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Le differenze tra l���immaginario maschile e femminile

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Le differenze tra l'immaginario maschile e femminile nella letteratura

 

Uno dei meccanismi presenti in un processo di idealizzazione della persona oggetto di interesse è la proiezione, ovvero la tendenza a trasferire sull’altro, proiettandole, una serie di caratteristiche, di sentimenti, di impulsi e pensieri che probabilmente ci appartengono. In questo modo l’immagine che noi abbiamo dell’altro/a è spesso distante da quello che è in realtà, per cui questi viene rivestito di alcune qualità e si tenta di immaginare una perfetta sintonia con questa persona.

Tale situazione si collega ad altri processi che riguardano la personalità di colui che tende ad idealizzare un partner: c’è chi trova qualcuno che apparentemente rivela affinità e valori condivisi, così se l’ipotetico lui/lei muta il modo di essere e di pensare, non vengono più riscontrate queste affinità e quindi viene meno l’idealità riposta in quella persona. Viceversa, vi sono persone talmente immature nella relazione con l’altro che si costruiscono l’uomo o la donna ideali, senza fare i conti con la realtà

Certe psicologie sia maschili sia femminili sono state ben analizzate da scrittori uomini in misura maggiore rispetto alle scrittrici, visto che i dati ci spingono a considerare gli scrittori in numero maggiore rispetto alle scrittrici. Le cause di questo gap si conoscono: gli uomini hanno storicamente avuto più possibilità di potersi dedicare maggiormente alla scrittura rispetto alle donne, ma è pur vero, come dice Virginia Woolf, che se le donne avessero goduto di queste opportunità, sarebbero state quei geni celebrati al posto di tanti autori di sesso maschile come Shakespeare; e “nella vita come nell’arte,” afferma sempre Virginia Woolf, “i valori delle donne non sono i valori degli uomini” (1).

È indubbio quindi che le donne raramente hanno avuto la libertà di progettare il proprio destino rispetto agli uomini, in quanto sono state spesso condannate ad una atavica emarginazione e ad essere dipendenti dall’uomo: non potevano accedere all’istruzione (se non di base) e ad una professione.  è necessario dedurre, quindi, che le vite degli uomini sono state di gran lunga più libere di quelle delle donne, perché essi hanno sempre avuto la possibilità di leggere tutti i libri messi a loro disposizione oppure assistere a tutte le rappresentazioni teatrali, frequentare circoli culturali, scambiandosi idee su come scrivere dei romanzi. Tuttavia, in queste stanze, in cui molti di loro meditavano, e nelle esclusive serate letterarie in cui gli scrittori uomini erano soliti confrontare storie e tecniche narrative, avranno certamente attinto dai racconti delle donne (nonne, nutrici, madri) ad esempio sui dolori del parto, sulle intenzioni suicide di ragazze sedotte e abbandonate, di cui hanno riempito le proprie opere.

È opportuno dunque riflettere sul fatto che i maggiori stereotipi sulla donna “salvatrice” o fonte di dannazione presenti in molti romanzi di scrittori uomini, sono il frutto dell’immaginario maschile. Prendiamo ad esempio “I tre moschettieri” di Dumas, romanzo d’avventura ambientato nella Parigi del 1600 ai tempi di Luigi XIII e del cardinale Richelieu, essi sono eroi positivi sui quali aleggia l’atmosfera romantica dell’eroe coraggioso e affascinante al servizio dei reali, il cui prototipo è D’Artagnan. Invece Athos, sembra, di contro, avere ragione della sua sadica vendetta nei confronti di Milady, quando, catturata, si ritrova sola, in balia di un tribunale di uomini offesi e traditi da lei e affidata al boia, viene decapita senza pietà per decisione di Athos. O peggio ancora accade alle cosiddette eroine della letteratura dell’Ottocento, che cercano di emanciparsi sognando un amore totalizzante, abbandonandosi ad una relazione extraconiugale, come per esempio avviene per Madame Bovary, che è bistrattata dall’autore Gustave Flaubert, nella quale proietta la parte peggiore della sua formazione romantica di cui vuole liberarsi e le continue infedeltà di Louise Colette (la sua amante); anche la descrizione della morte di Emma, che si suicida a causa dei numerosi debiti contratti, non lascia spazio alla commozione, come se fosse la logica punizione dei suoi misfatti. Un atteggiamento più rispettoso nei confronti della sua “eroina” è quello di Lev Tolstoj nel suo romanzo “Anna Karenina”. Ma la passione di Anna nei confronti del conte Vronskij, viene vissuta come scelta, a dispetto delle ipocrisie e delle convenzioni sociali, difatti il marito voleva che lei continuasse a vivere sotto il proprio tetto coniugale pur mantenendo la sua relazione; invece la Karenina rompe con gli schemi conformistici di una società legata alle apparenze, abbandonando il marito e di conseguenza anche il figlio, e subendo la condanna sociale, per cui diventa lo strumento di Tolstoj per porre l’accento sulle disparità sociali e di genere. Infatti la morte di Anna Karenina, che si suicida gettandosi sotto un treno, non toglie valore alla denuncia del disagio che sgretola l’ipocrita società conformista e la relativa integrità dell’istituzione familiare, affermando una volontà di cambiamento e di verità. In un altro romanzo di Tolstoj, dal titolo “Sonata a Kreutzer”, è evidente la consapevolezza dell’autore delle ingiustizie sociali di cui le donne erano vittime: il protagonista Pozdnysev confessa ad uno sconosciuto di aver ucciso la moglie perché sospettata di averlo tradito con un musicista, ma poi ripensa al barbaro omicidio commesso e ammette “l’abisso di errori” in cui viviamo riguardo le donne e i rapporti con loro”, come se l’autore, attraverso  le parole del personaggio, sottolinei questo sbilanciamento dei sessi frutto di una società maschilista e  che si può evincere dalla sequenza,  del capitolo XIV del romanzo (rr.59-61): “si accorda libertà alla donna nei corsi universitari e nei tribunali, ma si continua a guardare a lei come a un oggetto di godimento; insegnatele a considerare se stessa nel modo in cui la consideriamo noi, ed essa rimarrà sempre una creatura inferiore.”(2)

