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Poeti e Pittori di 2�� Tempo

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Ci siamo già occupati da queste pagine, in occasione dell’uscita del trentanovesimo libro, del bell’intreccio tra poesia e pittura operata sotto l’egida di Alessandro Carandente dalla Marcus Edizioni con i suoi quaderni di Secondo Tempo, rivista quadrimestrale di letteratura e arte nata nel 1997 e ripartita, come evidenziato nelle sue presentazioni, entro le tre sezioni di testi inventivi, interventi critici e recensioni. Progetto che dopo quasi una cinquantina di numeri ed undici fascicoli monografici, si va nel volume che qui andiamo a presentare ad antologizzare. Intanto però ci preme, prima di passare in rassegna i testi e le tavole dei poeti e pittori qui appropriatamente suddivisi in due parti, ricordare la vitalità di una scena, quella napoletana appunto da cui muove la rivista, sempre nel vivo di una ricerca attiva e interrogante, e per questo spesso scardinante, tra studi di nudità- ed ambivalenza- di parola e riferimenti visivi da cui nell’accorciamento delle distanze il pensiero si riforma e nasce. Pensiamo anche allora ad un’altra non secondaria rivista che da anni prende voce da questa area, “Risvolti”, appunto, guidata con acume da Giorgio Moio (e da quel Pasquale Della Ragione del quale possiamo leggere proprio qui alcuni testi). Avanguardia di ricerca di antica presenza e suggestione, se vogliamo, che già in Secondo tempo si recita e rimanda nel nome, Secondo.. sì, nel legame a quel Primo Tempo del mensile fondato a Torino nel 1922 da De Benedetti, Solmi, Gromo, Sacerdote e giustappunto caratterizzato nella trattazione di “questioni riguardanti la letteratura e l’arte contemporanea con unità di indirizzi e vivezza di intendimenti”. Così, quasi un secolo addietro e così ancora con medesima passione e rigore adesso, almeno da questo gruppo, a testimonianza di una dialettica tra le arti sempre funzionale a un discorso e a un racconto dell’uomo sull’uomo nella polisemanticità dei suoi sguardi e delle sue scritture. Tanto più nel lontano legame tra poesia e pittura nell’incandescente, e spesso medesimo, circuito di espressione e interrogazione del mondo. “Ut pictura poesis” diceva- e sappiamo- Orazio; ma anche, via Simonide : “La pittura è poesia silenziosa, la poesia è pittura che parla” e “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede”, per dirla con Leonardo. Tema e accordo certo non nuovo che ha attraversato tutto il novecento, basti pensare nel richiamo ai calligrammi di Apollinaire fino ai lavori di Miccini o Isgrò, tanto per fermarci al versante italiano. Come accennato il volume suddivide i suoi autori in due parti entrambe accompagnate da relativi e preziosi saggi introduttivi , la cui essenziale e fondamentale lettura consigliamo vivamente per una maggiore comprensione della genesi e della direzione di testi e tavole. Così Marcello Carlino ne nella nettezza della traccia identificativa non disgiungendo mai l’autore dalla visione d’insieme in cui, inciso, determinato determina ci offre nel gioco delle generazioni una scansione storica puntuale ed esatta di movimenti e legami ideologici e culturali che hanno caratterizzato parte della ricerca del secondo novecento a Napoli (trattenendo nella rete anche artisti precedenti) in un legame tra generi non ideologico ma in dialogo, come lui stesso, avverte ”con la ricerca teorica e letteraria i cui lavori sono in corso” tra “intersezioni, commistioni, scarti di rotta, rideterminazioni operative” in Secondo Tempo trovando la propria naturale corrente. E nella dovuta sottolineatura che seppur nella connotazione regionale di provenienza “la rassegna di testi qui in mostra ha un respiro nazionale” e un valore innovativo “di valore europeo” celebrato nelle forme più disparate del suo racconto. Dal tributo al virtuosismo di Elpidio Jenco de “La Diana” ad “Altri termini” con Franco Cavallo e Franco Capasso (nel segno di illustri e antecedenti capitoli di riviste) al bilinguismo simbolico di Sinadinò e alla poesia-racconto di Scognamiglio e alla tensione civile di Salvatore Violante. E poi, ancora, dalla “inesauribile