosati

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La dimora del ritorno - una silloge poetica di Sofia Demetrula Rosati Nuova Limina / Anterem Edizioni 2021

Tremila anni ecco dove accadde. Lei stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, lhanno fissata. Questa fortezza (Micene), una volta inespugnabile - cumulo di pietre ora - fu lultima cosa che vide Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino: verso la porta dal cui fondo non fiotta pi sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola. (*)

Sola, come la Dea Misterica di cui lautrice porta il nome, Demetra dea della natura, colei che d amore incondizionato, portatrice delle stagioni e patrona della giovinezza, il cui non esserci (oggi) era () solo un voltare di spalle, un cambio di maschera, una posa drammaturgica. Ma ci che pu sembrare un gioco effimero che sfocia nel tragico teatrale, non che luce riflessa, un ripensamento sul mito di cui, col passare del tempo (millenni), si perso il filo, smarrito nellattraversare il labirinto del vissuto, definitivamente

Tremila anni cos il verdetto del dio si mostr duraturo: nessuno le avrebbe creduto (*) mai, per leternit.

Nessuno, sebbene un fantasma si aggiri ancora, come nel passato, sui guasti dogni guerra: Troia come Micene, Varsavia come Beirut, Hanoi come Rangoon, Beirut come quante altre? contro un nemico da tempo dimenticato e i secoli inesorabili che lhanno spianate. Il sole, la pioggia, il vento, tutto cambiato invano. Immutato rimasto il cielo, un blocco dazzurro intenso, alto, distante

Ogni cosa cosmica / aveva possibilit di sguardo / su ci che era stabilito.

Cos, come nelle macchinazioni teatrali non tutto per dato per scontato, in ci lautrice restituisce alla scrittura poetica ci che va oltre il testo sponsorizzato dal mito, condividendo il suo ruolo precipuo con quello del lettore/spettatore, formalizzando una possibile trama che riversa in-presenza, quella che era lattualit misterica, assente ai nostri giorni; da cui il titolo La dimora del ritorno, per un appagante incontro con il presente

certi passi silenti e lo sguardo distratto di chi sta per partire e non ha pi a cuore ci che resta, qualche appunto qua e l sparso in casa, su fogli strappati male, perch male fa, dover lasciare parole prive di storia, sconnesse allattenzione e tenute insieme da un collante nei radi giorni di senso con la dolorante consapevolezza (dessere nullaltro che) un grafema, scaldano solo se brucio le pagine su cui scrivo, nutrono solo se diventano mercanzia.

Per quanto ci possa sembrare vuoto di senso, nella presenza del mito che si consuma il nostro e laltrui destino, di assenza nella presenza che si rinnova: dimensione e misura di un incesto edenico mai venuto meno

e non somigliavamo a nulla, ci coglieva lo stupore quando potevamo sfiorarci, emettevamo leggeri suoni bluastri, dallindistinto sapore di felci, il verde non era ancora stato codificato, vagavamo tra il giallo denso e il blu liquido.

Ancorch non bruciate le pagine scritte, leggiamo:
esistevamo, nellevanescenza del divino femminile, ne eravamo certi, perch i nostri colli lunghi, si sollevavano verso il cielo, le retine cominciavano a guizzare, emanando segnali striduli e imprecisi, spazi di mnemonizzazione quando i suoni divennero parole, conoscemmo la memoria e la dimenticanza.

Non c dimenticanza conscia nellimmutabile segreto delle cose se non la labile, inconscia adesione alla sapienza sacrificale dominata dallincertezza, che pesa sulle coscienze oscuramente, come esigenza inespressa (**), presente nei segni del ciclo annuale di morte e rinascita inerenti al mito, archetipo che possiamo contemplare solo unendo gli estremi di una qualche entit/identit astratta, profetica, veggente. Ebbene, questa la cifra incatenata che Sofia Demetrula Rosati pone davanti allo specchio del tempo, come riflesso rifratto in sequenza fino a raggiungere levaporazione.

forse questa levanescenza del divino femminile cui sottintende lautrice nel suo excursus poetico attorno al mito?