Altro autore che proietta le sue paure nella relazione con l’altro sesso è Henry James, il quale nella sua opera “Ritratto di signora” sembra tratteggiare un personaggio femminile che incarna la donna americana moderna: Isabel Archer, protagonista del suddetto romanzo. Isabel sembra apparentemente indipendente e, dopo aver ereditato un cospicuo patrimonio, vuole dedicarsi ai viaggi e ad una vita ricca di esperienze, senza pensare al matrimonio, ma la trappola romantica le viene tesa da Gilbert Osmond che la fa innamorare di sé e la sposa. Però l’incomprensione tra i due è frutto delle paure di Osmond per l’autonomia intellettuale di Isabel, come si evince da un passo del quarantaduesimo capitolo: “La sua mente avrebbe dovuto appartenere a lui, essere una dipendenza della sua come un giardinetto lo è di un parco di cervi. […] non voleva che fosse una stupida. Al contrario perché era intelligente che gli era piaciuta. Ma si aspettava che questa intelligenza operasse completamente a suo favore.” (3)

L’intenzione di James, in realtà, nel costruire questo personaggio femminile, è quella di sottolineare le difficoltà relazionali nella vita di coppia, soprattutto quando si corre il rischio che ci sia la sopraffazione di un elemento sull’altro. Difatti a causa del suo solipsismo, lo scrittore James non ha mai vissuto un rapporto stabile con una donna, fattore che ha determinato le sue difficoltà di relazione con l’altro sesso. Ad avere invece ben tratteggiato una donna moderna, benchè americana di adozione e non di nascita, è Edith Wharton con il personaggio di Ellen Olenska del romanzo “L’età dell’innocenza”. Ellen separatasi dal marito, uomo rude e violento, rivendica con il divorzio la sua libertà, ma ciò provoca la condanna verso di lei da parte di una società puritana e retriva qual è quella americana della fine dell’Ottocento. La Warton denuncia così queste contraddizioni di due culture falsamente perbeniste e sessiste: quella europea e quella americana.

Le opportunità degli scrittori di raccontare storie e fare della scrittura uno strumento di comunicazione per eccellenza e di affermazione del proprio talento sono state anche favorite dalla presenza di una donna.

Difatti, la scrittrice  Ginevra Bompiani nel suo libro “L’altra metà di Dio” sostiene che “all’inizio dei tempi” dal periodo del matriarcato, quando non c’erano ancora storie da leggere ma solo da ascoltare, e poiché “anche le storie hanno il loro inconscio”, la narrativa degli uomini non sarebbe altro che la parte sepolta e oscura della narrativa orale femminile.

Figure fondamentali che hanno svolto un ruolo significativo nel destino di numerosi scrittori, influenzandone la scrittura, sono quelle delle madri.

