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Parlano del passato ora lei e Wanda, chiuse nel bagno, come da bambine.
Il passato è divenuto un argomento quasi piacevole di conversazione, per Marta, perché familiare, mentre Roma, questa qui, questa razza di meridionale civilizzata, chi la conosce.
Sembra che in Wanda non ci sia ombra di scollamento. E’ quella di sempre, convinta lei.
Lei sorride, tra sé, a tutti i suoi io io, mentre pensa al da farsi, confondendosi sul raccordo anulare.
Roma si stende come un grande plastico,. Invitante. Un corpo enorme come una madre su cui brancolare.
C’è gentilezza per le strade. E’ rassicurante qui il contatto umano. Ma negli spazi siderali, nei vuoti galattici, tra Boccea e Primavalle, sta in ansia.
La Calabria è là – pensa- è passato più di un mese, lavoro non ce n’è. Telefona a casa. Sua madre le raccomanda di chiamarla a qualsiasi ora, appena trova, di giorno o di notte, di chiamarla, si raccomanda.
A Marta verrebbe da sfotterla: - di giorno, per forza, di notte si trova da fare solo i ladri o le puttane.- Ma la risparmia, da lontano.
Sorda da sempre al richiamo della speranza, sua madre teme e aspetta solo il peggio.
Wanda in macchina le racconta che Sergio ancora si buca, che Walter non sta con nessuna, che Bruno litiga sempre con sua moglie.
Mentre quella parla, lei accende la radio, si sintonizza su un’emittente privata, radio proletaria, che trasmette un’assemblea a Casal Palocco. Ascolta. Dice degli americani che hanno deciso di invadere san Salvador, dei francesi che bombardano il libano, dello scambio di 4 mila e 500 palestinesi contro sei israeliani presi in ostaggio.
Cambia emittente. Mare, mare, mare, urla Loredana Bertè.
A tavola, un giorno si mette a contarli i cazzo che Wanda urla a sua figlia Vanessa. Bel nome, però, l’avrà preso da qualche fumetto, pensa lei, stà burina, e l’altro figlio si chiama Antares, ha un nome astrologico, le dice.
Lei lo sfotte: antares o venires. Lui prima non afferra, poi, tosco tosco risponde, io Antares, tu venires. Un coltellata ad un fianco, da un moccioso di dieci anni.
Adesso, eccola lì, che cammina per strada, andando per piazzale Flaminio. Pensa ai ragni, a come fanno a stare a testa in giù, a nutrirsi di polvere e insetti, dell’invisibile. Immersa in un traffico di idee, sconclusa come mai, si sente, come al solito, esposta al vento di ogni imprevisto, pensa di tornare.

 giuliano - 03/09/2010 00:07:00 [ leggi altri commenti di giuliano » ]

Molto bello....

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