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LAutobus Formidabile
Si vociferava in giro che per la citt viaggiasse un Autobus Formidabile dove sperimentare la conoscenza di se stessi. Io li conoscevo tutti, gli autobus, e li amavo perch non disdegnavano mai di farmi brillare capelli e pensieri al sole. Mi incurios questo fatto di un autobus cos... allora mi informai con un passante: "Scusi, signore, ne sa mica nulla dell'Autobus Formidabile?" Quello ebbe un attimo di piena trascendenza. Segu un pensiero che era una passione. Poi mi apr il sorriso, e uscirono le tanto attese parole: "scusi, se non ho risposto subito... ma, sa, chi ci ha viaggiato su, come me, ha tutto il fiato tolto dall'esperienza fatta". "Cosa ha questo autobus di cos particolare?", domandai al signore che aveva ancora il fantastico viaggio cos dolce negli occhi. Quello tentenn allegramente e disse: "ha presente gli altri autobus? s, ecco, pu capitare che facciano degli incidenti... o che potenzialmente potrebbero farne..." Io ascoltavo, ma non potevo dire di aver afferrato... Quello prosegu, e fu la cosa migliore: "questo certo Autobus Formidabile non solo non fa incidenti, ma fa controincidenti". "Non ne fa?" Quello si spazient un po', ma poi, con un entusiasmo alato, disse: "non solo non ne fa... ma fa proprio il contrario: fa delle occasioni di consapevolezza, sulla strada degli incidenti percorsa da altri autobus". "Formidabile!", dissi io. E lui mi rispose: "Questo dicono tutti quelli che lo aspettano... aprono l'anima al formidabile! e poi niente ti pu far male, la vita diventa...incantevole e non ci saranno pi temporali, dopo!!" "E che si deve fare per prenderlo? e come lo si pu riconoscere?" L'anziano signore disse: "E' facile, deve soltanto entusiasmarsi molto... a lei cosa piace tantissimo? A me scrivere piace un mondo!! Lo sospettavo. Ha gli occhi che sembrano aver visto cose lontane Allora deve chiudere gli occhi e sognare, sognare, sognare tanto!" "Ma se cos, con gli occhi chiusi non lo vedo, lo perdo". L'uomo disse: "no, lui che ti aspira... e io sono felice che sia cos.. ah, non dimenticare che per decidere la posizione sull'autobus devi metterti il cappello pi verso destra. Almeno se sei come me... noi artisti abbiamo tutti il cappello pendente verso destra " Lo guardai mentre danzava a tratti, quando mi giravo, credendosi non visto. "Se io sono come lei in che senso?" Quello disse: "se anche lei preferisce mettersi il cappello verso destra, simbolo che va in viaggio verso le Isole di Capacit... e cos compensiamo i mancati appuntamenti con l'ospite sinistro. Questo caro assurdo ospite pigro e d da lavorare al suo dirimpettaio... cos questo, stanco e offeso, fugge verso le Isole di Capacit. E io ne approfitto per fare dei viaggetti niente male..." "Credo di capire", gli dissi, "ma che c'entra questo con l'Autobus Formidabile?" Lui mi disse soltanto: Eh, caro mio, se poi vorr scrivere una memoria di questo viaggio, non potr farlo se non essendo guidato da queste Isolette di Capacit esse guideranno il suo viaggio E mi resi conto che stavo gi narrando a me stesso il mio itinerario, gi alla fermata stessa, quindi ero gi guidato dallispirazione.. Ma la risposta intera me la diede lo stesso mezzo che, mentre il vento mi faceva pendere il cappello verso destra, mi aspir dentro. Non appena catapultato dentro l'autobus, lo spettacolo che mi si offr mi sconvolse: c'era un controllore chiamato Tertulliano che mi si fece vicino e mi disse: "Tu dove vuoi stare?" "Mah, dove capita.. non so..." Disse a un collega: "Mandalo davanti, questo uno che si conosce poco..." Mi scivol il cappello e mi sentii smarrito ma cera da imparare. Tertulliano disse: "anni e anni di civilt solo per essere capaci di secessione... Sono disgustato. Avessero almeno imparato a dialogare. Ma dicono che non hanno tempo luno per laltro! Quando si domanda loro perch non stiano insieme rispondono: abbiamo tempi diversi di risposta, e poi non siamo mica coniugati Cominciai a familiarizzare con l'intorno. La gente mi guardava curiosa, ma io risposi solo una piccola grande incredulit. Viaggiavo avanti e indietro sull'autobus: dietro si mangiava e ci si amava con una certa lascivia. Le donne sembravano dei ragazzacci volgari, mentre man mano che andavo verso il conducente, le parole diventavano sofisticate e le vesti sobrie ed eleganti. La memoria diventava sempre pi debole via via che si andava alla testa dell'autobus. Infatti le signore che stavano avanti erano le pi multate perch dimenticavano di fare il biglietto e stavano tutte ferme ai loro posti attente a non mischiarsi con le altre persone. Ogni volta che c'era una frenata per loro era un trauma. Infatti significava essere invasi da corpi o invaderne a loro volta... Tertulliano mi chiese: Biglietto, prego! Io gli risposi: che non ho visto dov la macchinetta. Il controllore disse con un certo disappunto: la macchinetta avanti, per avere il diritto di stare su questautobus bisogna andare avanti! Infatti era l che tutti chiedevano scusa e dicevano: gentilmente, cortesemente, se possibile Mentre noi che stavamo in mezzo allautobus eravamo pigiati e scalciavamo con parolacce che si facevano calci, e avevamo solo una spinta animale ad andare avanti. La calca partiva dal fondo dellautobus dove molti si perdevano a palpeggiare invitanti paesaggi dai contorni arrotondati come se lagente atmosferico della loro fantasia li avesse smussati e adattati alle loro mani e ai loro desideri prensili. Ogni volta che lautobus sbandava, la gente, dietro, sbatteva contro i sedili e i poggia- mano, messi in alternativa ai fianchi delle donne; per questa popolazione un po primitiva, anche i sedili avevano unanima, quindi si poteva scegliere a chi dare la colpa se sbattevano contro signore o cose: in tutti e due casi i rozzi erano felici. Vedevo un signore che prendeva a botte un sedile e gli chiesi: ma scusi, cosa fa? E quello: Cera seduta mia moglie, lei cattiva, quindi il sedile complice! Io restai paralizzato, poi gli dissi: Ma si segga, su, non faccia cos, non crede di essere un po proiettivo e animista? Ma egli non capiva bene le mie parole, disse: lei mi guarda male, come tutti, e poi se le dice a me, queste cose, deve dirle a tutti, qui. Non vede che siamo tutti cos ammassati gli uni sugli altri e indistinti? Lomone indic ci che prima non avevo notato: una montagna di persone ammassata dietro di lui e pronta a vedersela con me. Non potei rifiutarmi di dare ragione al signore e lo chiamai: Carissimo. Era un discorso senza luce, il mio, che un muro di corpi oscurava. Mi diressi, con fatica, avanti. La gente si andava diradando, l. Respirai sollievo, anzi, soltanto: respirai. In fondo laria era irrespirabile, parlava di sudore e le parole sudavano prima di uscire. Cerano solo immagini di gente desiderosa e devastata. Che non sapeva contare, era ununica massa informe, ma ognuno un numero indefinito e tante cose per amanti. Ristorata andai vicino al conducente, dove la temperatura era freddina e ognuno leggeva o ascoltava musica, misuratamente avulso dal mondo circostante. Si sentiva solo il rumore di pagine girate e le scuse dette in modo magistrale al controllore sul mancato biglietto. Erano cos brave a inventare discorsi, facevano disquisizioni sullessenza dellassenza, su quante mancanze nel mondo di oggi ci sono: dalla sterilit, alla solitudine della vita, allesistenza o no di Dio. Il controllore, Tertulliano, si