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Il Contrattualismo di John Locke

John Locke affida la sua riflessione politica ai Due trattati sul governo civile. Nel primo confuta le tesi assolutistiche esposte dal filosofo Robert Filmer nel suo Patriarca

È dal secondo trattato che si dispiegano le sue tesi politiche più originali e, per quanto rivoluzionarie all’epoca, ampiamente criticate nel corso dei secoli.

Anch’egli parte dallo stato di natura, ma i presupposti dell’antropologia lockiana sono ben distanti da quella hobbesiana. Lo stato di natura teorizzato da Locke è caratterizzato dalla pace, dalla benevolenza, dall’assistenza e dalla difesa reciproca. 

Ciascuno possiede dei diritti e dei doveri che coincidono con il limite invalicabile della legge natura, la quale vieta a tutti di recare danno agli altri nella vita, nella libertà, nei beni e negli averi.

Lo snodo centrale di queste premesse viene presto rovesciato dagli esiti, giacché nello stato di natura non vi è ancora un potere comune vincolante in grado di far rispettare tali diritti e doveri. 

Per dirla con Kant, il diritto è imprescindibile dalla coazione, ovvero la costrizione: se io ho diritto a qualcosa, al tempo stesso anche gli altri dovranno rispettare, costretti, il mio diritto. 

Nello stato di natura agli individui spetta correggere coloro che trasgrediscono la legge, in modo che venga impedita ogni altra possibile violazione.

Dato che l’individuazione del torto e l’esecuzione della pena spettano ai singoli, è facile entrare nello stato di guerra, il bellum omnium contra omnes teorizzato da Hobbes. 

Nasce, per necessità, l’esigenza di istituire attraverso un patto un potere sovrano che sia capace di garantire la pace e la sicurezza, preservare in nuce la vita e la libertà.

Il contrattualismo lockiano nasce, però, consensualmente tra i cittadini e il sovrano. 

Questo significa che il sovrano di Locke, cioè lo Stato, non è assolutamente assimilabile al Leviatano di Hobbes, in quanto il patto intercorre sia tra i sudditi sia tra questi e il sovrano. 

Egli non è legibus solutus, fonte di ogni legge e di ogni diritto; non rappresenta l’unico beneficiario tra le parti contraenti. Il sovrano non può che essere soggetto alle leggi derivanti dal patto sottoscritto. Le leggi e i diritti stabiliti dal patto non possono essere violati, poiché il potere concessogli dai sudditi sarebbe immediatamente revocato.

Manifestamente, il contrattualismo, così come lo delinea Locke, ha la prerogativa di essere consensualmente revocabile e deposto. 

Il nucleo del liberalismo lockiano esige dallo Stato la difesa della libertà, del benessere individuale e, cosa indispensabile, della proprietà (intesa come diritto inalienabile, elemento indicativo della vita e dei beni). 

Insomma, cosa chiedono i cittadini allo Stato? 

Secondo Locke, non ci sono misure: entrando a far parte della società civile, riconoscendo dunque l’autorità legittima dello Stato, gli individui esigono da esso la conservazione della propria libertà, e che venga allargata la sfera dell’autonomia individuale. 

Locke è il fautore della cosiddetta "libertà negativa", ovvero quella libertà intesa come assenza di interferenze esterne; essa si oppone alla libertà positiva, la "libertà di". 

Queste differenze verranno ampiamente concettualizzate e discusse da autorevoli filosofi e storici delle idee come Sir Isaiah Berlin e Norberto Bobbio, ma l’oggetto del presente contributo non verte su questi aspetti, che pertanto verranno senza dubbio riproposti in un secondo momento.

Tornando a Locke, la delineazione della società liberale si riflette circa i limiti legittimi entro cui lo Stato può esercitare il suo potere. 

I poteri devono essere ben suddivisi e non incorporati nelle mani di un’unica persona, pena il ripristino dell’assolutismo. 

Per questo, vengono teorizzati tre tipi di poteri che a noi posteri non sono estranei.

Vi è il potere legislativo, scelto e designato dal popolo, con il fine di elaborare le leggi. 

Il potere esecutivo, il quale provvede all’esecuzione delle leggi. 

In ultima istanza, un potere federativo con le prerogative specifiche di stringere alleanze, dichiarare guerra e stabilire la pace; non meno importante è condurre negoziati.

Quando il potere esecutivo prende il sopravvento (il sovrano, quale esso sia, si trasforma in tiranno, violando il patto sottoscritto) perde la sua autorità legittima. 

Locke teorizza, a tal proposito, il diritto di resistenza in forza del principio secondo cui “è lecito opporre la forza alla forza ingiusta e illegittima” (Capitolo diciottesimo, Della Tirannide).

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