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Non mi ero rassegnato all'idea che Corinna mi avesse mollato senza preavviso, per cui l'avevo cercata con insistenza e, dopo una settimana, ero riuscito a incontrarla. Ai Giardini. Era lì che si faceva trovare, solo che non mi parlava più. Aveva saputo della scappatella con la Ela. Questa era la parrucchiera che, il giorno prima del distacco, le aveva fatto un'acconciatura coi fiocchi e, due giorni dopo, era venuta a letto con me: era brava con gli uomini e si faceva fare di tutto. Del resto, era stata la signora a lasciarmi in bianco senza motivo e non potevo mica farmi le seghe e autocommiserarmi per il resto della vita. Ora, però, volevo farmi perdonare. Un giorno le portai perciò un bouquet di fiori, lei lo accettò. In quell'oasi di pace in mezzo alla città, stemmo in silenzio per un quarto d'ora a guardarci e a riflettere. Cercavo di farle capire che mi ero pentito. Ma era imperterrita. Ascoltava i miei discorsi, mi fissava ridendo sotto i baffi, però non mi rivolgeva la parola. Quella volta passò vicino a noi il custode del parco. Salutò guardando a terra. Gli chiesi da quanto tempo non potasse le siepi e lui mi rispose che non le toccava da sei mesi. Poi mi disse che doveva andare a sistemare un'aiuola che si trovava dietro una fontanella e si congedò. Il tipo era cordiale, mi guardava con commiserazione e si rivolgeva a me con il "tu", ignorando la presenza di lei. Forse gli era antipatica per l'atteggiamento che mostrava nei miei confronti. Le proposi di fare una passeggiata. Rimase impassibile. Allora restammo dove eravamo. Discutemmo per oltre un'ora e non mi accorsi che si era fatto tardi. Il sorvegliante doveva chiudere e mi fissava. Il suo volto non esprimeva più compassione. Feci notare a Corinna che era ora di alzare i tacchi e tornare a casa. Varcammo l'uscita, il guardiano chiuse in fretta il cancello. Io mi avvicinai alla macchina, aprii la portiera e mi voltai a guardare verso mia moglie, poi, prima di rigirarmi per entrare nell'abitacolo, spostai lo sguardo in alto e rilessi quella scritta sopra l'inferriata, che da otto giorni mi ripetevo nel dormiveglia: "Tutto è vanità, tranne il sepolcro".

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