accalorava a discutere con loro, ma la sua setta di Bigliettai Estremisti & Stremati non ce la fece pi a imporre le sue condizioni fiscali, si mise a raccontare di quando anche loro viaggiavano per passione e si crogiolavano al sole ed erano tuttuno col sorriso... Una donna disse: Eravamo felici e stavamo sempre in fondo allautobus era una grassoccia voglia di vivere, quella prima di diventare estremisti! Poi Tertulliano si rivolse al suo collega e gli disse: Bene, Socrate, scrivi tu la multa per quella ragazza l! E quello rispose: No, io non scrivo! Il solito, disse Tertulliano, si rifiuta sempre di scrivere Io feci: Ma si sa che Socrate non ama scrivere, perch non diciamo di fare la multa allaltro controllore, come si chiama a Platone? Platone, sentendosi chiamato, rispose: Quel che stato stato! Ci che Stato la cosa pi preziosa per me Ma, obiettai io, stato che la ragazza non ha fatto il biglietto e ora sar la multa, logico Senti, ragazzino, mi disse spazientito, non venire a dire a me ci che logico o non lo , potremmo discuterne fino a domattina, se vuoi, per me non un problema sono dialetticamente imbattibile, e quando dico che ci che stato stato, nessuno pu superarmi La ragazza si aggiust capelli e borsa, evidentemente soddisfatta di non dover pagare la multa anche la storia era dalla sua parte e doveva ringraziare col pensiero il pensiero dei filosofi e con lo stato danimo lo stato utopico di cui si trattava. Mi diedi a un altro po di osservazioni dellAutobus Formidabile Cos imparai che la popolazione in fondo tendeva a spingere per andare avanti e quando li si intervistava, dicevano: Come perch andiamo avanti? Siamo in evoluzione psichica, anche se parte del nostro gruppo ci chiama a sederci di nuovo dietro. Ma noi fingiamo di non ascoltarli E cos lAutobus Formidabile andava avanti, beandosi al sole della civilt, nonostante il richiamo di quella gentaglia palpeggiante, bestemmiante e sguaiata. E quando si chiedeva a quelli avanti perch non andassero daccordo con quelli dietro, questi ripetevano, per una memoria che era pi di parole che altro: Abbiamo tempi diversi Non siamo mica coniugati! E, sceso dallautobus, mi sentii formidabile per aver visto un assaggio della storia dellumanit
Id: 2235 Data: 20/04/2014 21:07:49
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Lettera al mio pap
Non ci sei pi, ma il modellino della barca ancora in piedi. Tutti i tuoi libri mi raccontano di te: li leggo come una seconda ondata della vita: ho da apprendere lo splendore di vivere dal ricordo del tuo sorriso e del tuo amare forte la vita, anche se avevi dimenticato le parole uscire, correre. Ma avevi lo studio arredato di ancore, timoni e altri piccoli avvii al sogno, che ti facevano un viaggiatore anche se apparentemente immobilizzato dalla tua malattia. Viaggiavi verso i cuori della gente, li conquistavi: eri il pioniere dei cuori vuoti, soli, di quelli che non vincevano mai. Tu posavi una luccicante corona sulla loro solitudine, tu ci stavi con la loro tristezza, la arricchivi col tuo sorriso. E cosa dirti, Pap? Le mie amiche ti ricordano come lesempio della forza di un eroico quotidiano, valoroso nel profondo. Psicoterapeuta per passione, padre per vocazione tenerissima e viaggiatore per conoscere tutto quello che c quando si chiudono gli occhi. Steso a letto mi parlavi di terre bellissime: quelle illuminate dalla sensibilit, quelle terre che sembrano giornate destate che durano e che non vogliono chiudere i loro occhi. Io ti ringrazio per avermi regalato tutto questo tesoro che non si spegner mai Io lo parler, lo divider come il pane per far crescere la bellezza dei miei giorni e di coloro che amo. Avevi un fare principesco che si inchinava davanti a tutti, forse per il semplice atto indimenticabile di dare una mano a chi non era stato mai ascoltato, n dalle persone, n dalla vita. La tua anima cera per il loro dolore. Sento lo sciabordio tenue delle tue parole, lo ritrovo nella riva delloggi che mi tocca i piedi e mi insegna che ogniqualvolta mi verr voglia di ascoltarti, tender lorecchio al mare e ti trover, con i tuoi sogni azzurri e sfumati di lontananze, dove si perde la terraferma e si comincia a camminare tra nuvole felici. Cosa mi dici dal tuo cantuccio caldo e celeste? Di certo sei felice perch sognavi di attraversare il blu del mare e ora attraversi il cielo. Questo cielo che anche da vivo portavi nello sguardo con quella bellezza che solo i piccoli delluomo hanno. Leggo i tuoi libri e ti trovo in una data, in una firma, in una dedica Questa lettera una chiacchierata con te, ma non c una data perch tu sei sempre; non c la mia firma perch la mia firma sono queste piccole lacrime che ti inventano accanto a me. E la dedica la mia vita: la volger alla dolcezza del tuo ricordo e la far diventare incantato presente. Caro Pap, e cos Natale senza di te ma poi mi guardo attorno nel tuo studio e mi sembra tu mi sia di fronte e che tra un attimo mi abbraccerai come una volta quando ero spaventata dal mondo, una ragazzina ribelle e fragile: abbraccia ancora dallalto questa ragazzina e io sentir le onde parlarmi del tuo amore perch in effetti la vera festa, quella che non ammutolisce mai e canta in me, stata e sar sempre averti avuto come pap
Id: 2205 Data: 28/03/2014 18:48:45
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Lavventura del ragazzo- fuco
Su, figlio mio, ora di andare a scuola, schiodati dai libri!, la voce della donna suon squillante tra le pareti azzurrine di casa. Il ragazzino, che adorava studiare gli insetti , disse: "arrivo, mamma, un momentomologo". Il solito, pens la madre che sempre pi egli paragonava a una termite: per avere scelto quella palazzina sotterranea. La signora vestiva sempre di chiaro, tanto che il figlio la chiamava: Formica Bianca. Il ragazzo stava leggendo un libro sulla vita delle api... ma improvvisamente fu catapultato dentro a un alveare, fuco lui stesso. Non si riusciva a capacitare di essere diventato un giovane fuco, cos da un momento all'altro... e poi pens alla madre che, pur di strapparlo al libro, l'avrebbe, detto volgarmente... affucato! Ma lui gi era tutto incravattato come un ronzante cicisbeo ansioso di convolare a nozze con la simpatica regina: eh, niente male, pensava, se a primo colpo mi faccio una regina... bel colpo se me la faccio a primo colpo! e a dispetto della sua volgarit diceva: Ho un animo nobile anch'io. E si lucidava le ali. Non mi interessa la classe delle operaie, ma in fin dei conti non sono poi cos deplorevoli: se consideriamo che stanno lavorando enormemente per costruire le culle per i miei figli. No, non sono da disprezzare tanto. Anche le bottinatrici non sono da buttare: mi ingozzano di miele, si, decisamente: si meritano la mia stima. Questa casetta esagonale sembra un capriccio di Borromini, complimenti a tutte voi, ragazze, usc da un triplo mento una voce che canzonava, suadente e sensuale, la dignit di tutte quelle creature che si affaccendavano per costruire posti letto per i figli del giovane fuco e ampolle di miele per nutrire i suoi lombi che tutti speravano utili. Ma lui scambiava tutto questo per affetto. Cos si confid con le guardiane del ritrovo " a Rio Api" che era una colonia di api in riva a un fiumicello. Disse loro, ironicamente: "sappiatevi guardare da altri fuchi, non sono tutti sinceri come me". Ed esse risposero che quella era la loro professione e Fuco si sent un po' sciocco.
