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Pier Paolo Pasolini nel 40��� anniversario della morte

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PIER PAOLO PASOLINI

 

Avevo sedici anni. Erano le vacanze dei morti. Mi trovavo con la mia famiglia in Toscana, a casa di mia zia. Un casale preso in affitto tutto l'anno, dove zia Mimma, la sorella di mia madre, andava a soggiornare tutti i fine settimana e tutte le feste comandate, spostandosi dalla sua casa di Livorno. Era una casa enorme nella campagna tra Vada e Rosignano. E così poteva ospitare spesso i parenti, che venivano da Roma. Una volta uno, una volta l'altro.
Era vacanza, era festa, come dicevo, anche se era una festa un po' strana, il ponte dei morti. Facevo il V ginnasio. Quella volta venne con noi anche la famiglia di un'altra sorella di mia madre. E fu ospitato anche un mio caro amico, Massimo.
Partimmo da Roma il giorno di Ognissanti o il giorno precedente da Montesacro e arrivammo in campagna dopo un lungo viaggio in macchina sull'Aurelia. Erano per me i primi viaggi.
Il giorno dei morti, appena svegliato, appresi dalla radio o dalla televisione, non ricordo bene, che vicino a Ostia, durante la notte, era stato assassinato Pier Paolo Pasolini.
Quella giornata la ricordo per un senso di sconcerto e di sconforto.
Col mio amico andammo a confonderci con la bruma grigia e fredda di quella mattina autunnale dei morti passeggiando in un paesaggio così diverso dalla nostra periferia. Quella periferia che aveva cantato Pasolini. Ci sentivamo tristi e spaesati.

 

"E, come allora, scompaiono cantando".

 

A distanza di quaranta anni, con la stessa tristezza di allora, ma con in più la rabbia accumulatasi col tempo, voglio ricordare Pier Paolo Pasolini con i suoi versi.

 

Maurizio Soldini

 

IL PIANTO DELLA SCAVATRICE

I

Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

 

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

 

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

 

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche

 

le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

 

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

 

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

 

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni

 

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

 

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

 

Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

 

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

 

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

 

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;

 

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

 

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

 

fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

 

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

 

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

 

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

 

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

 

lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia

 

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

 

risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -

 

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa

 

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

 

da Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 2010, pagg. 70-73

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