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Vincenzo Consolo e la parola dipinta: Retablo

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Breve nota biografica dell'autore

Vincenzo Consolo nasce a Sant’Agata di Militello in provincia di Messina nel 1933. Frequenta le scuole superiori a Messina ma alla fine del percorso si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università cattolica di Milano per insistenza da parte dei genitori che non volevano che il figlio frequentasse una facoltà per donne, come dicevano loro e come racconterà lo stesso scrittore. La conclusione degli studi universitari avviene però a Messina dove si laurea con una tesi sulla filosofia del diritto.
Si dedica , in Sicilia, all’attività di insegnamento presso le scuole agrarie dell’isola.
Due sono i suoi riferimenti culturali fin dall’inizio della sua attività letteraria: lo scrittore Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo, due personalità completamente diverse tra loro ma molto formative per Vincenzo Consolo che trarrà dal primo la passione per il romanzo e per il racconto della realtà storica , dal secondo la musicalità delle parole e l’amore per la poesia.
Nel 1968 si trasferisce a Milano dopo avere vinto un concorso alla Rai e in questa città rimane a lungo con frequenti spostamenti in Sicilia dove svolge attività giornalistica, in particolare per il quotidiano l’Ora di Palermo, poi soppresso.
Il suo primo libro di successo è nel 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio di argomento storico.
Un anno dopo, nel 1977, Consolo diviene consulente editoriale della Einaudi per la narrativa italiana, insieme, tra gli altri, a Italo Calvino e Natalia Ginzburg.
Queste le sue opere principali: Retablo (1987 premio letterario Recalmare Leonardo Sciascia 1988), Nottetempo, casa per casa ( premio Strega,1992), L'olivo e l'olivastro (1994), Lo spasimo di Palermo (1998), Di qua dal faro (2001). Tra i racconti: Le pietre di Pantalica (1988), Per un po' d'erba ai limiti del feudo (in Narratori di Sicilia a cura di L. Sciascia e S. Guglielmino, 1967), Un giorno come gli altri (in Racconti italiani del Novecento a cura di E. Siciliano, 1983), il racconto teatrale Lunaria (1985), Catarsi (1989).
Vincenzo Consolo vince il premio Strega nel 1992 con il romanzo “Nottetempo, casa per casa.
Muore nel 2012 all’età di 78 anni a Milano.






RETABLO


La storia

Prima parte: oratorio
Il romanzo inizia con il racconto di Isidoro - servitore assunto da don Fabrizio Clerici, pittore e protagonista principale- che brevemente descrive la storia del suo innamoramento per Rosalia e che alla fine del viaggio intrapreso al seguito di Clerici, va alla ricerca della sua donna amata e perduta. La ritrova ma solo rappresentata in una statua di gesso, opera d’arte magnifica dello scultore palermitano Serpotta. E quando chiede a questi conto e ragione della fanciulla che ha posato per lui, apprende una verità sconvolgente.

Seconda parte: peregrinazione
La seconda parte , la più lunga, è il racconto dell’aristocratico don Fabrizio.
Siamo nel 1700. L’aristocratico pittore Fabrizio Clerici, milanese, per sottrarsi alla sua passione per donna Teresa Blasco, una signora sua concittadina che frequenta i più importanti intellettuali della città di Milano, e persuaso alla riduzione alla razionalità dei suoi sentimenti, intraprende un viaggio in Sicilia per visitare l’isola e raffigurarne in disegni e pitture le numerosissime opere d’arte, in particolare dell’arte classica, per farne dono, al ritorno, alla donna da cui sta fuggendo.
Approdato al porto di Palermo, incontra Isidoro un ex frate, fuoriuscito dal convento per avere sottratto i proventi delle elemosine raccolte in seguito alla vendita delle bolle che il suo priore gli aveva affidato, per offrirli ad una fanciulla di cui si era follemente innamorato: Rosalia.
Poiché Isidoro è povero ed è alla ricerca di un lavoro, Fabrizio Clerici lo assume come suo criato e si fa accompagnare da lui per tutto il viaggio nell’isola.
Il viaggio è molto avventuroso. Inizia dalla città di Palermo che don Fabrizio percorre con Isidoro dal Cassaro morto fino alla cattedrale, addobbata con i palchi dello spectaculo per i processi del Santo Uffizio, e si avvia verso Alcamo. Subito dopo avere lasciato la città di Alcamo e l’ospitalità barocca del suo feudatario, i due vengono derubati dai loro averi. Comincia così una serie di avventure, durante le quali i due incontrano uomini e cose , città meravigliose, povertà devastanti, ospitalità generose e pericoli incombenti. Un viaggio attraverso la parte occidentale dell’isola di Sicilia chiamata nel testo “Il vallo di Mazara” che porta don Fabrizio e il suo criato Isidoro a conoscere le vestigia di Segesta e Selinunte, le saline di Trapani col suo stagnone e l’isolotto di Mozia con le sue vestigia classiche.
La narrazione si dipana attraverso il racconto di don Fabrizio che va annotando in una sorta di diario , tutto ciò che lo impressiona e lo stupisce, al fine di offrire alla donna dalla quale è fuggito, Teresa Blasco, le raffigurazioni dei luoghi sia attraverso i disegni sia attraverso l’insieme dei sentimenti , pensieri, riflessioni, suggestioni che il viaggio, tutto di stampo settecentesco, gli ha procurato. Un viaggio che infine si rivela una vera e propria ricerca non di luoghi né di persone o cose ma della conoscenza dell’animo umano e della verità ultima che rappresenta lo scopo più alto di conoscenza.