Fuco sognava il momento in cui avrebbe conquistato il cuore della sua regina e doveva prenotare un colpo di vento per salire in alto, in alto, dove laspettava la sua alcova celeste. Si diceva: Ho preso amore a questo sogno. Ma nessuno gli aveva detto che dopo il grande passo sarebbe morto. Come di regola. Quella notte infatti lui ridivenne un ragazzino e, come una macchia di colore che va precisandosi in un dipinto, lo circond la sua stanzetta e sulle ginocchia il libro aperto lo induceva a informarsi, prima di decidere stelle e drammi sul suo futuro. A distendergli un sorriso felice sulle labbra era il fatto che, per i suoi doveri di fuco, in cui di l a unora si sarebbe nuovamente mutato, non aveva lobbligo di andare a scuola: poteva restare a sognare in quel mondo dove il primo bacio coincide con lultimo. E si chiedeva se era giusto immolare una vita per un unico volo azzurro. La sua sposa, piccola ape regina, in quel periodo stava nascendo alla bellezza, nutrita di tutte le delizie apposite per svilupparle lillustre ruolo. Il ragazzino lanci unocchiataccia allorologio a passo svelto verso il sacrificio: gli restavano pochi minuti per finire di leggere il libro e scoprire che fine avrebbe fatto una volta trasformato in fuco. Scopr cos con amarezza che fine lo attendeva, lui che aveva soltanto tredici anni ma ormai era deciso che doveva assumere lidentit di amante della regina. Si disse: avrei voluto costruire una vita lunga e felice, accanto alla persona amata... ed ecco che mi tocca barattare lazzurro di un momento con un eterno nero. Presto trasformato, si ritrov dalle guardiane dellAlveare. Una gli propose un indovinello per capire se era fatto per conquistare la regina o fuggire pauroso di ci che di orrendo immensamente incombeva: un infinito buio dopo il pi fulgido cielo. Gli disse: fai lanagramma di alveare. E quello, battendo i denti, rispose: a levare. Lo sapevo, disse la guardiana. Non dategli pi miele, lo faremo morire in quellangolo di inedia. E lordine si sparse: detto in un ronzio cupo, la tragedia lo avvolse con un abbraccio mortale: compatte, le api, stavano attorno al fuco che disperava la dolcezza di quellincontro che non sarebbe pi stato. Ma fortunatamente riusc a evadere e se doveva per forza morire, tanto valeva darsi alla sua regina. Ella intanto cresceva, viziata dalle carezze delle antenne delle sue amiche e dalle pi squisite pietanze. Per, un giorno, accanto alla sua stanza stavano delle principessine che le rubavano il sapore del potere, difficile a farsi sputare via. Era minacciata dalla loro bellezza e dalla loro fecondit La piccola Imenottera- questo era un ordine sia entomologico che un ordine di far festa: ovvero il suo fastoso e indimenticabile imeneo- si avvicin alle piccole creature sbuffando tutta la sua disapprovazione e intonando una litania che lasci le rivali immobilizzate, attonite dentro la sconfitta. Il piccolo fuco aspettava il giorno del banchetto nuziale con animo diviso: da una parte correva come tutti gli esseri verso la felicit, a cavallo del vento, e sopra le logiche della gente e di tutti gli esseri senzali; dallaltra sapeva che un passo dopo lazzurro cera labbraccio freddo dellignoto. Ma, quel fatidico giorno, solo i poeti, i bambini e tutti gli altri sognatori avrebbero sentito nelle vene le spire di vento dellacutissima festa. Fuco, che era stato un ragazzino sognatore, si disse: S, forse la vita proprio questa: ridere con un amore e poi addormentarti per sempre... e chiss forse un sogno abiter il tuo sonno eterno, forse ci sar anche l un altro volo! Poi pens: Beh, passiamo allatto pratico: morir quindi dopo averlo fatto non avr sensi di colpa.. e si mise a ridere della sua stessa ironia, mai stata cos cruda e dirimpettaia alla morte. Tutte le operaie gli facevano i complimenti, indovinando che il baldo giovanotto che avrebbe avuto quella fortuna sarebbe stato lui. Lui sorrideva a met e diceva: ssss. Perch dici questo, ronzavano le ventilatrici, vuoi dirci di star zitte? No, ammise Fuco con la voce che da sensuale gli era diventata atterrita: Volevo dire: ssssss/ fortuna! Ah, fecero quelle, e dove sta la tua virilit, bello? E questi rispose, credendo di fregarle: sono caldo anche ora, allora perch mi ventilate? In coro quelle dissero: Ma la nostra professione, lavoriamo al miele, che centra la tua virilit e il tuo gradasso calore? E Fuco si sent, come prima con le guardiane, unaltra volta sciocco. Tutto era quasi pronto per strappare quella luce speciale al buio che attendeva, portando con s il concetto tremendo del comunque Ma il piccolo sposo disse a tutte le sue amiche: non ho voglia di smembrarmi non appena finito lincontro, non mi sembra la migliore delle prospettive vorrei lasciare il mio cuore nel suo e non parti di regioni non guardate dal giorno nella sua borsetta detta spermateca dove s/permarranno per un po di tempo. E le amichette dissero: non hai amore per la specie? E Fuco rispose, ricordandosi in realt chi era: io in realt sono un artista, un ragazzo artista, e si sa che noi abbiamo altri tipi di figli, letterari capite, amiche mie? Lavoriamo tutti quanti, io e voi, per il miele io sono pi simile a voi, mie dolci operaie, che alla regina o al fuco Questi.. come si chiamano? Arti.. artisti, fece una piccola ape, stanca, che non era tanto sofisticata visto il lavoro che faceva, questi artisti si nutrono pure di miele? S. Noi ci nutriamo di miele e lo diamo, e spesso non abbiamo figli nel senso comune, ma c chi produce romanzi, chi poesie, chi quadri Cos, dopo aver detto quella verit, il ragazzino ringrazi le bottinatrici di averlo rifornito di una marea di miele e, finalmente, damore sincero (dato il loro del ragazzo-fuco e delle bottinatrici- commensalismo dideali) e di colpo, ma dolcemente come il ricordo del miele nella memoria e nei modi -che travalicavano il mondo delle api e lambivano di nuovo la sua stanza- si ritrov con la testa sul libro, con la voce squillante -come le trombe della vittoria- della madre che lo chiamava per andare a scuola E lui le disse allegro: sai, mamma, stavo per avere dodicimila figli! La madre lo guard tenera, con allegria e picchi scherzosa lindice sulla tempia del bambino. Poi il piccolo si mise a saltellare e aprendo le braccia come a voler spiccare il volo disse: Ero un fuco, ma preferisco essere un artista: posso vivere una vita pi lunga e partorire figli letterari senza morire! Hai fantasia, ragazzo mio, la madre disse, continuando il sorriso anche negli occhi. Ma a prova della verit il ragazzo tir fuori dalle tasche quattro bottigliette di miele e gliene porse una: Questa per te, Formica Bianca!
Id: 2064 Data: 02/11/2013 17:37:46
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La Regina dellEmisfero Noia
Un materasso di piume d'oca attutiva gli urti delle amiche della Corte Debordante: ad ogni istante i confini che le disegnavano vacillavano nel loro proposito di contenerle. Cos le loro pance degradavano verso sud, non prima di avere invaso il campo l intorno. My Dear era il pittore di corte, ma aveva dimenticato cos'era un disegno poich disegnava e poi cancellava i contorni... e quindi poi non sapeva cosa colorare. "My Dear", disse una matrona pannosa fra le altre che non erano meno nella gara al punteggio pi elevato di diabete... continuava a dire, prendendo fiato a ogni parola: la stancava la vita attiva: "my dear, cosa... ci disegni... oggi?" L'uomo aveva lo sguardo avventuroso e per questo le donne lo avevano scelto: era un antidoto di successo contro la noia. Si guard intorno tra i nobili focoselli desideri delle dame: loro mischiavano il corpo con l'arte per due motivi: il primo, tristemente imperioso, era la noia; il secondo: per arrivare alla fine della loro vita e non morire senza un ritratto immortale e allo stesso grado languido. Come potevano pensare di andarsene da questa vita senza avere rapito il cuore del loro pittore: almeno avrebbero vissuto con questo qui, se non con il loro.. Che bellezza vivere per sempre fra i colori dipinti per mano del latore di un cuore sublimato! I quadri erano sempre ci che seguiva al saporito fuocherello d'amore e ci che precedeva il vapore nei vetri della stanza. Ma allora non sarebbe stato uguale farsi una doccia?
Il My Dear non rispose subito, ma mormor un: "uhm..." e tutte capirono che stava cercando un soggetto e molte di loro dissero: "i.. i...", non riuscendo a completare la parola io, e lui capi che doveva dipingere i soggetti... Cos prima di finire il quadro si addormentarono tutte, ma a esser sinceri il quadro non fu mai finito poich i contorni venivano sempre male dato che erano in libera fluttuazione aerea. Al risveglio nessuna si preoccup di andare a vedere il dipinto e non perch non fossero interessate, ma perch nessuna riusciva ad alzarsi dal suo placido posticino con cerchi di grasso, come sassi in un lago che rifletteva la pecorella smarrita che era la loro volont. E al pittore davano noia gli apprezzamenti, cos non mostr il dipinto o quello che era l'abbozzo di un dipinto o meglio l'idea dell'abbozzo del dipinto, anzi per l'estrema esattezza: la sensazione dell'idea dell'abbozzo del dipinto.
Ma presto sarebbe tornata la Regina dell'Emisfero Noia. In quella stanza tutta spiumacciata di piume d'oca e fervori sonnolenti, di braccia stiracchianti a met in modo da non arrecare troppo sforzo, di sbadigli pensati... La Regina che era stanchissima dell'ultimo viaggio (ogni tanto doveva viaggiare per diplomazia ma avrebbe preferito che essa fosse come una lavatrice che ripulisse i capi nel rapporto fra loro, nellessere a contatto e che la coscienza fosse di nuovo bianca senza che lei facesse questo viaggio in lavatrice... ah no.. in aereo...)
