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Vertigine

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Il volume raccoglie venti racconti, scritti tra il 1920 e il 1956, inediti in Italia e tradotti mirabilmente da un gruppo formato da cinque pezzi grossi del mondo letterario e della traduzione. I racconti, pur agendo su registri e stili eterogenei, descrivono efficacemente lo stile del prolifico autore. Lo stile della prosa è molto elegante, a tratti conciso ma sempre di sicuro effetto, denota una vasta conoscenza e un profondo amore verso le lettere. A tratti sembra di sentire l’eco di altri autori, a lui contemporanei o che l’hanno preceduto, in quelli che sembra di riconoscere come degli omaggi. Così, per esempio, nell’iperbolico viaggio onirico in “Il sogno dell’assassino”, mi sembra di scorgere la tavolozza di Théophile Gautier o di Thomas De Quincey. Nell’avvicendarsi dei racconti vengono piano piano alla luce le assi portanti della costruzione narrativa di Green e i suoi temi ricorrenti. I racconti si svolgono prevalentemente all’interno di appartamenti, l’arredamento è descritto minuziosamente e rimanda ad abitazioni borghesi; a volte, di passaggio ne viene sottolineato il decadimento, o la mancanza di un preciso ordine. Tuttavia, questi ambienti domestici sembrano sempre celare qualcosa di sinistro, una specie di aria malsana che scivola lungo le pareti, rendendo l’aria domestica quasi letale. Non si tratta di pericoli palesi, o immediati, ma più un presagio di sventura o di tristezza, per dirla con Gabriella Maleti, sembra trattarsi di Amari asili. Molto interessante l’uso che Green fa della luce del sole, spesso la vediamo proiettata sul pavimento, o scivolare sulle pareti, come se il mondo esterno riuscisse solo, quasi esclusivamente, a gettare uno sguardo all’interno e come presagio di sciagura. Il sole getta uno sguardo sull’orlo dell’abisso nel momento in cui provoca la vertigine del titolo. Sovente, detti interni sono abitati da donne sole: vedove o zitelle fotografate nel momento in cui si preannuncia chiaramente sui loro corpi il decadimento dovuto all’età, o al vizio. Come loro accompagnatori, e questo è un altro dei temi cari a Green, dei bei giovani, parenti un po’ alla lontana delle dame, che si accompagnano a loro per interesse, a volte ricevono anche un compenso per la compagnia. Questi giovani sono spesso irriguardosi, sfacciati, troppo irruenti, o volgari, si approfittano facilmente delle donne sole e mature che bramano e temono la loro presenza. Forse una metafora della velocità e irruenza dei cambiamenti epocali, anche perché nei racconti che descrivono questi rapporti, mi sembra che sia più evidente un’atmosfera tardo ottocentesca, sebbene scritti molto dopo. I bei ragazzi sono protagonisti di svariati racconti presenti nella raccolta, sono sempre descritti con dovizia di particolari e viene sottolineata la loro bellezza; sembrerebbe che nei rapporti coi giovani emerga qualche tratto della personalità di Green, una passione, un desiderio che porta con se anche il senso del peccato, la punizione o addirittura la perdizione. “Il dormiente” desidera essere svegliato dal signor Marthe, il quale però reca con sé la frusta per cani, il dubbio se la punizione sia più desiderata o temuta resta alla fine del racconto, invece va molto peggio per i desideri di Roger e i suoi amici, puniti per desiderio o “troppa bellezza”. Il desiderio fra uomini è molto ben presente e rappresentato, come in “Fabien” o “Il duello”, ma sempre con un senso di colpa o di catastrofe imminente. Sempre riguardo “Fabien”, mi preme sottolineare come sia impregnato di desiderio omoerotico, di un tipo abbastanza usuale negli adolescenti, non ancora chiaramente esprimibile in un sentimento o un desiderio riconoscibile ma nutrito e permeato della presenza fisica dell’oggetto d’amore. Però, per Green, la sessualità o il desiderio, nel momento in cui vengono espressi, portano con loro il male, il senso di peccato, pensiamo alle fiamme di “L’inferno” in cui il protagonista si abbandona alla lussuria mentre tutti i congiunti sono alla crapula, salvo poi soffrire la medesima pena. Un altro aspetto che vorrei sottolineare è il sadismo che emerge da alcuni racconti, sia un morso, o la paura inflitta a una bimba, le fiamme, o lo scherno, c’è sempre un momento in cui la vertigine si associa al dolore, la cinghia per cani per esempio, rivelatrice di un desiderio profondo e simbolo di un punto da cui non si può far ritorno, come dalle fiamme di cui dicevo poche righe più sopra. L’ultimo elemento su cui mi soffermo sono le bambine, figure enigmatiche che fondono innocenza e perversione, sono le vestali dell’abisso in cui è facile perdersi, in modo più o meno consapevole. E le bimbe sembrano ben consapevoli del loro ruolo nei rapporti con gli adulti, provocano e si concedono, con ritrosia perché l’educazione glielo impone, ma coi sensi sono ben presenti – esempi di questo li abbiamo in vari racconti: “Camere in affitto”, la bimba sembra promettere qualcosa all’uomo che decide di alloggiare nella casa, sebbene le stanze non siano granché; “La bambina”, sa che non dovrebbe aprire la porta all’adulto ma lo fa e il discorso scivola subito sulle dimensioni del letto; “La ribelle”, vive una singolare relazione con una bambina più grande di lei che la porta ad una decisa svolta nella sua vita. L’immagine della considerazione verso le altre persone mi sembra eloquentemente esposta in questo breve passaggio: Avevano un modo stucchevole di appoggiare la mano sul bracciolo della poltrona, di sistemarsi le ciocche dei capelli, di alzarsi, di sedersi, di camminare, di guardare i fiori, di aprire un giornale. Era sempre una sorpresa scoprirle così limitate; tutto i loro rivelava un livello di ottusità inimmaginabile; il che dava a Harold una sorta di vertigine intellettuale. E qui si fa un accenno forse al motivo del titolo, la vertigine intellettuale che si prova di fronte a tanta bassezza, tanta ottusità.

Ho riportato soltanto alcuni tratti salienti di questa bella raccolta di racconti, che riserva al lettore tante altre sorprese e spunti di riflessione, come per esempio questa frase che appare in uno degli ultimi racconti, forse vagamente autobiografico: Lo ammiravo di più quand’era fiero, impaziente, irascibile ma felice, almeno in apparenza; non ero per nulla preparato a provare pietà per lui perché soffro per la pietà che provo tanto quanto l’oggetto della mia pietà soffre per la disgrazia che l’ha suscitata. Mi fa paura tutto quanto penetra il cuore perché il cuore mi porta a comportarmi contro la mia volontà e a mio detrimento.

 

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