produttività polisensa della lingua” in Carandente all’ epos di Nazzaro e la distribuzione eventica in quadri di rappresentazione di Raffaele Urraro; dalla modulazione epifanica di Carlo Di Legge alla scissione in Vetromile di “un io dubitativamente conoscente” entro una realtà e “una terra agonizzante per scorrerie di depredazione” e la forte accentuazione visiva della narrazione in Pedicini. Questo per dire di un elenco ricco per qualità di nomi a cui vanno aggiunti però quelli di Annunzio Cervi (nella riproposizione di una ricerca dei primi del secolo scorso), Alfonso Malinconico, Enzo Rega, Alfonso Cepparulo, Prisco De Vivo e come detto Pasquale Della Ragione. Testimonianze anche diverse però, come a chiudere Carlino ricorda, tutte nel medesimo impulso a “condividere nel modo che alla scrittura è peculiare, non rassegnandosi al silenzio, la responsabilità di intervenire”. Condivisione dunque in accordo con i dettami dell’arte pittorica che lo stesso Gerardo Pedicini scioglie ed amplia nel saggio introduttivo alla seconda parte del libro: <”Secondo tempo”: confluenza di segni e parole> in cui richiama nella struttura di ripartizione della rivista (dove la prima e la quarta di copertina contrassegnate dal lavoro di singoli artisti fanno da cornice alle tre diverse sezioni) agli esempi (e dunque ad una sorta di eredità) di molte pubblicazioni dell’avanguardia storica. Anche se, ovviamente proprio per criteri di natura storica, nel segno del necessario ricominciamento in rapporto anche alle “plurivalenze, le innovazioni e le percorrenze della parola poetica determinatasi a seguito del tramonto delle ideologie” . Tracciato in questa seconda parte a cui partecipano tra l’altro molti dei nomi già citati per la scrittura poetica in una varietà di risultati e intenti in queste pagine analizzato e sviscerato in tutta la polimorficità dei suoi intrecci e delle sue risonanze. Basti al proposito qui ricordare davvero paradigmaticamente quanto da Pedicini detto su Cosimo Budetta nel suo “mondo fortemente caratterizzato dai rapporti che i segni stabiliscono tra loro, al fine di posizionarsi nella giusta posizione in cui nasce l’afflato della poesia”, lo stesso Budetta autore tra l’altro poi di parecchi libri d’artista (tra cui quelli per Sanguineti, Pagliarani, Loi, Balestrini, Giuliani, Sinisgalli). Ciò ad accennare appena ad una sintesi di lavoro che va ad onorare anche la collaborazione del curatore Carandente con la Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto in cui la rivista a più riprese ha potuto pubblicare opere di Alexander Calder, Eduardo Chillida e Marino Marini, riuscendo ad assecondare quindi la rivista anche “la propria vocazione internazionale”. Oltre agli autori già presenti nella sezione poetica, ricordiamo allora nomi e tavole di Andrea Sparaco, Mario Persico, Renato Barisani, Carmine Di Ruggiero, Giuseppe Antonello Leone, Auguste Rodin, Natalino Zullo, Ugo Poli, Ernesto Tatafiore, Alexander Calder, Marino Marini, Eduardo Chillida, Vincenzo De Simone, Salvatore Vitagliano, Claudio Lezoche, Armando De Stefano, Luciano Vadalà, William Xerra, Antonio Baglivo, Riccardo Dalisi, Elio Waschimps, Aulo Pedicini, Luigi Francese, Claudio Vino, Olga Danelone, Mario Apuzzo, Ettore Consolazione, Ferdinando Vassallo, Antonio Fomez, Gianluca Murasecchi, Lea Contestabile, Pino Latronico, Antonio Davide, Loredana Gigliotti, Vittorio Piscopo, Kelly Driscoll, Libero Galdo, Normanno Soscia, Enzo Aulitto, Angelo Noce, Cosimo Budetta, Francesco Cangiullo, Salvatore Emblema, Roberto Fabiani, Claudio Granaroli, Clara Rezzuti, Antonio Testa, Stelio Maria Martini. Antologia allora più che degnamente rappresentata e presentata nelle due facce di un contiguo e rilanciante interrogare che si offre nel dono di una veste raffinata e sapientemente curata a conferma di investimenti editoriali ancora attenti alla scommessa di un sapere e muovere artistico che sempre ritorna nelle bellezze a cui apre e destina. Bellezza che in questa Antologia, nel racconto delle sue direzioni, ha in copertina la celebre futurista firma di Francesco Cangiullo nell’ immagine del Vesuvio.

 

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