Terza parte: Veritas
Il romanzo si conclude con l’ultima parte del trittico : la confessione di Rosalia, la donna amata da Isidoro, che infine svela la sua verità sul perché è scomparsa ed ha abbandonato l’amato Isidoro. Verità che è anche il leit-motiv , reiterato in quest’ultima parte, di tutto il romanzo ( Bella la verità
che, tra l’altro, è anche un intercalare tipico del parlato siciliano nell’esposizione di un fatto accaduto realmente e che, in questo caso, Consolo riprende dall’uso popolare)

La struttura del romanzo

Questo romanzo di Consolo, così come il lettore può vedere consultando l’indice complessivo a fine narrazione, presenta una struttura rigorosa e complessa ad un tempo.

Rigorosa poiché è caratterizzata da una tripartizione narrativa in cui le tre parti - oratorio, peregrinazione ,veritas - non hanno la medesima durata. Si presentano quasi come tre parti in cui alla più estesa parte narrativa centrale (peregrinazione) fanno da pendant le altre due narrazioni più brevi ( oratorio e veritas), quasi una rappresentazione, tutta fatta di parole, del Retablo che dà il titolo all’opera.
In realtà la parola retablo ricorre più volte all’interno del romanzo a cominciare dalla prima avventura dei due viaggiatori ( Fabrizio e Isidoro) quando si imbattono, nella città di Alcamo, durante la festa della cittadina, in una rappresentazione barocca e fatua di attori atta a suscitare la meraviglia degli astanti:

"L’invenzione di far veder nel quadro ciò che si vole, dietro ricatto d’essere, se non si vede, fortemente manchevole o gravato d’una colpa, non mi sembrò originar da loro. E mi sovvenni allora ch’era la trama comica de l’entremés del celebre Cervantes, intitolato appunto El retablo de las maravillas, giunto di Spagna in questa terra sicola e dai due fanfàni trasferito dalla finzione del teatro nella realitate della vita per guadagnar vantaggi e rinomanza

La stessa parola retablo fu il titolo che diede Leonardo Sciascia quando, letto il romanzo di Consolo, disse che quel libro era la rappresentazione di un miracolo perché accomunava in un’unica opera razionalità, impegno civile e lezione romantica, attraverso una scrittura sperimentale e innovativa.
Complessa perché la prima parte che dà origine alla narrazione , in realtà principia a partire dalla fine del viaggio intrapreso dal pittore Fabrizio Clerici che è il personaggio principale, ma lo fa per bocca di Isidoro , il primo personaggio ad entrare in scena, che ci parla subito di sé, della sua storia, del suo amore infinito per Rosalia, trovata in un bassofondo di Palermo e poi scomparsa misteriosamente e mai più ritrovata se non in effigie rappresentata in una statua dal Serpotta, grande artista amico di Fabrizio Clerici.
La narrazione , nella seconda parte, devia dal suo percorso precedente e ci presenta il personaggio principale- don Fabrizio- che narra del viaggio allontanandosi molto dalla prima narrazione di Isidoro in un percorso totalmente autonomo dalla prima parte.
Infine l’ultima parte – la terza (veritas) - cambia ulteriormente direzione rispetto alle prime due parti e dà spazio alla terza protagonista della storia, Rosalia, la quale, attraverso la sua propria voce, racconta la sua verità circa il rapporto con Isidoro e la sua stessa sparizione misteriosa.
Sostanzialmente , quindi, le tre parti del romanzo sono del tutto indipendenti l’una dall’altra. Sta al lettore trovare quel rapporto che lega i fatti e i personaggi.
In realtà l’autore porge fin dal principio alcune spie narrative: queste appaiono fin dalle prime pagine dell’incipit dove vengono presentati sia Isidoro e Rosalia sia il pittore don Fabrizio, viaggiatore nella più classica tradizione settecentesca. Quest’ultimo infine si inserisce nella vicenda immediatamente in una specie di proemio introduttivo a tutti i fatti raccontati in seguito nel retablo narrativo.