Per quanto dato sapere, rivelato nelle pagine di questa silloge, che nulla esclude alla verit sulla condizione della donna di ieri come di quella doggi, entrambe rinchiuse in una singolare normalit bench avverte si definiscono abusate e, per antonomasia, senza riscatto dal peccato originale che, in ragione di una presunta colpevolezza, si autoesclude dallessere stato commesso, che pure ancor oggi presente, sopravvissuto finanche allespiazione di un Dio misericordioso

le figlie della narrazione non conoscono la storia delle proprie antenate, madri nonne perse nei tempi, ormai ossa consunte, alcune diventate tossicodipendenti, altre malate a volte psicotiche sebbene limperfezione creata, prende la forma dal ventre ripetutamente abusato, di sagoma dalla memoria abortiva, figlia che osserva il mondo con lo sguardo di una Gorgone costernata e afflitta, da uno stupore cupo.

Per giungere poi alla bellissima supplica madre:
non mi lasciare sola
in questo vuoto che non assenza
ma compressione di colpa
domani la possibilit di poter credere che
se torno a muovermi
la materia nella quale sono immersa
mi riconoscer e sapr farsi involucro
affinch anche per me
questo universo in moto esprima
il suo senso relativo e lessere lesserci
abbandoni la posizione di quesito
per spostarsi in un luogo temporaneamente
attratto dalla ripetizione.

Come anche dice nella sua filiale invocazione:

madre, sfiora il mio corpo
districa i capelli e usali
per la tessitura
ungimi con unguenti
da te preparati
fammi sorridere cullami.

Cos di seguito, sul farsi della preghiera, la figura materna della Dea Partenogenica umanizzata nel mito che laccoglie: rinasci dal mio ventre di figlia, onde ella nacque divorando il suo destino. E bench separata da unumanizzazione che la distoglie dalleternit cui pure relegata, si fa oracolo; la cui parola (di veggente) non conosce simbolo o metafora (e dalla quale), si sempre attesa la narrazione ma la cui gola non narra e non conduce a nutrimento.

Fino alla conclusiva ammissione di colpa (unaltra) imperitura:

madre
Non fu con le parole
Che distruggemmo
I tuoi altari?

Nessuno la credette allora, nessuno le avrebbe creduto (*) quanto intessuto nella tela dei millenni. qui che lautrice si richiama al prologo, posto in apertura dogni canto in indice, per condurre il lettore/lettrice alla fonte della sua creazione poetica, si direbbe in extremis, all epilogo mitologico del suo narrare le assennatezze della dea

i suoni di flauti e danze la riportarono con lo sguardo verso il mare e la sua Salerno dove trascorse una vita lunga e feconda, dispens cure e bellezza fino allultimo dei suoi giorni, mai pi volse le spalle a levante con la consapevolezza che non esiste sapienza tanto grande da non poter essere offuscata da un solo unico errore. E allora chi pu realmente possederla?

Allo stesso modo sinterroga il poeta-lettore/lettrice-protagonista, lessere per il quale il dubbio lunica certezza

se la parola scritta fosse lunica sapienza e la poesia restasse lordine ultimo al quale poter accedere? Lunico senso, la conoscenza di ci che fra punto di partenza e divenire non pu avere significato.

allora che il mito qui contemplato, saccende di poetico afflato, impercettibile ai sensi, ineludibile la verit dell'essere che siamo: mitici eroi di una galassia ormai spenta, coscienti che un giorno non lontano gli antichi di torneranno.


Lautrice Sofia Demetrula Rosati, scrittrice e traduttrice di testi poetici dal greco moderno apparsi in diverse raccolte antologiche per le pi importanti riviste e collane editoriali, vincitrice inoltre di alcuni premi importanti del settore tra cui Premio Donna e Poesia 2012. Appassionata di tecniche calligrafiche orientali e occidentali, produce lavori di visual poetry, asemic writing e asemic calligraphy. Sue sono le significative illustrazioni grafiche interne al libro.

Note:
(*) Christa Wolf, Cassandra, E/O 1983
(**) Italo Calvino, Palomar, Mondadori 1983


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