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Venezia

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“Il gabbiano planò e andò a posarsi sulla croce del campanile che emergeva dalle acque plumbee della laguna. Altri uccelli volavano in alto, alla ricerca dei tetti che fino a qualche tempo prima offrivano loro riparo.

Era il 2029, Venezia era stata ripetutamente sommersa fino a scomparire sotto il mare, dopo mesi di piogge torrenziali alternate a caldo torrido e uragani.

I turisti affollavano i canali di San Marco replicati nei parchi a tema di tutti i continenti, e gondole di plastica traversavano i fiumi dell’Artide, offrendo divertimento ai viaggiatori attratti dalle nuove mete consigliate.

Marco era arrivato da qualche giorno in Groenlandia, seguendo i pionieri che scandagliavano le coste, da poco liberate dai ghiacci, alla ricerca di minerali rari, indispensabili per l’industria delle armi e delle comunicazioni. Il clima monsonico dell’Adriatico lo aveva spinto ad imbarcarsi, alla ricerca di terreni fertili e nuovi ricchi, come aveva fatto mille anni prima Marco Polo.

Camminando tra le case nella lunga notte polare, vide da un‘abitazione provenire una luce dai mille riflessi cangianti. Attraversò lo scarno terreno, si accostò alla finestra e guardò nella stanza illuminata: dal soffitto scendeva un lampadario di vetro finemente lavorato, con motivi floreali e pendenti di cristallo.

Nella stanza apparve una donna che si spaventò alla vista dello sconosciuto fuori dalla finestra, ma dopo averlo osservato lo invitò ad entrare con un gesto della mano.

Marco oltrepassò la soglia, si sfilò gli stivali e salutò in inglese la padrona di casa, che gli rispose nella sua lingua madre: “Entra, sei il benvenuto, solo un veneziano può guardare con quello sguardo un lampadario di Murano”.

La donna andò in cucina a preparare la moka mentre Marco rimirava i cristalli multicolori che riflettevano la luce emessa da vecchie lampadine a goccia.

Si sedettero e bevvero il caffè in silenzio.

“E’ tuo questo lampadario?”

“Sì, l’ho preso con me quando ho dovuto lasciare la mia casa invasa dalle acque. Tu cos’hai portato via?”

“Solo una gran rabbia e un’immensa nostalgia. Pensavo di essermi lasciato alle spalle entrambe, la rabbia l’ho scaricata in mare, durante il lungo viaggio che mi ha portato qui. La nostalgia era scomparsa ma è riemersa alla vista del tuo lampadario.”

Tacquero.

“È veramente esistita Venezia?” chiese Marco.

La donna socchiuse gli occhi chiari contornati da rughe e lo fissò.

“Non ne sono sicura, forse abbiamo solo sognato” rispose dopo qualche istante.

” Devo andare, sento nuovamente l’acqua salire, non voglio che anneghi anche i ricordi”.

Si abbracciarono, la donna spense la luce e Marco uscì nel buio”.

 

Lo scrittore terminò di battere sulla tastiera e guardò sconsolato fuori dalla finestra, dove un’alternanza di tetti, antenne e balconi occupavano la vista. Da mesi gli spostamenti non erano permessi a causa del virus e i suoi racconti erano tristi, permeati di malinconia. Quello che soprattutto gli mancava era la bellezza e la varietà che l’Italia era solita offrirgli. Un piccione si posò sul davanzale della finestra e lo scrittore lo guardò incuriosito.

“Sai”, disse rivolto al pennuto, “Venezia è lì ad aspettare tutti noi, quando sarà il tempo di uscire”, e si immaginò le calli e piazza San Marco, pensò al vaporetto che avrebbe preso appena fuori dalla stazione. L’uccello agitò il capo su e giù, sbatté le ali e prese il volo, scomparendo tra le case della pianura.

 

AA.VV. Caos ed Equilibrio, Volume 1°, Catartica Edizioni, Cronache della quarantena, luglio 2020

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