Durante il suo viaggio aveva dormito tutto il tempo ai congressi, e poi si era giustificata dicendo che quel viaggio e quella gente era stata un sogno per lei. E tutti ne furono lusingati e non osarono replicare. Ma per tutto il tempo della sua assenza aveva sognato anche il suo matrimonio col pittore My Dear... e ora lei che era stata sempre cos pigra, non aveva mai fatto ginnastica n semplici passeggiate.. ora doveva fare il grande passo! "Ma quanto grande?, i miei legamenti sono arrugginiti... Per non parlare poi della prima notte di nozze: lui avrebbe dovuto intuire che sotto quegli strati di grasso che la ricoprivano come una matriosca si nascondeva la donna che aveva sposato.
E arriv il giorno del matrimonio. La signora Lul le domand, raccogliendo tutto il fiato che richiedeva quella frase... (si parlava sempre con monosillabi in quella corte): "Chi saranno i tuoi testimoni?" E la Regina rispose come loro erano abituati a vederla rispondere. Semplicemente rispondeva indicando con gli occhi i prescelti. I due si alzarono debolmente dal mare beato e sonnolento della folla e furono lusingati, tanto che sentirono quel pomeriggio meno vacuo e stracco, un pomeriggio lievemente divertente. Meglio di sempre, di certo.
Ma subito dopo sposati, le cose non andavano n bene n male, poich organizzavano sempre mostre per non annoiarsi (o meglio le organizzavano gli altri perch avevano tanti dipendenti, nel sonnacchioso Emisfero Noia, ai quali piaceva lavorare un po' perch erano s annoiati, ma non regalmente come gli sposi e poi non litigavano mai perch le liti erano motivo di noia.
E vissero circondati da tanti amici che pernottavano pure da loro in modo da non avere la noia di alzarsi presto la mattina per tornare alla Corte Debordante, dove pi diminuiva l'iniziativa pi aumentava una gioia, una gioia spaparanzata su divani e materassi Il viaggio di nozze era troppo faticoso e poi chi aveva voglia di girare per le citt, di fare dei commenti sui monumenti...? Essi avevano gi tutto stravaccati tra quelle piume d'oca e per vincere la noia sparlavano ogni giorno una nazione diversa...
Id: 1996 Data: 13/09/2013 18:02:25
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I dolci amici
Come un vagheggino intorno alle sue dame, ronzavo attorno ai gusti dei gelati in vetrina. Mi sentivo a mio agio, mi dicevo: "visto che la vita oggi ha tutti i gusti, perch non sentirmi splendidamente?" Non era affare da poco il canto di quei colori. Forse non sarebbe ricapitato. Presto sarei dovuta tornare a casa, e di quelle meraviglie soltanto un nostalgico: "erano belli da guardare". Rivaleggiavano per il posticino nel palato, il gusto Puffo e Pistacchio. Il primo disse: "la vincer io, questa gara: una volta in bocca, il palato diventa la volta celeste". "Presunzione! Soltanto perch sei azzurro, non ti credere votato alle altezze supreme...", disse il Pistacchio. Ma poco poteva ribattere colui che era verde di vergogna: era ben cosciente: richiamava troppo la figura di uno stagno. Quindi rimase muto e non poteva portare avanti nessun discorso: tutte le sue opinioni non erano da gusto maturo. Si intromise la Panna, che era simile a una matrona per quanto era grassa e gonfia. Disse: "ma perch queste contumelie? Non le sopporto." Pistacchio le disse: "Eh, vedi, tu fai una vita dolcissima, pi di tutti noi, e quasi sempre dimori nel palato di tutti. Lo stesso non si pu dire di noi: in lotta per essere scelti. Ci sono giorni che non veniamo presi in considerazione dalla gente, ci sentiamo dei falliti. Tu e tuo marito, il Biscottino, siete in testa alle classifiche, siete gettonati". E Cioccolato difese Panna, ma loro erano grandi amici, e si sentivano degli eletti. Per coloro che erano chiamati "gli opportunisti" erano i gusti alla frutta, che vivevano le loro storie d'amore coi palati quasi soltanto d'estate. Altra nomea era: "i ragazzi", perch amori seri, che portassero avanti per il resto dell'anno, non ne avevano. O erano casi rari. Il Limone era il pi latin lover di tutti poich piaceva a moltissimi. Poi c'era il Bacio che non perdeva tempo, quando veniva ordinato, ad accostarsi alle varie bocche, aveva buon gusto nell'amare: era delicato e non disdegnava le piccole orge, infatti finiva sempre insieme a due, tre amici nel cono. Ma capita sovente, un po' a tutti gli amici. La signora di queste riunioni dal dubbio gusto era la Panna: stava volentieri in ambigua compagnia. Li avrei voluti tutti nella mia coppetta, ma ahim, non potevo. Scelsi Fiordilatte, che stava abbondante, sinuoso, candido e virgineo in un angolino, quasi dimenticato. Non aveva conosciuto mai palato, era emozionato nel talamo della coppetta, lo portai con me a fare una passeggiata in riva al mare e, boccone dopo boccone, il suo destino fu adempiuto con dolcezza. I gusti alla frutta, solitari nella vetrina, stavano a parlottare rabbiosamente fra loro: si aspettavano di vivere la loro magnifica esperienza estiva per poi gloriarsene con gli altri. Ma la mia scelta cadde sul piccolo Fiordilatte che era tutto per me, per sempre, e da cui "i ragazzi, gli opportunisti", avevano solo da imparare. La vita era in quell'incontro tra gusto e palato, ma anche la morte: com' in fondo l'amore. L'amore che diventa parte di noi, una parte eterna, anche se l'incontro stato un lampo di poesia nel cielo nero. Un lampo di poesia che pu essere significativo, come per Fiordilatte, o storia da raccontare per noia, per "i Ragazzi". E i gusti alla frutta, mai di questa lezione raccolsero i frutti
Id: 1984 Data: 31/08/2013 17:43:47
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LEspansiva
In quella ragazzotta gli occhi erano repentini come ali di colibr, affondati nelle guance che raccontavano una storia di salute ed estrema confidenzialit. Tutti la chiamavano l'Espansiva. Per la strada raccoglieva stupiti sguardi come moscerini periti sul retino delle piscine. A chiunque lei rispondeva con un lampeggiante sorriso, e alla gente pareva che la stessa vita sorridesse. Non si sperava altro, in quel quartiere dove tutto sembrava spento, opaco, nient'altro che il passaggio di quell'icona pienotta, quasi su sfondo dorato (pareva infatti che scegliesse sempre di passeggiare al tramonto). Rina, una signorina avvizzita anzitempo ad opera dei marinai, chiese all'amica Jessy: "Ma quanti anni avr, ora? Possibile sia sempre cos giovane e noi... invecchiamo?" Ma quello che Rina non sapeva era che la sua cara amica aveva tantissimi amici e viveva un po' con Tizio, un po' con Caio, per gli uomini era una stella, per le amiche un guaio! Infatti la stessa Jessy non sapeva che ad alleggerire la sua vita da pensieri ed emozioni era stata proprio lei. Ma una fissa dimora l'Espansiva non l'aveva, saltellava allegramente da un abbraccio all'altro, non senza un certo romanticismo salvifico. Il giudizio della gente era corroborato dalla immensa simpatia di quegli occhi di colibr e dalla sua ingenuit che sfiorava quasi l'inconsapevolezza. Ormai son bastate queste righe per perdonarle i suoi torti, se torto si poteva dire tuffarsi a testa convinta nell'oceano dei suoi sentimenti. Jessy le chiese, quando si trov seduta al bar con lei: "Hai visto il mio ex, Manlio, ultimamente?" L'Espansiva fibrill di luce e disse come una bimba: "Certo che l'ho visto. Gli ho dato un passaggio venerd e poi mi ha detto che voleva andare al mare... con me". Jessy si irrigid un po'. Poi, prendendo il coraggio chiss da dove, disse: "Ma ci siamo lasciati solo da una settimana!" Al che l'altra rispose: "Secondo me, voleva andare al porto per vedere le navi, come quando siete andati in crociera". Ma Jessy esclam: "ma ci voleva andare con te!" Pi serena di un bianco Natale, l'Espansiva disse piano: "magari era troppo insostenibile il peso del ricordo e voleva un'amica". La piccola Jessy si arrese, voleva credere anche nelle bugie. Guardava l'amica e si diceva: "Come non credere a una che ha codesti candidi, simpatici e amichevolissimi occhi?" Cos nessuna si adirava mai con lei. Anzi le volevano bene. E i ragazzi trovavano nel suo modo di fare un'allegria che ci vuole e nel suo corpo un