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al testo di Simone Tinari
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Il malinteso che si frappone tra il campo decisionale dell'individuo e l'ingerenza dello Stato subentra laddove il potere esecutivo, anziché sollecitare le attività dei membri e i relativi sviluppi creativi, interferisce senza limiti nella sfera individuale soppiantando con la propria coercizione paternalistica la libera autonomia degli individui. Questi relegano il proprio sé alla catena della macchina burocratica statale e quanto di degno ci fosse nelle capacità individuali è obliterato, spiacevolmente, da un'ingannevole autorità super partes. Il valore dello Stato, la sua legislazione e il suo governo corrisponde al valore, la legislazione e il comando dei singoli che lo compongono, in virtù di un contratto o di un accordo che ratifica un beneficio reciproco. Lo Stato non può fungere da Leviatano, non può negare le aperture intellettuali. L'abilità amministrativa, la gestione degli affari interni ed esterni; quanto è propriamente di uno Stato, in nessun grado e in alcuna misura può sacrificare gli interessi delle iniziative individuali; piuttosto, esso dovrebbe stimolare le azioni. I cittadini non sono mezzi in vista di fini prefissati, siano essi economici e privati. Non tutti gli individui sono animali gregari, strumenti docili da usurpare. Se lo Stato avrà a che fare con dei piccoli uomini, esso non potrà anelare alcuna grandezza maestosa, vi sarà impossibile realizzare qualsiasi progetto disvelante e rinnovatore. Come conclude Mill, nel passo finale de La Libertà: "La perfezione della macchina cui ha sacrificato tutto alla fine non servirà a niente, perché mancherà quell'energia vitale che, proprio per far girare meglio la macchina, ha preferito distruggere". |
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