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Vangelo del cavolo

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Il giovane poeta, romano di adozione, dopo due sillogi poetiche è, con questa raccolta di racconti dall’ammiccante titolo, alla sua prima opera narrativa. “Se esiste perfino un ‘Vangelo di Giuda’, perché non può esistere un ‘Vangelo del cavolo’”, afferma Monti in quarta di copertina, e dopo averne appurato la mancanza, l’autore raccoglie 14 racconti e li propone ai lettori rivestiti di una bella copertina arancione zucca. Che cosa rende questa raccolta di racconti un “Vangelo del cavolo” è proprio l’insinuarsi della narrazione nelle vite quotidiane di persone ordinarie, mettendone in risalto la rettitudine e l’aderenza, talvolta maniacale, agli insegnamenti propriamente evangelici, o a quel più moderno vangelo che sono le regole di vita comuni. Lo slittamento da comune verso il del cavolo lo si ottiene quando i personaggi per dimostrare aderente convinzione ad una delle regole comportamentali di cui accennavo poco fa, ne calpestano decine di altre che forse sarebbe più logico prendere in considerazione, perlomeno sarebbe un poco meno assurdo. Mi spiego, chi pagherebbe per lavorare? Mi sa nessuno, ma se uno non vuole sembrare uno sfaccendato e vuol passare per una persona laboriosa si vede costretto a pagare una azienda affinché lo annoveri tra i propri impiegati. E se una brava ragazza, come si dice, timorata di Dio, ambisce ad un onesto matrimonio col ragazzo che ama, chi può biasimarla se è costretta ad un tradimento con conseguente gravidanza per coronare il suo sogno, e così via. A gonfie vele navigano i racconti di Monti, sospinti da quel vento sempre teso che è la salvaguardia dell’onorabilità di facciata, conseguita con qualunque mezzo. Chi si rallegrerebbe se la propria azienda, con i suoi dipendenti, venisse annientata da terroristi islamici se non un impiegato che non ce la fa più ad andare ogni giorno a lavorare ma reputa inopportuno rassegnare le proprie dimissioni. Lungo le 86 pagine della raccolta, l’autore mette a nudo vezzi ed ipocrisie della gente, scopre i nervi scoperti del voler apparire senza poi in realtà essere, smaschera chi mette in piedi sotterfugi rocamboleschi per coprire una piccola magagna che è tale solo agli occhi di chi la vive e sarebbe molto più semplice correggere che non mascherare. Ma così è, la gente si sente autorizzata a fare qualunque cosa pur di avere quella candela che spesso non vale il gioco.

Edoardo Monti si destreggia assai bene con la narrativa, così come è indiscusso il suo talento poetico, crea i racconti di questo Vangelo sui generis con rapide e semplici pennellate, con un linguaggio essenziale, costruisce i personaggi con le loro idiosincrasie e il loro carattere ben delineato. Talvolta il percorso narrativo di qualche racconto è un po’ tortuoso e lascia in dubbio il lettore, il quale si sente girovagare in un labirinto per il volgere di qualche frase, salvo poi ritrovarsi quasi di colpo e con – inaspettata – sorpresa nel punto esatto in cui l’autore lo voleva portare, per rendere quel punto – quella pagina – fascinosa scoperta. Un vangelo, questo libretto arancio, che, a dispetto del nome, non mi è sembrato affatto del cavolo, anzi è una lettura arguta ed interessante, dall’andare semplice e lineare, ma capace di riservare piacevoli illuminazioni e acute riflessioni su quanti ci circondano con le loro stranezze… forse anche su noi stessi…


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