La lingua, lo stile, i registri

La scrittura è l’assoluta novità di questo romanzo: si tratta di una sperimentazione linguistica che Vincenzo Consolo volle fare per una scelta personale di stile ma anche di ideologia sociale e politica. In diverse interviste che egli dà a proposito di questo suo romanzo, ma anche di tutti gli altri ( perché la sua scrittura è il senso stesso della sua narrazione in un unicuum inscindibile) dice che ha avuto due padri: il primo Leonardo Sciascia al quale deve il rigore della storia che è il tema fondamentale di tutti i suoi romanzi, il secondo è il poeta Lucio Piccolo dal quale apprende la musicalità della parola e del verso e l’intimo suono che le parole sono in grado di evocare insieme al sentimento. Non solo, ma Consolo prende le distanze per quanto riguarda la prosa , dalla scrittura di Manzoni che definisce artificiale ( nel senso di: creata ad arte per contribuire all’unificazione linguistica degli italiani), per avvicinarsi molto di più alla scrittura di Pasolini che utilizza le forme dialettali ( la lingua spontanea e quindi reale del popolo) per veicolare i contenuti civili.
Consolo si allontana anche dalla sperimentazione linguistica del gruppo ’63 che ebbe sede proprio a Palermo e ritorna alla lingua italiana da Gadda a Meneghello, quella che attinge ai dialetti regionali. Pertanto egli sceglie di utilizzare una lingua particolare adattandola ai singoli parlanti, in questo caso barocca e aulica quando a parlare è don Fabrizio, o dialettale siciliana, quando a parlare sono Isidoro e Rosalia.
Tuttavia la lingua siciliana che Consolo usa è una lingua fatta di intarsi e innesti di parole del siciliano antico, sia letterario che colloquiale. Pertanto possiamo trovare accanto a abènto ( cfr. Cielo d’Alcamo), grascia, altre parole molto più vicine alla parlata popolare: zotta, cianciàne, m’attassò, , vanelle, cassaròta, ceràula, vastasate, pampillonia, arrasso, arrasso, accattàvano, babbalùci…
In realtà Consolo riscopre i retaggi sepolti nel dialetto siciliano innestati nella lingua italiana. Per questo fu chiamato l’archeologo della lingua in quanto ricerca le parole antiche e nascoste del siciliano, le riesuma e le inserisce in una prosa armonica che si rifà ai versi di Lucio Piccolo.
Infatti, a ben vedere, si può osservare come la narrazione di Consolo contiene un ritmo interno fatto da assonanze, consonanze, rime interne e attinge alle figure retoriche di posizione, suono e significato della lingua. Tanto che leggendo anche silenziosamente il testo, i suoni della sua scrittura “cantano” nella mente del lettore. Per esempio l’anafora, ampiamente utilizzata in tutto il romanzo, contribuisce non solo a fissare con forza i concetti ma anche a creare una sorta di litania musicale che costringe il lettore a dare più attenzione al testo e serbarlo nella memoria. In questo senso anche gli elenchi di cose e nomi, tendono a raggiungere lo stesso effetto.
Questa tecnica artatamente ricercata da Consolo non è fine a se stessa ma è la metrica della memoria, perché, nel suo intendimento, la letteratura è memoria e deve anche recuperare la memoria linguistica. Quindi, dissimulando i versi a livello della prosa, l’autore, mentre lavora sulla lingua, va verso la storia. Il suo scopo è quello di forzare la storia per farle dire la verità che gli storici non raccontano, perché la sua storia è diversa da quella ufficiale. Egli rifugge dalla concezione meccanicistica della storia ( cfr. quella di Tomasi di Lampedusa che crede in un avvicendamento naturale delle classi sociali: alla nobiltà decaduta subentra la borghesia arricchita), a favore della responsabilità e attribuisce ai feudatari siciliani e alla loro accidia la nascita del fenomeno mafioso che principiò proprio con la nascita del potere dei gabelloti, così come si può vedere in altri suoi romanzi. Per questo Consolo più che il Gattopardo di T. di Lampedusa tiene presente I Vicerè di De Roberto.
La ricerca della verità: è questo il fine delle sue opere così come lo è sempre stato per il suo maestro e méntore Leonardo Sciascia. Ma ci sono tante strade per arrivare alla verità, quella di Consolo è affidata all’affabulazione, come in chiusura, nelle parole di Rosalia:

Ah, io mai, io mai! Far finire nell’odio e nel dolore il nostro amore. Fu per questo che scappai, ch’accettai questa parte dell’amante, questa figura della mantenuta. Bella, la verità. E ora che la sai, la verità, se la capisci, fatti saggio, Isidoro, ritorna virtuoso. Chiedi perdono al padre guardiano, rientra nel convento. Saperti ancora monaco mi dona contentezza. Monaco tu e monaca io, nel voto e nel ricordo del nostro grande amore. Addio, Isidoro, io parto, io parto. Addio. E per l’ultima volta, come quella notte: dolce, sangue mio.

In conclusione Consolo viene definito autore affascinante e ostico, ma è la lingua che usa, piegata alle esigenze del racconto della storia, che richiede questo tipo di tessitura del testo il quale, insieme alla sua funzione narrativa, assume anche il connotato di vera opera d’arte da godere con tutti i cinque sensi.



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