posto sulla ruota panoramica che fa vedere splendidi paesaggi pieni di poesia. Ma poi tutti tornavano alle storie damore poco prima interrotte per la gioia di un ballo. A volte, si cominciava a vociferare in paese, la ragazzotta dormiva anche alla stazione, seguendo dei tipi malconci che masticavano gomme da farsi venire mal di testa e che avevano pi tatuaggi che ideali. Tutti si preoccuparono, anche le ragazze, seppure per qualche istante erano state arrabbiate con lei. Una sera, lEspansiva incontr Rina, pi sfiorita che mai nel giardino curato male della sua vita. Questa le disse: Senti, devi stare attenta non puoi dormire qui. LEspansiva la guard stranita e poi disse, a ogni parola le guance facevano su e gi come una palestra: Io non lascio soli i miei amici, con chi parlerebbero se non con me, la notte? Mah fra loro, replic Jessy. Ma laltra non era convinta: No, cara mia, hanno bisogno di espansivit e io ne sono la portatrice. Poi Jessy la vide alzarsi e dare delle monete, molte, a uno che diceva di essere il Cavaliere dellumano. Si stava lentamente depauperando, senza dormire e dissipando tutto ci che aveva, che era gi poco, vista la vita che faceva prima. Un altro signore le si avvicin col bastone e lei lo baci in fronte. Questi sorrise, era quasi cieco, e si mise a parlare di ci che aveva a portata di mano: i ricordi dinfanzia. Ma la cosa pi bella di tutte, in questo percorso remunerato solo dal calore della gente stessa, fu che aveva preso a far colazione nelle case di riposo. E nella mattina incipiente, i vecchietti vivevano linizio della giornata e la fine della vita: ma erano accompagnati da quegli occhi formidabili, che splendevano solo di sentimento. E la bella icona pienotta cominci a lavorare in una casa di riposo, dove tutti landavano a trovare, tutti gli amici, anche soltanto per prendere con lei un caff speciale
Id: 1936 Data: 17/07/2013 10:44:18
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Le pareti bianche
Ero in una sala d'attesa bianca, un po' giallina, ma l'attesa bianca quindi la stanza d'attesa era bianca. Molti personaggi affollavano la sala, molti erano proprio fondamentali come i pilastri che al confronto sembravano pi precari. Li guardavo, sapevo di trovarmi in un luogo un po' stranito: mi continuavo a ripetere: sto assaporando l'eterno. Infatti erano tre giorni che aspettavamo l, senza mangiare e senza bere. Avevamo solo parole e attesa. Ogni tanto un infermiere spuntava alla fine del corridoio, ma veniva ingoiato dalla stanza accanto, e tutto tornava ad essere sconcertante per quanto era immoto. Sentivamo nelle vene perfino lo sforzo che faceva l'orologio nel suo duro lavoro. Una donna ripeteva a ognuno di noi la stessa cosa, velocissima, ma nessuno capiva. Lei proveniva dalla Clinica "Keep the Queen" e non sopportava che quella in cui noi ci trovavamo fosse migliore a quella del suo cuore. Che fosse il cuore di una situazione che fosse migliore. Ripeteva supersonica: "Un'equipe equiparata a chi? Chi ha detto che qui l'equipe equiparata a Keep the Queen?" La vocina aveva un che di altisonante di malagrazia. E proveniva dalla signora seduta di fronte a me: aveva rari capelli bianchi, come porzioncine di luna non tanto generose: giusto un po' poetiche quando le si paragonava all'ultima stagione della vita. Ma sorprendeva in questa donna la malinconia agguerrita contro tutte le dolcezze della vita: si slanciava in avanti come per vagliare lintorno, se c'era idea di pericolo. E gli occhietti: : ti fissavano fino a farti confessare che la vita amara: le strade sono in salita, se non lo sono allora ci sono fossi; se non vedi fossi, ci sono fossi nascosti; le persone ti deludono, o ti rubano il fidanzato, o ti rubano in casa. Insomma tutto questo comunicava la cara signora che calzava e poteva calzare un solo nome: Adunca. Ma poi feci caso alle sue parole, visto che le ripeteva, poich nessuno afferrava subito il significato. Capii che rimpiangeva la sua vecchia clinica dove tutto andava a meraviglia. E ognuno di noi rimpiangeva qualsiasi cosa, bastava che non fosse il posto dove purtroppo eravamo costretti a stare. Cera una costrizione che era pi forte di tutte le cose che ci circondavano, una stramaledetta costrizione interiore, ferrea e imponente, che ci costringeva a ripetere ogni volta la delusione: la notizia che dovevamo rimanere l: lo diceva linfermiere a cui noi chiedevamo sempre sapendo che la risposta sarebbe stata quella. Non cera neanche una diafana possibilit di scelta. Eravamo come costretti a sorbire le parole, sempre le stesse, e di cui noi eravamo stranamente avidi. A causa di una qualche balorda punizione che avevamo bisogno di auto-infliggerci. Linfermiere tirava un lungo e loquace sospiro, poi con gli occhi illividiti da quelle finestre sempre chiuse, quegli occhiettini che conoscevano solo i libri e che non erano abituati alle persone e alle cose, diceva: tutto uguale, tutto regolare, niente di nuovo che si deve fare? Non c niente da fare.
Noi ci guardavamo, poi guardavamo attorno laria e non avevamo pi nemmeno forza di controbattere, e volevamo bene persino a quellodioso infermiere. Sentivamo che le sue parole e i suoi occhiettini erano le nostre parole e i nostri occhiettini. Diceva ed era quello che noi dentro- dicevamo ed eravamo. La nostra ribellione, che il primo giorno era davvero grintosa, diventava pian piano sempre pi flaccida. E cos i nostri corpi, lontani dalla musica e dallamore.
Anche il telefonino che qualche volta, sempre pi scoraggiato, suonava, noi come per un impulso, lo spegnevamo: era un impeto fatto di morte. Lo stesso orribile condizionamento che ci obbligava a morire, ogni momento, di una morte vivente. Prima, quando il telefono suonava, noi subito ci rallegravamo perch rappresentava la vita che voleva vivere; ma ora perdio! pigiavamo il tasto per spegnere,; il male veniva da dentro: molti provavano a dimenarsi, a scappare dalla sedia, ad aprire la finestra, ma tutto curiosamente avveniva dentro la stanza che assomigliava a una pancia e noi eravamo nel corridoio dove transitavano barelle che, a loro volta, somigliavano a cibo che la stanza ingurgitava. Eravamo dentro noi stessi. E per questo ogni punizione era come se venisse dallesterno, invece lavevamo proprio dentro, e niente si poteva fare per ribellarsi. Ci tornavano alle orecchie le parole dellinfermiere: E che si deve fare? Non c proprio nulla da fare. Io dissi alla signora Adunca: inutile che si dibatte, non c nemico contro cui combattere: siamo noi i nostri nemici, e ci combattiamo!
Un uomo aveva preso a insultarsi da solo, visto che non poteva rivolgersi pi al suo odiato nemico che era fuori la clinica. Si ingiuriava perch doveva, la sua mano destra picchiava quella sinistra, e locchio destro guardava male il sinistro. E non ci lamentavamo che non cera mensa, perch lo strano infermiere ci diceva: tra le pareti di bianca malinconia non ci pu essere mensa. Daltronde era una frase perfetta per noi, esseri fatti di perfetto dolore, e laccettavamo quasi con un sorriso che era la conversione in gesto della nostra paura. Io pensavo: Vuoi vedere che ognuno rivolger le armi contro se stesso, come fa questo signore E la cosa strana era che non ce ne vergognavamo, tutti eravamo spudoratamente accaniti contro noi stessi e contro la nostra irresistibile tendenza a punirci. Persino la signora Adunca che prima elogiava la sua clinica Keep the Queen, ora sembrava non veder pi niente a parte il posto dove eravamo. E dove saremmo rimasti: prigionieri del bianco dellattesa: a poco a poco si faceva tutto sempre pi incolore, neanche pi bianco si poteva chiamare era proprio una sconcertante povert di colore. E infatti pian piano ci scordavamo che esisteva al nostro fianco una persona. Niente, avevamo perso linteresse degli altri. Ed eravamo sempre pi intenti a badare a noi stessi, e ai nostri ricordi. La signora Adunca, dalla malinconia cattiva, ci aveva contagiato. Il sole dietro le serrande sembrava allontanarsi e lasciare il posto a un freddo che si impossessava di noi, lentamente ma inesorabilmente affamato della nostra vitalit.
