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“Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock”, di Elio Pecora [collana Racconti (Teatro)]
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Poesia della settimana

Questa poesia è proposta dal 14/07/2014 12:00:00
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tre poesie

di Gianluca D’Andrea

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Parentesi

inedito

 

È la Storia a insegnarci

la possibilità di ricordare,

davanti alle immense macerie

ci sono i gesti più consueti

di un’animalità narrata, in-

enarrabile. Gli spettri procacciano

sostentamento dentro la carcassa

della nostra memoria,

carena spolpata e poi rimpinguata

da storie più recenti.

Strato dopo strato,

frammento su frammento, si coagula

la coscienza distinguendo,

tra miseria e rovine, il necessario,

l’angolo di vita, la luce serale

attraverso cui, per un istante,

traspare, succo di dolore, appiglio,

il bimbo che gioca

scalciando la testa del proprio cane

strappata al nemico.

 

 

La resa

 

Sul viso queste linee perfette

che la luce bagna appena.

 

Linee dall’alto che sfaldano la luce

ricadendo sulla bambina che dorme,

sui lineamenti dritti, dolci, verticali;

 

il viso della bambina è diverso

cambia come il giorno

come ogni giorno cambia

per somigliare a se stessa, diversa,

al diverso che cederà nel nulla

che già l’accompagna, rendendo

possibile la sua presenza attuale,

eterna.

 

Sul viso quelle linee perfette

ogni giorno perfette nella loro incoerenza

col perfetto che è sempre visione.

 

La visione è qualcosa che si arrende;

ancora, ogni tanto, combatto

con la mia resa,

la lingua diventa l’eco di un campo,

una lancia sospesa nel lancio,

non cade, salta.

 

La resa non ha obiettivi,

non sa definirsi, si bagna appena

rendendo.

 

 

Autunni d’interno (o Cubismi)

inedito

 

La luce, quella propizia, l’Autunno,

l’arancione di un’epoca,

il tramestio nelle pareti, l’eco

interna, nella stanza,

l’Autunno è dentro i passi in Messi il cane,

il nuovo sembra eterno nel sopore –

ogni suono è un ronzio che squillando

preme le pareti facendo uscire

un brodo melenso, una polta

che rincuora l’immagine ferma.

Il camino non c’è,

un ricordo cola materia

sul presente, il sopore rimane.

 


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