L'appartamento era semibuio e insolitamente immerso in un silenzio salvifico. L'unica presenza vivente aggiunta era rappresentata da un gatto indifferente che sonnecchiava sulla spalliera del divano in attesa di pasti notturni. L'uomo assetato di solitudine accese il rispolverato impianto stereo che emise un tonfo ribelle dalle casse nere e severe, segno che la corrente elettrica era gloriosamente ritornata dopo anni di assenza a ripercorrere i circuiti abbandonati ma perfettamente funzionanti di quella macchina meravigliosa e obsoleta, motivo di ilarità per irriverenti spacciatori di mp3 e spavaldi futuristi digitalizzati. No, quella sera non avrebbe usato i suoi fedeli cd, non avrebbe fatto tremare i vetri della sua stanza con il suono perfetto e quasi inumano dei nuovi supporti musicali imposti dal mercato. Con un gesto antico, difficile da descrivere e carico di un fascino in via d'estinzione, fece scivolare fuori dalla copertina in cartone rigido e dalla busta bianca in carta di riso che l'avvolgeva intimamente da anni, il suo disco in vinile preferito, riesumato dai depositi mnemonici del suo passato analogico. Adagiò delicatamente l'oggetto circolare, lucido e nero, sul perno in metallo al centro del piatto fino a quando questo non capitò nel piccolo foro centrale del disco, possedendolo voluttuosamente e stabilendo la posizione adatta per permettere all'apparecchio di compiere le operazioni successive. L'ascoltatore aveva attraversato tempi, mode e tecnologie per giungere in orario a quell'appuntamento con la sua storia personale: non era impaziente come quando inseriva nervosamente i suoi compact disc nel lettore del personal computer. Prese con la punta delle dita l'estremità del braccio del giradischi e avviando il movimento di rotazione del piatto senza il quale la magia non avrebbe avuto luogo, fece scendere con fede laica la puntina della testina fonografica lentamente e con dolcezza sui solchi invisibili del disco, andando a caccia di vibrazioni da tradurre e amplificare. La memoria spiraliforme di quell'oggetto oscuro come un buco nero conservava intatti i segnali sonori ereditati dalla gommalacca. Vista da vicino la testina sembrava il carrello di un aeroplano un istante prima di toccare il veloce suolo sottostante di una pista d'atterraggio sonora. La silenziosa pausa iniziale carica di mistero e di tensione mistica, cedette il passo per l'ennesima volta, dopo una lunga pausa dettata dalla comodità del digitale, a un miracolo analogico che in pochi ricordavano. L'incipit scricchiolante si trasformò in meraviglia acustica tornando a sorprendere l'udito dell'ascoltatore come se fosse il primo suono della sua esistenza terrena. L'intramontabile fascino del vinile e la profondità del suono analogico avevano riconquistato l'orecchio frettoloso dell'uomo moderno. Presenza, profondità, qualità: la scena sonora riacquistava la propria dignità con tutti i suoi difetti, gli occasionali click e le sue adorabili imperfezioni. Le normali distorsioni della vita lo stavano rieducando. Ora ne aveva le prove.