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al testo di Giuseppe lonatro
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Una città senza nome. Un tempo che non appartiene a nessuno. Dentro, l’aria sa di polvere e muffa. Lo schermo è acceso. Sta iniziando “2001: Odissea nello spazio”. Un film dimenticato, un ricordo che non appartiene più a nessuno. I vagiti rimbombano nella sala vuota. Fuori, niente cambia. Le madri li guardano senza emozione. Non c’è gioia, non c’è stupore. Solo il vuoto di chi sapeva già tutto. E allora accade. I corpi dei neonati si stirano, crescono. Minuti che diventano anni. Ossa che si allungano, muscoli che si tendono, volti che si induriscono. In pochi istanti hanno trent’anni. Nessuna infanzia, nessuna memoria. Solo carne adulta. Il film si ferma all’intervallo. La sala resta sospesa. Tre rimangono. Si siedono di nuovo, facce illuminate dal bagliore dello schermo, pronti ad affrontare il secondo tempo. Fuori, la città non ha sole. Le strade sono dritte, infinite, senza un’anima. I palazzi lisci, senza finestre, sembrano carcasse di balene vuote. L’aria è ferma, sterile. Nessun odore, nessun vento. Tutto immobile. Fermo. In lontananza, un parco. Ma gli alberi non si muovono, sembrano statue marmo messe lì da chissà quanto tempo. Non c’è vita, non c’è respiro. Solo la sensazione ossessiva di essere osservati. La domanda resta sospesa: cos’è più reale? Il film o la vita là fuori? @G.L. settembre 2024 |
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