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Il documentario tra poesia e impegno storico:Patricio Guzmàn

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L’uomo e le sue atrocità : le dittature politiche sono state una delle principali cause di vittime lungo l’arco dei secoli in tutti i paesi del mondo. Il secolo novecento è spesso indicato come apice di brutali massacri quotidiani, in cui le grandi guerre mondiali sono state percepite , nella loro distruzione di massa anche dalla parte civile della popolazione, come i principali atti da “non dimenticare”. Malgrado i principali storici e documentaristi si concentrino sulle guerre mondiali, lievitano sempre alcuni registi impegnati con determinazione sugli abomini politici e dittatoriali che hanno causato indicibili danni alle popolazioni dei paesi occidentalizzati. Amo definire questi registi “fiaccole luminose nel buio della dimenticanza”. Una di queste fiaccole è per me divenuta uno spunto di ispirazione e di riflessione : ricordare la storia perchè venga metabolizzata è sempre un atto coraggioso, a volte accolto negativamente,e altre addirittura ostruito. Patricio Guzmàn è un regista documentarista cileno da considerarsi anche uno storico, oltre che un poeta e il mio spunto. Ho potuto conoscerlo di persona , parlare con lui dell’arte documentaria cinematografica. Del suo incredibile cinema ho potuto visionare “Nostalgia de la luz” e “El botòn de nacàr” , con cui quest’ultimo egli ha conquistato il Biografilm Festival 2015 di Bologna per il suo raffinatissimo racconto delle vittime del regime dittatoriale di Pinochet.
Il ricordo di questi atti indicibili, mi ha spiegato il regista, è in qualche modo “contenuto”. I giovani cileni , soprattutto, non hanno in patria un riferimento mediale valido se non i film dello stesso regista. Egli vuole tenere vivo questo ricordo, esattamente come è successo per la shoah ; nel caso degli ebrei non si può neanche numerare l’infinito numero di testimonianze di ogni genere. “Perchè” – chiede Guzmàn- “anche in Cile non può essere ricordata questa strage? Di quegli anni terribili e delle vittime di cui il mondo non ha potuto prendere coscienza?” Una domanda che mi ha ghiacciato e poi commosso.
“El botòn de nacàr” , sul quale voglio focalizzare l’attenzione , si addentra in una narrazione che pone toccanti racconti di alcuni testimoni , parallellamente ad alcuni quesiti più squisitamente esistenzialisti sul genere umano. Il documentario , secondo capitolo di una trilogia mistica iniziata con “Nostalghia de la luz” , ha tracciato un parallelismo tra le migliaia di persone scomparse, gettate in mare durante la dittatura di Pinochet e lo sterminio di sei etnie residenti nella terra nei pressi dello stretto di Magellano nel sud del Cile, dal XIX secolo. Il film è il primo progetto del documentarista che ha finalmente potuto godere di sovvenzioni e fondi da parte del governo Cileno.
Guzmàn parte dall’oceano e dal mare come memoria collettiva per raccontare lo scempio delle vittime della dittatura e dei “corpi buttati a mare”. Il documentario si pone poeticamente e allegoricamente come riscoperta di una coscienza, mai così tanto rumorosa come le onde di un oceano di storia dell’uomo. “El botòn de nacar” è anche la ricerca di un popolo usurpato e destinato a finire, la cui cultura ancora vive nei discendenti e nelle culture linguistiche dei Kawesqar e degli Yagan. La possibilità di sfruttare più di due miglia di costa marina a fini commerciali è una delle domande che pone il film, e che solo la storia coloniale del Cile può spiegare.
Guzmàn intervista diversi discendenti dei Selk’nam , e racconta del loro retaggio servendosi di alcune incredibili foto di inizio ventesimo secolo. L’analisi di El botòn de nacàr pone l’uomo ad una durissima sentenza , incapace di trovare alibi. Così come le antiche tribù pre-cilene videro la loro fine con la forzata civilizzazione , – in cui Guzmàn sfrutta l’aneddoto di Jemmy Button- è innegabile come il racconto del Cile anti-rivoluzionario di Pinochet abbia ripetuto la propria storia. El botòn de nacàr si presenta come poetica riflessione sull’umana coscienza, divenendo un portavoce della storia non solo del Cile, ma dell’umanità stessa. La storia del paese sud americano infatti, fornisce un effetto a specchio sulle coscienze passate delle varie civiltà , e delle relative atrocità consumate (specialmente per le colonizzazioni). Un importantissimo tentativo di tenere viva una memoria , e applicarla alla contemporaneità sciagurata di oggi , senza entrare nell’atmosfera di pesantezza che la storia conferisce.
Il mare, posto precedentemente come ipotetico contenitore collettivo di ricordi, in realtà è un lavabo che scioglie ogni avvenimento nel suo infinito neropece. Solo le tracce – come il bottone luccicante è dunque l’urlo silenzioso che questo grande regista si propone di far risuonare.
*Ho voluto far risuonare questo nome -“El botòn de nacàr”- più volte, noncurante delle ripetizioni per il rispetto che provo per il regista ed il suo linguaggio cinematografico, da me adattato per la scrittura di questo articolo.

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