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Tutti su da terra

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“Giro giro tondo

casca il mondo

casca la terra

tutti giù per terra”

 

Martina, seduta in cucina, piangeva mentre mangiava acini d’uva bianca. Aveva la

pancia così gonfia che credevo le sarebbe scoppiata. Occhi grandi e naso all’insù la facevano uguale uguale a mamma. Zia Betta, in piedi vicino alle scale, teneva in braccio il piccolo Leo e cantava a bassa voce una ninna nanna cercando di addormentarlo. Porte e finestre erano ben chiuse, mentre dalle fessure dei balconi entravano piccoli, intensi raggi di sole. Io rimanevo sempre stregato dal fluttuare confuso di quelle particelle di polvere che sembravano vivere solo all’interno di ogni minuscolo fascio di luce.

Avevamo chiuso tutto giusto in tempo, prima che iniziasse la fine del mondo.

Ci avevano avvertito appena successo:

“Ne hanno ammazzati cinque e poi sono scappati verso le montagne. Non li prenderanno mai e così la faranno pagare a noi”.

Fuori si sentivano un gran trambusto, rumori di macchine, camion e urla, tante urla.

All’improvviso un colpo forte… un botto secco…

La porta si spalancò sbattendo contro il muro.

La cucina venne inondata di luce proiettando l’ombra di un uomo sul pavimento.

Sembrava altissimo, enorme, gigantesco…

Per fortuna era solo l’effetto del sole di quel tardo pomeriggio di settembre.

Sul tavolo l’acqua di un bicchiere per metà vuoto e per metà pieno iniziò a ondeggiare, forse per il colpo alla porta o per le grida del diavolo:

“Raus… raus… raus…”

“Raus… raus… raus…”

“Raus… raus… raus…”

Scandì quella parola una, due, tre volte e poi ancora e ancora.

Poi urlò nuovamente qualcosa nella stessa lingua che mi era incomprensibile, ma che avevo sentito tante altre volte e che, in ogni occasione, m’incuteva una paura boia, una paura che mi colpiva dritta dritta come un pugno nella pancia.

Zia Betta strinse ancora più forte Leo al petto soffocando la ninna nanna in gola, mentre mamma, che stava in camera al piano di sopra, scese di corsa, avanzò verso l’uomo e si pose tra lui e noi. L’ombra gigantesca fu spezzata, rotta, proiettandosi per una parte sul corpo di mamma.

Quel giorno indossava una gonna lunga bianca e nel vederla così fiera andare incontro all’ignoto mi ricordò un’immagine del mio sussidiario in cui era raffigurata Minerva, dea della guerra giusta. Ricordo che chiesi alla maestra cosa fosse una ‘guerra giusta’. Non rammento la risposta, ma presi una matita e cancellai ‘guerra giusta’. Il mio sussidiario era pieno di queste correzioni con cui avrei voluto rovesciare il mondo.

L’uomo fece qualche passo ed entrò in cucina, era un soldato, la divisa lo rendeva ancora più minaccioso.

Mamma, che conosceva qualche parola di quella lingua, cercò di capire cosa volesse da noi. Non avevamo nulla che potesse interessarlo, solo qualche patata dolce messa a bollire per la cena e quell’enorme, grande cesto pieno d’uva che Martina continuava a trangugiare nonostante il gran frastuono.

Le patate avrei potuto anche lasciargliele ma l’uva di mia sorella no!

Iniziò una sorta di discussione tra il soldato e mamma, e le parole che uscivano dalla bocca di mia mamma, con la stessa lingua che m’incuteva paura, mi risuonarono dolcissime. Compresi che non era solo una questione di lingua.

Intuivo solo che stavano trattando, sembrava che mamma implorasse il soldato a non fare.

A non fare cosa?

Poi smisero di parlare.

Mamma si avvicinò, mi fece una carezza sussurrandomi:

“Fa il bravo che arrivo subito” e salì in camera.

Il soldato la seguì su per le scale.

In quel momento non capivo cosa stesse succedendo, sapevo solo che avrei voluto avere la bomba più grande del mondo per uccidere tutti i soldati.

Venti minuti che sembrarono un’eternità, poi il soldato scese e subito dopo vidi mamma sulle scale che piangeva.

Ci guardò tutti, prese un po’ dell’uva di Martina e se ne andò richiudendo la porta alle sue spalle con un piccolo calcio.

Ero bloccato, immobile, cercavo di muovermi ma non ci riuscivo: guardai Martina, poi mamma, poi zia Betta… poi ancora Martina, mamma, zia Betta…

All’improvviso riuscii a spaccare quell’interminabile frazione di tempo e mi trovai a correre fuori di casa: corsi così forte fino a raggiungerlo. Mi misi davanti per sbarrargli la strada e trattenendo le lacrime gridai con tutto il coraggio che avevo:

“Raus… raus… raus…”

Io e lui, uno a pochi metri dall’altro, uno di fronte all’altro.

D’improvviso una scarica di scoppi simili a petardi e un bruciore intenso alle gambe. Stavo sanguinando, non erano petardi, ma una raffica di mitra che mi prese in pieno sotto il bacino. Rimasi a terra, sommerso dalla polvere alzata dal convoglio dei camion che se ne stavano andando, con tutti i miei dieci anni di coraggio e la buona sorte dalla mia parte perché il soldato aveva mirato a metà del mio corpo visto che l’altra metà del conto era già stata pagata da mamma.

In quel momento non sentivo dolore, avevo solo paura che comparisse papà perché si sarebbe arrabbiato con mamma e con me per quello che era successo in quel pomeriggio.

Papà non tornò per la cena, non tornò nemmeno il giorno dopo, semplicemente non tornò.

L’anno dopo, in estate, nacque Alberto. Mamma volle che fossi io a dargli il nome. Quando lo presi in braccio per la prima volta mi sorrise e pensai che mio fratello era davvero fortunato perché non avrebbe sentito i soldati urlare, la guerra era finita. Giurai che l’avrei sempre protetto da tutto e da tutti, anche se per una cosa non avrei potuto proprio più far nulla: quel soldato se lo sarebbe portato per sempre nel cuore.

 

“Giro giro tondo

s’alza il mondo

s’alza la terra

tutti su da terra”

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