Ad esempio, lo scrittore Roman Gary, nel libro autobiografico “La promessa dell’alba” idealizza la propria madre, Mina Owczynska, dandone un’immagine “monumentale”. Lei era di origini lituane e si trasferisce a Nizza con il figlio ancora adolescente, il cui nome era Roman Nacew. Nel capitolo “Una madre, troppe donne”, lo scrittore riporta il giudizio di un amico riguardo la madre dell’autore:  “vostra madre avrebbe dovuto fare il conservatorio; disgraziatamente gli avvenimenti non le hanno consentito di sviluppare il suo talento […]” lo scrittore apprende anche che era stata figlia di un orologiaio ebreo di Kursk, nella steppa russa. Di lei Roman ricorda “una voce melodiosa […]; un riso spento di una felicità stupefacente […], un profumo di mughetto, una capigliatura scura che mi cade a ondate sulla faccia”. (4)

Fu sempre la madre a voler cambiare il nome di Roman in Romain Gary, come pseudonimo, perché più idoneo per un futuro scrittore rispetto al suo cognome russo: il cognome Gary ricordava il nome di un divo del cinema americano (Gary Cooper), benchè “Gary” è il modo imperativo russo che significa “brucia”, in quanto la madre sperava che il figlio, infervorato dalla passione della scrittura, potesse un giorno diventare un grande scrittore e un uomo di successo.

In realtà, altre donne hanno avuto un ruolo importante nella vita di Romain Gary per la sua formazione di uomo e di scrittore e se pose fine alla sua vita con un suicidio meditato ad arte (di cui parla nel romanzo “Vita e morte di Emile Jair”), lo fece per la paura di invecchiare e di perdere tutte le sue energie vitali.

Un rapporto più conflittuale ebbe invece lo scrittore Alberto Moravia con la propria madre, che influì fin dall’età adolescenziale, nel far maturare in lui un’ambiguità dal punto di vista sessuale: una forma di omosessualità latente, palpabile in molti suoi romanzi. Ad esempio, il ritratto di una madre fredda e distaccata si evince nel romanzo “Agostino”, in cui è pure ben delineata psicologicamente l’esperienza omosessuale del protagonista oppure ne “Il conformista”, nel quale il personaggio della moglie del professor Quadri, circuisce con ambiguo interesse Giulia, moglie di Marcello Clerici.

Se il rapporto edipico di Moravia con la madre condizionò le sue relazioni con le donne, in Kafka la relazione con l’altro si instaura in modo problematico, a causa dell’ostilità e dell’odio dello scrittore nei confronti del padre; questa conflittualità si ripercuoterà difatti sulla sua sfera sentimentale e nei rapporti con le donne, per le quali Kafka nutrì morbose e selvagge passioni, con una totale assenza di equilibrio (infatti non si sposò mai).

 

 

Un altro tema di cui gli uomini hanno nutrito la letteratura è quello del coraggio, del senso dell’onore, e della guerra, come   violenza distruttiva e crudeltà. Tolstoj in “Guerra e pace” come in molti altri suoi romanzi descrive la guerra come un carneficina prodotta da uomini-boia e solo pochi “uomini”, in cui prevale il senso di humanitas,  esprimono il loro eroismo denunciando la follia delle guerre e dimostrano una superiorità spirituale e morale anche nei confronti dei propri simili.

Infatti Freud nel suo saggio “Eros e Thanatos” parla della doppia natura delle pulsioni umane: quella legata alla ricerca del piacere e del desiderio e quella legata invece alla distruzione e alla morte, per cui le guerre, i genocidi e distruzioni di ogni tipo sono connaturate alla natura umana. Ma c’è da chiedersi: fino a che punto il genere femminile partecipa di questo aspetto distruttivo dell’uomo contro il proprio simile?

In effetti, nel libro “Le tre ghinee” di Virginia Woolf, pubblicato nel 1938, l’autrice, immagina di ricevere una lettera da un’associazione con una richiesta di denaro per tre cause diverse. Una di queste è la diffusione della cultura della pace attraverso la costruzione di un college che dovrebbe insegnare “non l’arte di dominare sugli altri […] di uccidere, di accumulare terra e capitale, bensì l’arte di comprendere la vita in cui si eliminano conflittualità, competitività e odio”. (5)

Oltre al tema della guerra che connota la letteratura maschile, vi è anche quello del rito di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Emblematico, a tale proposito, è il romanzo di Joseph Conrad, “La linea d’ombra”, in cui il protagonista sperimenta questa fase evolutiva con la sua capacità di essere un coraggioso uomo di mare e la guida di una nave, che gli era stata affidata, diviene una prova di virilità. Difatti, lo scrittore e critico letterario, Alberto Aros Rosa, nel saggio “L’eroe virile”, dice appunto che la linea d’ombra è la prova crudele per diventare se stessi.

A questo punto c’è da chiedersi se questo rito di passaggio fra l’età adolescenziale e quella adulta riguardi solo gli uomini e non le donne. In realtà, le prove di coraggio e resistenza al dolore sono prova di virilità per eccellenza e in tutte le civiltà sono legate all’avventura e alla capacità dell’uomo di superare diversi ostacoli. I riti di passaggio al femminile sono invece connessi ai soli cambiamenti fisiologici con l’assenza di prove da superare: nella donna il passaggio alla maturità coincide con la comparsa del ciclo mestruale, che viene vissuto a livello psicologico con timore e turbamento e la resistenza al dolore viene sperimentata durante le doglie del parto .

