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La poesia come parola del limite, della nudit di una coscienza e di un'et che va smarrendo il senso della propria finitudine. A partire da questo possibile definire la scrittura di Cesare Viviani. Tutto il percorso caratterizzato dalla resa precaria della condizione umana tra incomprensibilit del reale e sua accettazione nella tensione dolorosa e paziente verso un assoluto non rappresentabile. La fede in un verso nell'apprendimento e nella condivisione di uno stesso fallibile destino ("Com', come sar/ vivere senza ricevere aiuto/, senza favori,protezioni,/ senza materne associazioni,/anche quando la febbre sale, /anche quando il fiume straripa/ e travolge il riparo, orto e baracca./ Sar come vive il resto della natura,/ vicino ai predatori e senza paura"). Il dettato non pu che vivere dell'incerto, dell'esposizione al vuoto, dell'esperienza della precariet del pensiero come esperienza di una verit mai data, soggetta a mutazione. Di qui nel dominio della prassi e dell'io, l'indicazione del suo decentramento nella misura di una mancanza che nell'evocazione possa scuotere e dire l'insieme. Ha una visione che ci richiama a una antica disposizione quest'opera cruda, non consolatoria ma che non lascia soli. Nella forza cos di una parola che pu dire solo se stessa, e la sua separazione dal definito, Viviani lega lo snodo dell'essere a quello del linguaggio. Dalle manipolazioni e le fratture degli sperimentalismi della prima produzione alla forma di poesia- pensiero degli ultimi approdi l'affondo in una dimensione per sua natura franta, sovente senza risposta. Ben consapevole dell'intraducibilit dello sforzo, l'invocazione allora si avvicina alla preghiera, al mistero che si leva nell'unicit espressa nel nome ("Niente va altrove/di questa vita finita, e non c la fine /mentre noi per sempre illusi/di rinviarla/o trattenere qualcosa/o superarla /come dei frutti la polpa matura/si avvia a disfarsi e a staccarsi/e anche le foglie/seccano e cadono/ma se lasciate a s/niente muore"). Seppur rimarcando l'evidenza di un dire poetico che nel surplus di comunicazione va morendo, in realt il suo esempio, bene ricordare, nella incisivit della percezione ne libera la voce. La poesia, ci indica Viviani, vita nella questione del senso, del suo appello quotidiano ed estremo nella domanda del mondo. La risposta cos nella costanza di una presenza che ha nella discontinuit, e nel vuoto, il termine della sua conoscenza. Il verso non pu che riferire- e accompagnare- l'uomo all'incerto della prova: tra silenzio della natura e invisibilit divina alla sua esposizione.
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