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La luna è un osso secco

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In “La luna è un osso secco” edito da Marco Saya, Federica Giordano fotografa il proprio io come fosse un ponte sospeso tra un passato spillante sogni tumidi, fulgenti e foschi, e un presente venusto, contratto e stremato. Lo spazio che accoglie l’io di prima, è una regione, a tratti, fertile e assolata, a tratti, con malinconici rigurgiti, voragini e illusioni(pag.19):«Chi si era resta lì a guardarci da un punto/sempre più lontano, dallo spioncino chiuso degli occhi/dei figli quando dormono». A pag.23: «Mi chiedo dove finisca il silenzio/che mi regna in casa quando taccio./Dove sia il suo perimetro e dove/le sue porte./Provando ad abitare casa nostra,/noi, i grandi assenti,/viviamo dei lacerti e dei richiami/indecifrabili delle nostre cose./La tenda esibisce un’immobilità di marmo».

Il disincanto del dopo filtra, implacabile, nelle falde dell’amore e ne contamina l’acqua. La grazia trema sotto i piedi e ingoia i bocconi amari di una felicità incompiuta. Difronte al tradimento e al vacillare di ciò in cui si credeva, la poetessa capisce che bisogna fare un nido, imperniare un riparo privo di scalfitture nelle cose. È nelle derrate della perseveranza e del quotidiano darsi, che l’amore garantisce e incassa la propria sopravvivenza. I gesti semplici sanno spalmare di durata e forza, legami e sentimenti(pag.39): «Il tempo della mano nella mano,/del passo come veliero verso una scoperta,/è finito in minuscoli frammenti in espansione./Adesso avanzare è fare trincea, dove il piccolo e il breve/ è immenso dono».

Il bene per la figlia, piccola e indifesa, si amalgama a uno sferzante senso di fragilità. Federica teme che il suo ruolo di madre smetta di funzionare, scontrandosi coi muri della resa. Ma in lei si insinuano anche il sospetto e il turbamento che la bambina, da sola, non riesca a vincere la prova acida dei giorni(pag.20): «Questo sguardo umido e buono,/questo odore umano/mi fanno sentire un freddo universale/attorno a te, che ancora hai una parola/che inciampa/e quando tremi, vorrei regalarti un tepore futuro,/che mi tormenta».

A sondare l’itinerario lirico dell’autrice contribuiscono, in verdeggiante timbro, due scaltriti e sagaci abitatori dell’ars poetica, Mario Fresa e Vanina Zaccaria, rispettivamente nella postfazione e nel commento al libro.

Mario Fresa: «La scrittura poetica si configura, allora, come il sentimento diretto e universale di tale pulsione: gioia-dolore del divenire; alternanza di presenza e di dissolvimento, di frammentarietà e di unità, di vita e di morte delle forme ambigue (e, in fondo, indicibili) dell’esistenza».

Vanina Zaccaria: «La meccanica celeste, unico ristoro di questi componimenti-ombra, non può, allora, che manifestarsi nella meccanica dell’innocenza, l’irriflessa incolpevolezza di ciò che è vergine. Il bambino, il poeta, un filo d’erba che cerca disperatamente di raggiungere la luce, confini ultimi del minuscolo spazio nel quale si tenta un abitare incorrotto».

La trapunta stilistica fa un uso insistito della metafora e dell’iperbato, chiave simbolica per accedere, in simultaneità, al fisico e al metafisico, per propiziare l’avvento di un’altra prospettiva.

Le parole, simili a stormi preziosi, passano nella cruna di un vaglio capillare; sventagliano, forbite, su un universo boccheggiante, continuamente minacciato.

“Un’abbondanza di me continua a morire” scrive la poetessa a pag.22. Eppure, malgrado le sovrapposte placche del fatiscente divenire, non c’è perdizione senza riscatto, non c’è caduta che non rimoduli il suo corso, non c’è rottame senza indennità, non c’è podere abbandonato senza cura. Nessuna infermità senza soccorso. Nessuna apostasia di luce, di grazia e di assoluto.

 

 

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