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Un suono bellissimo

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Era caldo, ma non afoso, e il cielo era di un azzurro intenso. Luisa stava passeggiando con il padre, contenta di vederlo così di buon umore in quell’assolato pomeriggio di luglio al mare. Da qualche anno la malattia si era manifestata e Carlo stava diventando apatico, schivo, alternando momenti di assenza con momenti di stizza quasi fanciullesca.

Si era perso spesso negli ultimi mesi e ormai c’era sempre qualcuno ad accompagnarlo nel suo girovagare, oggi era il turno di Luisa, sua madre aveva bisogno di staccare per qualche ora.

I due camminavano affiancati e Carlo sembrava attento a quello che Luisa gli stava raccontando: del suo lavoro, dei nipotini, di quello che avrebbero mangiato la sera a cena.

Carlo sorrideva, annuiva, commentava con coerenza quello che stava sentendo.

Arrivati all’incrocio si fermò di colpo, posò una mano sul braccio della figlia, la fissò e disse timidamente:

“Ti posso chiedere una cosa?”.

“Sì, certo dimmi”, gli sorrise la donna.

“Chi è Luisa? Tutti mi parlano di lei, ma io non credo di averla mai conosciuta”.

La giovane ristette con lo sguardo interdetto e rispose rapida: “Ma papà, sono io Luisa, sono tua figlia, non ti ricordi di me?”. Carlo la guardò imbarazzato, poi distolse lo sguardo e proseguì attraversando la strada con circospezione sottobraccio alla figlia.

La sera Luisa ripensò al dialogo e si rese conto che da quel giorno cominciava qualcosa di inaspettato: la malattia, come un’ombra grigia, stava cancellando anche una parte di lei. Non era più una figlia, l’amore di suo padre dopo tutti questi anni non era più un sentimento scontato, un luogo sicuro in cui rifugiarsi e trovare conforto. Come si fa a non essere figli? Senza radici, senza identità, senza più ricordi condivisi!

Sentì che il vuoto la stava soffocando. La demenza senile non le poteva fare anche questo torto, era pronta ad affrontare il decadimento organico del padre, a vederlo soffrire, ma non si aspettava di svanire come una scritta sulla lavagna. Doveva reagire, lei era la sua bambina adorata! Non poteva scomparire, doveva trovare un modo per farsi ricordare.

Nei giorni successivi Luisa cominciò a parlare con il padre di lei in terza persona:

“Luisa mi ha chiesto di te, Luisa mi ha detto di salutarti”.  

Carlo sembrava contento di quelle attenzioni, sorrideva e nel frattempo stringeva le mani della figlia, senza però dare segno di collegare il nome al volto che aveva di fronte. L’anziano parlava di sé come un ragazzo appassionato del suo lavoro a cui non vedeva l’ora di ritornare dopo la vacanza al mare, menzionava spesso i genitori e le sorelle, ma non fece più nessun riferimento al suo ruolo di padre e nonno.

I rapporti tra Carlo e Luisa procedettero nella quotidianità nei successivi mesi invernali, tra gli impegni lavorativi e famigliari della figlia e il peggioramento inesorabile del padre. La donna soffriva vedendo il malato dimagrire e farsi progressivamente più assente, come pure le pesava la consapevolezza di essere per lui solo una badante qualsiasi. 

Era un giorno di inizio primavera, Carlo e Luisa osservavano i bambini giocare, seduti su una panchina, la figlia chiacchierava come al solito e il padre non le prestava attenzione. Era da giorni che Carlo non parlava e la sua voce emerse incerta, la donna si avvicinò per sentire meglio quello che stava dicendo:

“Sai, penso di voler bene a quella Luisa di cui mi parli. Il suo nome ha un suono bellissimo”. Lo sguardo dell’anziano era limpido mentre guardava lontano.

Luisa tirò su con il naso, stava sorridendo tra le lacrime, mentre stringeva forte la mano del padre. 

 

UNA RAMPA PER L'ABISSO e gli altri racconti, Braviautori.it, ebook della Gara stagionale d'Inverno 2020 - 2021

 

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