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Favolette e Favolacce

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 Favolacce, di Damiano e Fabio d'Innocenzo.

 

Il titolo è pasoliniano, il contesto non è più quello dei ragazzacci della periferia romana in cui ci aveva catapultato La terra dell’abbastanza (2018), opera d'esordio dei fratelli D'Innocenzo.

Siamo fra le villette a schiera e le colorate dépendances di un quartiere residenziale (si tratta di Spinaceto?), metafora di una condizione di media agiatezza in cui si svolge, apparentemente serena, la vita familiare di una borghesia decadente.

 Così, Bruno (Elio Germano), padre di famiglia che ha perso il lavoro, cerca di occupare il suo tempo sospeso senza rinunciare a vizi e capricci di un tenore di vita che forse non potrebbe più permettersi, provando a soddisfare alla bell’e meglio le sue voglie (tragicamente grottesca la scena del bagno in giardino, nelle acque torbide di una piscina gonfiabile aperta a tutto il vicinato), in cui vanità e pezzenteria, illusione e disperazione finiscono per confondersi. In questo mondo di adulti esasperati e bestiali, si muovono impassibili i bambini, più saggi perché più colti, silenziosi osservatori delle manie e delle ossessioni dei propri genitori, figure sclerotiche tipizzate fino al parossismo.

 Favolacce è soprattutto un tentativo di demistificazione: la preadolescenza dei piccoli protagonisti di questa storia – ispirata ad “una storia falsa poco ispirata”, ma certamente realistica – non è l’età del sogno e dell’incantamento, bensì il momento, forse l’unico della vita, in cui è possibile vedere le cose così come sono, "prodigio" concesso da una libertà e da una purezza dello sguardo destinate a perdersi nel gioco delle parti cui l’ingresso in società condanna. 

Un film volutamente disturbante, che di favolistico conserva la tersità dei colori, la bellezza nostalgica delle ambientazioni, la precisione della fotografia in cui il volto umano è catturato in una smorfia di dolore, in un sorriso isterico, nella fissità di un pensiero. La narrazione scorre misurata attorno ad un doppio punto di vista - quello fanciullesco di Alessia, “autrice” di un diario-manoscritto fortuitamente ritrovato, e quello adulto della voce narrante (Max Tortora) che ne racconta, pagina dopo pagina, le vicende - e ne conserva fino alla fine l’equilibrio, per poi chiudersi in una struttura circolare che sembra voler riflettere la sostanza stessa, ineluttabile, pessimistica, degli eventi.

 Tutto quel che si è raccontato, certo, era già scritto. Eppure, il diario di Alessia conserva ancora delle pagine bianche.

 

***

MD

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