Pass di nuovo linfermiere e sentimmo le sue parole, con la nostra voce, e mi diede un effetto strano: era la voce di ognuno di noi che ripeteva: E che c da fare, non c proprio, ma proprio nulla da fare, ma lui non muoveva neanche la bocca: tutto partiva dal nostro cuore avvilito che si suicidava in mancanza di soffi di vita. La signora Adunca e luomo che lottava con se stesso ogni tanto si addormentavano ed anchio ed era allora che facevamo pace con noi stessi: ci facevamo dei regali, ogni sogno era il nostro compleanno ma, quando ci svegliavamo, cozzavamo contro la durezza del bianco dellattesa: eravamo bambini trascurati che attendono un dono, nel nostro caso un infermiere buono che ci desse una bella notizia, ma linfermiere eravamo noi, e la clinica era la nostra pancia. E facevamo finta di non saperlo: talmente eravamo sconcertati dalla penosit della situazione. Ricordavamo la vita supersonica che cera fuori, ma quella appunto era la vita. E noi non ne sapevamo pi niente. Echi di sole bussavano alla finestra, ma facevano in fretta a scappare via, come impauriti dalla nostra tristezza che dilagava e sembrava quasi un lutto. Daltro canto un lutto davvero per noi era stata la delusione dellamico che era fuori dalla clinica, e con cui noi avevamo litigato, e che prima amavamo. Quello che ci aveva fregati strano a dirsi, era la nostra perplessit nellamare le persone, s, lambiguit. Ci avevano catturati in questa orribile clinica senza tempo perch degli infermieri ci avevano visti dubitare nella conversazione con i nostri amici. La signora Adunca per esempio parlava con la figlia, ma fu sorpresa mentre esitava nel parlare con lei, e subito gli infermieri lhanno intrappolata nella clinica dove ora lei pensa solo a se stessa, e sempre con se stessa si arrabbia e si auto-rimprovera. Come tutti noi, del resto, che abbiamo avuto la colpa dellambivalenza, e per questo siamo stati puniti. E invece di odiare gli altri, il flusso dellodio si rivolto dalla met del nostro corpo allaltra met. E finir che ci annienteremo se continuiamo cos
Ma dicono che verr il tempo che spalancheranno le finestre e il sole ci torner a benedire e ci addosseremo la festa, e sar molto presto, perch il ricovero in clinica lho saputo da poco!- ha una durata ben precisa, e poi passeremo dalla parte opposta, dove tutto euforia: ma sar soltanto, spiegano gli infermieri, per non pensare pi alla tristezza di questa clinica: cercheremo altri amori, e sar sempre per rimpiazzare il dolore di questo brutto periodo con tutte le sue delusioni terribili Faremo baldoria per non pensare alla malinconia. Ma pu darsi che strada facendo, alluscita della clinica, troveremo un dottore che non sia, come gli infermieri, la nostra voce interiore, ma sia staccato da noi, eppure anche come un padre, un fratello, o quello che noi decideremo che sar e cos possiamo far pace con la nostra ambivalenza, e ci apriremo al rapporto vero con le persone e non ci chiuderemo dentro al bianco delle pareti dove invece ora ci sono dipinti paesaggi di sogno, i paesaggi dimenticati che formano la bellezza della vita. Proprio sulle pareti pallide della clinica ho scritto questo racconto, e cos esse hanno smesso di essere fatalmente bianche
Id: 1935 Data: 16/07/2013 22:05:12
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Pan e il suo sogno
Quel venditore ambulante dal canticchiante incedere era un uomo piuttosto simpatico a vedersi. Certo, ci si perdeva in qualcuna delle sue pance, a volte. E dividendo qualche chiacchiera con lui, ci si rendeva conto di avere davanti un sant'uomo: tanto era pieno di premure per la sua golosa utenza. Queste premure si esprimevano in grossi panini con crocch e panelle. E una spruzzatina di sale per i panini e le zucche ancora sprovvisti.
Sembrava che quel sale desse davvero un sapore a tutta la comitiva felicemente addentante.
L'uomo si chiamava Pan: il dio delle panelle. Tutti si davano appuntamento: "alle dieci da Pan", invito anche per chi era ancora a casa, a ciondolare in pan... pantofole!
Anche quel giorno Pan si rivel un dio: con fare musicale dichiarava cosa friggeva e come scoppiettava la panella, quasi smaniosa di essere assaporata.
Con gesti di microacrobazia le crocch volavano sul panino, in fila indiana, come in lista d'attesa per il saporito traguardo di quella mattinata gonfia d'olio e di sapore.
Una ragazza si avvicin alla lambretta e disse: "vorrei due panini, solo crocch, da portar via".
Pan la guard tenero e disse (ormai la conosceva da anni): " per tuo figlio? Che caro ragazzino, per via delle mie canzoncine, passeggiando con il carrettino, che ho conquistato le vostre fauci..."
Infatti Pan oltre a essere un bravo panellaro, era anche un mirabile scrittore di testi per canzoni.
Le sue canzoni, accidenti, erano belle davvero! ma il problema era sempre uguale: dopo mangiate le sue bont, a tutti prendeva un sonno che sapeva appunto di una beata saziet.
Prima dalle canzoni venivano attratti e compravano, poi per non gli davano agio di andare avanti nel mondo della musica perch confusi dalla squisitezza di ogni miracoloso bocconcino.
Un bimbo, una mattina, gli disse: "Sai, Pan, mio padre ora lavora in una casa discografica... e vorrebbe che tu cantassi davanti a... non so... certi signori..."
Pan divent pi piccolo del bimbo che gli parlava. Le sue pance tremolarono sotto a un petto che ebbe un sussulto. E disse: "Certo, quando?!"
Il bimbo disse: "ha detto di presentarti alle otto, domani sera..."
Pan pens, per un solo attimo irritato: "Vorranno la cena, i miei panini, e poi al solito si addormenteranno, lasciandomi panellaro pi di prima e cantante meno che mai".
Quindi in lui sempre combattevano il dolce: le canzoni e tutte le romanticherie appresso... e il salato: la sua professione che accendeva il gusto.
Fatto sta che quella sera, importantissima per il suo futuro, si present puntuale, come la sua speranza di cantante in cerca di entrare nel cuore e nei dischi della gente.
Il bimbo, che aveva fatto cos dolcemente da ponte tra Pan e la sua realizzazione, gli disse: "Pan, vai, ti aspettano", e fece un caldo sorriso.
L'uomo disse fra s: "bene, bene, hanno visi simpatici e... sono tutti cos magri..."
Poi venne a scoprire, qualche tempo dopo, che erano tutti dei modelli nel tempo libero e non potevano abbandonarsi a quei magici panini... Pan, ormai famoso, disse, alla fine di un concerto: "Un grazie alla casa discografica "Le forme dell'Arte"
Poi pens, felice: "E grazie anche alla loro dieta! grazie alla loro mancata pennichella..."
La canzone che concluse la serata fu Rendez-vous, che chiamava due parti in causa: l'arte e il palato. E tutti cenarono con i suoi straordinari panini, quella sera. Poi sognarono tutti, Pan e amici compresi, quello che ora era realt!