Se nella letteratura maschile comunque emergono questi aspetti identificatori e relazionali, ciò non significa che questo possa valere per molti scrittori, i quali non usano un linguaggio e una cultura inclini al solo mondo maschile. Raramente gli scrittori leggono opere di donne con l’intento di scoprire la loro vera visione dei sentimenti e del mondo, e difficilmente si sono immedesimati in loro, tranne qualche rara eccezione.

Tra i pochissimi intellettuali che hanno letto le donne e che hanno riconosciuto il genio femminile, anche nella loro formazione letteraria e umana, vi è lo scrittore Roberto Calasso, che nella sua opera autobiografica “Memè Scianca” dice: “Quella notte non finiva mai. Volevo andare avanti ad ogni costo, precipitare a capofitto nella storia, che era anche la prima storia d’amore ad avermi conquistato […] credo che fino ad allora non sapessi con esattezza che cos’è la passione […] il libro della Bronte apriva la via verso una regione ignota e fascinosa di cui nessuno parlava”. (6)

Anche la scrittrice inglese Jane Austen è stata capace di immedesimarsi nei suoi personaggi femminili, scandagliando il loro animo e riuscendo a scardinare quella cultura patriarcale e classista che vedeva i padri borghesi inglesi costringere le loro figlie a tentare l’escalation sociale, sposando ricchi aristocratici. Attraverso i personaggi di Elisabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy, l’autrice cerca di scardinare gli stereotipi della società inglese del tempo in cui l’uomo aveva bisogno di una donna sottomessa e servile che lo affiancasse negli affari pubblici per avere una propria rispettabilità sociale. La donna doveva appunto curare l’economia domestica e assicurare una stirpe. Infatti Elisabeth, rispetto alle altre donne della famiglia, risulta poco frivola e non incline ad una sistemazione matrimoniale a tutti i costi e sa mantenere alto l’onore della sua famiglia quando verrà umiliata per la sua inferiorità di classe.  Darcy, infatti, appare freddo, distaccato e sprezzante nei confronti di chi non è alla sua “altezza”, ma entrambi riescono a superare il pregiudizio dovuto alla differenza di classe e l’orgoglio che cela i loro veri sentimenti.

La modernità del personaggio di Elisabeth si vede in questo dialogo del trentaquattresimo capitolo «Fin da principio, posso quasi dire dal primo momento della nostra conoscenza, i vostri modi mi hanno rivelato tutta la vostra arroganza, la vostra presunzione e il vostro egoistico disprezzo dei sentimenti altrui. Questo è bastato a formare la base di quella disapprovazione sulla quale gli eventi successivi hanno costruito una irremovibile antipatia; […] sareste stato l’ultimo uomo al mondo che io avrei pensato a sposare!» (7), dopo che Darcy le aveva rivolto queste parole: <<Non mi vergogno dei sentimenti che vi ho palesato. Erano giusti e naturali. Vi aspettavate forse che mi rallegrassi dell’inferiorità della vostra famiglia? Che mi congratulassi di acquistare dei parenti, la cui posizione nella scala sociale è di tanto inferiore alla mia?» (8)

Successivamente invece, quando Darcy si adopererà per la felicità di una delle sorelle di Liz, acquista valore ai suoi occhi, ma soprattutto la dignità di lei fa emergere la parte veramente nobile e sentimentale di lui, che rinnega il suo orgoglio, soprattutto quando dice: << Da bambino mi hanno insegnato quello che è bene, ma senza insegnarmi a correggere il mio carattere. Mi furono dati dei buoni princìpi ma permisero che li seguissi pieno di orgoglio e di presunzione. Purtroppo, come unico maschio, e per molti anni anche come figlio unico, sono stato viziato dai miei genitori che […], permisero, incoraggiarono, quasi mi insegnarono a essere egoista e altero, […] a giudicare quasi con disprezzo tutto il resto del mondo o, perlomeno, a pensare che il giudizio e il valore degli altri era poca cosa in confronto al mio.>> (9)

Entrambi i personaggi, quindi, mettendo da parte gli aspetti negativi del loro modo di essere, riescono così a raggiungere un perfetto equilibrio etico e umano.

 

 

 

 

Bibliografia

1.    Tratto da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf

2.    Tratto da “Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj,(capitolo XIV),  trad. di Mario Visetti, Bur Rizzoli, 1980

3Tratto da “Ritratto di signora” di Henry James

4.    Tratto da “La promessa dell’alba” di Roman Gary

5.    Tratto da “Le tre ghinee” di Virginia Woolf

6.    Tratto da Memè Scianca di Roberto Calasso

7.    Tratto da “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen, cap. trentaquattresimo.

8.    Ibidem

9.    Ivi, capitolo cinquantottesimo

 

 

 

 

 

 

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