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Il sapore del ferro

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Mentre nel suo Paese si comincia a temere l’instaurarsi di una dittatura, Mario decide di andare nel Paese vicino, dove ha un amico, a cercare rifugio per sé e la propria famiglia: moglie e tre figli piccoli. Purtroppo la dittatura ha il sopravvento e le frontiere vengono chiuse, Mario resta isolato dalla famiglia e si teme il peggio. La narrazione diventa così corale, e ciascuno dei componenti della famiglia racconta gli avvenimenti come li ha vissuti dimostrando con quanta differenza i medesimi fatti vengano visti da animi diversi. Il personaggio che desta maggiore antipatia è senza dubbio la figlia di Mario, essa viene facilmente irretita dall’ideologia del partito al potere sino a diventare addirittura una delatrice; tuttavia questo personaggio è quello che maggiormente fa capire quanto un messaggio di odio e violenza, con la dovuta propaganda, possa sembrare un progetto per un avvenire radioso. Gli altri due figli si collocano ai margini di questa ondata di violenza: uno seguendo l’esempio del padre riuscirà ad andarsene e a rifarsi una vita tranquilla all’estero; l’altro vivrà la dittatura in modo marginale in quanto ancora piccolo nel periodo dei fatti. Ad un certo punto è chiaro alla famiglia che Mario è stato assassinato; la moglie assume una posizione ambigua, non si capisce se lei abbia tradito il marito denunciandolo ai sicari del regime, per assicurare un avvenire sereno ai figli, o l’abbia fatto per ideologia, o forse non ha fatto nulla e per questo viene rinchiusa in un manicomio, dove morirà dopo essersi simbolicamente riconciliata col figlio minore.
Il libro è molto semplice sia nella struttura che nella narrazione ma ha una notevole forza, ci mostra come con poche abili mosse un partito al potere possa privare ciascuno di noi della libertà e addirittura della vita. Inoltre, nel personaggio della figlia, addita quelle persone deboli sulle quali può far presa un’ideologia deviata dal fine della libertà trasformando anche gli animi più semplici in efferati assassini. La privazione della libertà, creando un regime di terrore ed insicurezza, riesce a minare anche i rapporti più solidi, toglie la certezza della serenità ed, instillando negli animi il dubbio e la paura, rende gli uni chiusi agli altri facendo mancare il terreno sul quale può nascere e prosperare l’amore e con esso la vita felice. Il sapore del ferro è quel gusto amaro che resta nella bocca delle persone costrette a vivere senza la libertà, ed è anche quel gusto che resta dopo aver sbattuto violentemente la testa, anche dopo che tutto è passato resta quel qualcosa di acre a ricordarci la caduta.
Nella sua austera bellezza questo libro sa farci rabbrividire in quanto riecheggia in alcuni passi, fatti di cronaca che si leggono ancor oggi sui giornali, senza che essi destino granché di preoccupazione. La bellezza e la grandezza del messaggio di questo testo stanno nel fatto di additare le nostre vite, le nostre famiglie e la società come soggetti ancora instabili, le pagine di Mottinelli sottolineano il pericolo che incombe su di noi, ogni volta che si sente parlare di eserciti, di garanzie di sicurezza, di misure per garantire l’ordine e frasi simili che sono come mine sotterrate nell’orto di casa, pronte ad esplodere e a sfigurare volti che credevamo stabilmente inseriti in un contesto di serenità ed amore.

 Basilio Romano - 13/09/2008 21:01:00 [ leggi altri commenti di Basilio Romano » ]

bella recensione, bravo Giuliano.

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