Id: 1919 Data: 27/06/2013 18:02:43
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Gino Stambecchi
Gino Stambecchi era un vecchio commerciante di sogni: li tirava fuori -come un commediante appassionato e sincero, non certo privo di una qualche chiara magia di bambino- non appena lo stuolo di professori psichiatri, con nasi compagni di occhiali, lo accerchiavano senza cattiveria, cos come ogni giorno pallido di lenzuola e mattino. Gino non poteva che essere contento: raccontava cosa sognava, ma in realt solo lui sapeva che ci che veniva ammainato da un sorriso vuoto di denti, non era altro che un impetuoso fantasticare. Creava per quei dottorini delle pietanze cos saporite che era difficile credere fosse frutto di una mente ormai alla deriva dell'umano, dove ci sono immagini sguinzagliate di parole, e disancorate dalla logica. Quell'uomo gentile come un maggiordomo coi dottori, nel salutarli calorosamente con un triplo inchino del capo, non badando a spese di umilt; mite come un cagnolino che ha scelto te come il migliore essere interplanetario; e, infine, silenzioso durante la giornata come una nevicata che ha quasi timore di cader gi. Il motivo del suo soggiorno in ospedale? Enigma di qualche spicciolo per se stesso, per la sua coscienza asservita al bisogno materiale, nonch creativo; ma un dilemma tra i dottori sul come mai non si schiodasse da quel letto, che, se fosse stato vivo, lo avrebbe lanciato su per le stelle, e il tutto senza l'accompagnamento rassicurante della poesia. Il dottore pi spelacchiato, e quindi pi riflessivo, che sembrava vedere gi da dietro la porta la situazione psichica del paziente... proprio non indovinava un bel niente del malato Stambecchi. E si ripeteva: "invece di migliorare, ha una strada assicurata.. peccato che sia un'eterna discesa...." La dottoressa Rayante, con voce leggermente stridula, profer una fotocopia di quella che era la verit della situazione: "forse non se ne va di qui, perch non ha nessun posto dove stare". Ma la pura verit era che gli piaceva avere a che fare coi dottori, poich anche lui stesso era studioso di psicanalisi, e... cosa che non disdegnava: le polpettine e il riso al pomodoro: li gustava con ogni vogliosa papilla gustativa. Il nostro vecchio preparava con cura ogni d, gi dalle sei dell'imberbe mattino, la sua storia... Diceva fra s: se parlo di una voliera dove stanno rinchiuse le colombe, mi prenderanno per una frustrazione poco nobile, in senso freudiano? o in senso junghiano come uno sprigionarsi della mia creativit repressa in una gabbia, e ogni colomba sar il simbolo della santa pace che l'opera d'arte mi dar col suo volare? O ancora in senso adleriano come uno sprigionarsi del mio potere sociale al momento della liberazione, io, sottomesso e femminino? Se dovessi seguire Adler, sicuramente, dovrei protestare moltissimo contro il padrone del negozio che deve essere per forza di sesso rude- e che tiene le colombe recluse. Si sa... questi padroni di negozi sono i pi avvantaggiati nel negozio di questa vita Ma queste sono vecchie storie, inattuali." Anche quel mattino i dottori lo accerchiarono, e Gino vide nei loro occhi lavidit selvaggia dei sogni tra qualche momento raccontati, quellimpossessarsi della verit di quel paziente dalla fantasia in eruzione, senza neanche un velo di dignit per quei dottori che faticavano, pi stambecchi feriti di lui, a stargli dietro con orecchie di brace. E lui percorreva con lestro di un artista folgorante e dai racconti colmi di una quasi erotica passione- sentieri impervi di donne gravide senza figli dentro e di uomini con collezioni di ciglia di donna che colmavano di lacrime per ricordare le donne andate via, per vedere brillare ancora una volta una lacrima della loro donna. Poi eruttava domande, improvvise e brutali, del genere: perch un uomo dovrebbe collezionare ciglia di donna? Il dottore disse: Non so, dovrebbe dirmelo lei E il buon Gino: Ma dottore, anche lei stato bambino e non aveva una gran paura che avesse giacca e pantaloni e non il cravattino? Il dottore rosso e impacciato e senza quasi pi aria, se non quella dellimbarazzo, disse: Lasci parlare noi, le domande le facciamo noi, lei esponga solo i suoi sogni! E cos, felice che i suoi discorsi passassero per suoi complessi, pensava al piattino di riso al pomodoro. Linfermiere arriv con il carrello del cibo. Il piccolo ometto con un grosso carrello (anche quella sproporzione era spietata, consider triste Gino) tutto ci che riusc a meritare fu un largo sorriso senza denti del vecchio Gino. Questi era davvero soddisfatto che il suo sogno gli avesse procurato un altro piatto caldo, e un passo in pi nel capire la rossa reazione delle guance del dottorino e il suo incredibile, grasso divertimento...
Id: 1907 Data: 13/06/2013 19:56:35
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Racconto di Natale
Parlando con chi incontravo sul cammino divenuto ombra, i miei verbi si rifiutavano di essere al passato. Mio padre la casa, la famiglia, il cuore. E'... cio era un tesoro, ma pi giusto secondo la legge dell'amore, dire tutto al presente per evitare di negarlo alla vita di nuovo. Ora l'albero di Natale continua a brillare e a diffondere una soffusa atmosfera natalizia. Io lo sto a guardare, e sembra che i miei occhi non siano abbastanza: le luci che si accendono e spengono sembrano il linguaggio della speranza, mi conforta lallegria un po sbiadita di questo Natale, il malinconico svegliarsi delle luci nelle case, il sapore di forza e abbandono, dellintermittenza del vivere. Ora pap semplicemente gioca a nascondersi, nelle foto, nellanima, nelle nostre parole , laddove risiede, regina, anche una grande energia, e di questa ci serviamo per muovere i nostri passi. Mi faccio coraggio e guardo i vasi da cui stanno nascendo i gelsomini, con tutta la delicatezza che appartiene a loro. Nascono e lui lo sa, forse lui nella stessa delicatezza di questi fiori, si nasconde nel loro profumo e si fa accarezzare da noi. Chiss, forse lui ora diventato un tramonto, e ripete l'atto di salutarci all'infinito. Fiore di veronica ogni giorno. Io e la moglie di mio padre lo facciamo rinascere a ogni abbraccio, a ogni carezza. Ora dobbiamo pensare a come non pensare sempre ai ricordi. E con i rumori di piatti e stoviglie coprire il silenzio che... potrebbe parlare dell'assenza.
Ma mai l'assenza potr ingoiare quello che ricordo di lui, fresca nella mia mente l'immagine della fiducia che lui aveva per me e per i miei scritti. Rivedo i momenti in cui, nella sua stanza, gli leggevo racconti e poesie e lui in un sussurro, a questo era umiliata la sua voce, mi diceva: "mi piace molto". Mentre lo diceva, sorrideva con gli occhi e con la bocca e poi, sempre sorridendo, abbassava lo sguardo. Io vagavo in cos tanta dolcezza, nei suoi campi radiosi e morbidi, e uscivo da quella stanza con la forza che quell'uomo, cos debole in quell'insulto di letto, mi dava.
"Indovina cosa ti ho regalato?", sussurro a Paterina, e lascio cadere la domanda sul letto dove si addormenta la curiosit, e mi addormento anchio, spento linteresse del mondo. Quando mi sveglio penso subito al regalo: mi vengono in mente tante cose che possono essere utili alla casa. I sogni scendono sempre su di noi come una benedizione di poesia dorata. Nel sogno infatti si susseguivano a mo di placante risposta al mio interrogativo una serie di regali: oggetti per la casa, libri, vestiti. Tutte cose che per sfuggono al cuore: non sono proprio queste le cose che voglio regalarle. Penso di regalare una me stessa nuova, pi dolce e comprensiva, e nello stesso tempo ospitare senza paura la sensibilit che a sua volta un regalo di mio padre. Una me stessa cos esiste, pi che in altre cose, nel magico specchio del foglio che premia il dolore con la bellezza. Ci che sto scrivendo il regalo che sento pi di ogni altro. Lei sapr sorridere leggendo, penser che ancora si sia salvato un amore, in questa vita che minacciava di portare tutto via con s, con lui che non c' pi: nel doppio senso tra realt e linguaggio. Tra quello che ci dice il silenzio e i ricordi che parlano. Oggi la vigilia di Natale: stamper questo racconto, aggiunger un sorriso e una lacrima nell'oggi dove un allegro e anche triste ieri sopravvive. Ma noi chiudiamo la porta a ci che triste. Facciamo accomodare a casa tutto ci che sacro: i veri amici, le fotografie col suo dolcissimo sorriso, i suoi libri che mi avvicinano ancora di pi a lui. Scriver alla fine del mio racconto di Natale: "A Paterina, i miei auguri e la mia gioia di sentirla accanto, e se non riusciamo a usare verbi al passato parlando di lui, vuol dire che lui stesso non vuole, e che sar continuamente un giorno di festa: noi tre insieme, come oggi, come sempre. Non ci sar temporale che potr dividerci, perch il calduccio della casa ha lo stesso dolce tono della voce di pap: le cui parole offrivano rifugio alla gente che disperava, o che era un po spaurita di fronte alla montagna della vita, quando si tristi. Ora c solo una lunga distesa di pagine da riempire, con lantico inchiostro. Una storia nuova e vecchia, qualcosa che non dimentica, ma che chiede di essere, di continuare a essere, con poesia, con forza
Id: 1703 Data: 25/12/2012 11:12:11
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Ricchezze daltri mondi
La ragazza, Vicky, e la signora, Franca, erano in realt due intellettuali che interponevano tra il pensiero e l'azione un poetico oceano. Erano sempre in alto mare, perse nella loro inerzia... che quasi la ebbero in odio. Infatti si decisero un giorno: essere pi pratiche e tentarono nella loro profonda indolenza la strada della politica. Che avrebbe dovuto avere la funzione di svegliarle dal torpore, una risposta all'ozio che le rendeva due sonnolenti esemplari di bradipo, due mummie mezzo sorridenti, non del tutto perch lo sforzo sarebbe stato maggiore.
