Finché sentiremo il peso asfissiante delle passioni, noi, insieme al mondo, non cesseremo di scoprire cosa siano il vissuto e il sentito. E forse l'equazione che rivela la scrittura consiste nell'inappagabile certezza che leggersi dentro, acutamente, è come la raffinata lettura di un buon libro. Pertanto, mai cesserà l'incomprensione dei vortici, dei vuoti innescati tra un respiro e un affanno. Pessoa e Pavese furono i soli maestri in grado di lenire questa febbre; lo fecero con la scrittura e divennero eterni. Scrivere, dunque, è un esercizio regolatore, un'igiene che organizza il caotico, dato essenziale e finale dell'irreparabile capziosità a cui siamo costretti. Avremo modo di interrogarci sul senso infausto del destino, se solo acquisiremo il vezzo di tornare nella recondita intimità. Niente divertissement. Nessun tipo di agio spigoloso. Il suggello della scrittura sarà riconciliante con il mondo, poiché vi si adatterà sapendo, sempre e comunque, che ciò che si è non sarà in nessuna istanza assiologico e definitivo.
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