Allora conobbero un tipo mezzo matto, mezzo genio, che vendeva le sue ciambelle per la strada del paese. Questo tale si chiamava Fizio dell'Ori. E il suo rione d'appartenenza era Madonna del Soccorso. Perch quando lui passava la gente chiudeva le finestre invocando la sua Madonna, che li salvasse da quell'uomo e dalla tentazione di quel diavolo sempre iperglicemico.
All'angolo della stanza, le due amiche stavano l a parlare e talvolta aleggiavano attorno a loro delle risate, come a dire: "che bella giornata, che bella la vita quest'oggi!" Ma poi tornavano mute, forse come a ricaricarsi dall'energia impiegata nel ridere. Fizio si avvicin: la gente allegra lo rendeva intraprendente, e ne carpiva sempre pi allegria da portare con s nei suoi giretti per il paesino. Fizio era ricco, si diceva che fosse un parlamentare che per voleva mantenere quella vetrina di semplice e allegro venditore ambulante, con le maniche alzate e il sorriso alla portata della gente che incontrava. Ma il guaio era che non sempre Fizio era allegro, a volte aveva interi mesi di depressione... e allora cantava canzoni funebri e la gente si segnava con una furtiva croce, e invocava la Madonna del Soccorso.
"Franca, dobbiamo porre un argine al nostro ozio, affinch non ci mangi tutte". Vicky le diceva questo non senza una vaga ansia, forse era per quella che si manteneva in linea, coi suoi problemi di colite che erano la sua pi fortunata sventura. Al che Franca approv in pieno, come una botta in piena fronte, quell'azione di cui sentiva tutto il carattere pratico. E bisogna dire che loro vivevano come staccate dal mondo. Quando lo ricordavano, mangiavano... ogni tanto. Vivevano leggendo e perdendosi in pensieri distratti. Dovevano darsi la sveglia, ogni giorno, telefonandosi. Ma, puntualmente, la parola che si dicevano per telefono era: "Buonasera, e non buongiorno".
La politica era l'unica via per rimettere i piedi sulla terra e atterrare un po' a dispetto dell'ascesi che le innalzava e tagliava i fili che legavano agli amici e ai fidanzati rendendole delle entit aeree senza amicizie. Ma con una carissima amica: l'albagia di sentirsi pi in alto di tutti. Si capisce adesso come un uomo, Fizio, talmente orizzontale da far invidia a un orizzonte, rappresentasse l'esigenza di un nuovo amico.
Lo incontravano ogni mattina: il primo passo fu questo: "svegliarsi prima del calar del sole". Lui era lusingato di avere come amiche due intellettuali, nel suo campo, in politica, non ne conosceva. Per, a rotta di collo, un danno seguiva l'altro: le due signore ne combinavano di cose: si addormentavano su quelle comodissime poltrone riservate ai pezzi grossi e poi dicevano che era impossibile non addormentarsi l, e sputavano la colpa alle poltrone: le definivano tendenziose.
Ma Fizio le aspettava ogni pomeriggio per portarle a casa con la sua lambretta. E, a cavallo di quel destriero economico, tra ciambelle che facevano recuperare energie alle due donne stava Fizio che doveva stare attento alla guida con i gomiti perch con una mano mangiava la sua ciambella e con l'altra lisciava i capelli di Vichy e le sussurrava: "come sei dolce!", e lei rispondeva nervosetta: "certo, mi hai impomatato di zucchero tutti i capelli!"
In poco tempo le due politiche divennero davvero sospette, e il caso volle addolorarle con una colpa che non era loro: mancavano dal ministero del tesoro diversi soldini... e tutti sentirono che loro due dicevano: "il nostro tesoro ci aspetta, che bel giro faremo!", ma loro si riferivano a Fizio e al giretto nella mitica lambretta che avrebbero fatto. Niente di subdolo.
Infatti anche quel giorno Fizio le aspettava l, all'uscita dal loro comodo lavoro. Era pi allegro del solito, disse: "il mio motto ...", e le due donne conclusero, sorridendo, per lui: "tutte le mie opere hanno il buco. Sono tutte riuscite", Fizio dell'Ori diceva questo ed era un momento roseo della sua giornata. Il colore di questa parola lo fece sorridere, e gli occhietti divennero maliziosi, come due marachelle di bimbo.
E tra le risate, ponderate, dei tre scansafatiche, il vento girellando per il paese li contrariava confondendoli. Stava per arrivare un bell'uragano, ma loro scesero dal loro macilento destriero gonfio di ciambelle e a piccoli passetti corsero dentro casa. Le due amiche abitavano una al primo piano, l'altra al secondo della stessa palazzina.
Ma tanta era la loro vicinanza amicale, non proprio spaziale, perch le separava un piano, e quell'ascensore aveva uno sportello cos pesante... mica era automatico come loro sognavano...
Quindi a supplire questa lontananza delle due, che vivevano come in una simbiosi divertita, c'era il provvidenziale telefono: regalo della tecnologia che alleviava le loro distanze. E le dipingeva di calore umano.
Ma tutto loro potevano immaginare, ma preferivano il minor dispendio di idee, perch se no le rubavano alle loro opere letterarie. Il telefono era controllato. Qualcuno spiava le loro conversazioni che ahim erano innocenti, ma tutte le frasi involontariamente tendevano al fraintendimento.
"Il nostro tesoro, dobbiamo proteggerlo", disse Franca, e i due poliziotti si guardarono e dissero fra loro: "perch non dicono dove lo proteggono? che vi facciamo un salto... un salto scrosciante di monete", disse un certo Ispezio dell'Oro che era pure corrotto come il suo collega. I due poliziotti pesavano ogni parola, sperando di pesare anche ogni moneta, allo stesso modo.
Le due signore continuavano a parlare del caro Fizio. "Per ora il nostro caro Fizio dell'Ori entrato nel tunnel, cos triste". E al posto della brutta depressione i due capirono: nel tunnel della malavita. Mentre il lettore pu dare la sua, di interpretazione. Certo, era che quell'uomo vagava nel suo tunnel buio e aveva lavorato cos appassionatamente alle sue ciambelle, perch venissero tutte rigorosamente col buco che quasi quasi era finito prigioniero nel lavoro delle sue creature. Di cui vantava sempre la riuscita. Era un'artista delle forme tondeggianti e del varco di simpatia che si apriva fra la gente quando i suoi clienti si scansavano quando lui si avvicinava, per fargli posto. Alcuni per andarsene perch quella tentazione minacciava l'integrit di stomaco e di buon gusto.
"Se non fossimo passati da lui, avremmo ancora la nostra incolumit...", disse con un po' di rabbia la giovane artista, che si riferiva alla loro indigestione, poi aggiunse: " da tutto il pomeriggio che vado avanti e indietro dal bagno, e getto tutto, una liberazione gettare tutto". "Ma come?", disse Ispezio, "gettare tutto? dobbiamo impedirlo, si tratta di un capitale!" Il suo collega disse: " pericoloso tenere tutti quei soldi, forse si sentiranno in colpa. Credo di cogliere un po' di rimorso".
La pi matura delle amiche disse: "ma perch l'abbiamo seguito, il nostro Fizio? l in alto a mangiare su quel colle, a festeggiare? Ma poi quanto c'era da mangiare!" "Ne desse un pochino anche a noi. Anche noi vorremmo mangiare!", disse il pi corrotto dei due. "Ma ora non mangeremo pi per una settimana, di questo passo". "Lo dicevo", disse Ispezio, "lo dicevo io sono impaurite e hanno fatto il fioretto di non mangiare pi ingenti somme... ma noi no!" "Aspetta, la cosa deve essere molto pi estesa del previsto. Hai sentito: dicevano che hanno seguito Fizio in alto, quindi con altri potenti che hanno mangiato". "La solitudine brutta", disse l'altro poliziotto, ma voleva dire: "la solitudine di una piccola banconota senza compagnia di altre..."
Alla conclusione della telefonata, le due si dissero di voler tornare alla pi pacata vita d'artista. Franca disse: "ritorniamo alla solita vita, con le nostre risorse?" "Sarebbe meglio", rispose la cara amica e con un sospiro di sollievo disse: "noi abbiamo un pozzo da cui attingere senza fatica..." Al che i due colleghi si scambiarono uno sguardo d'intesa e dissero: " fatta, dov' questo pozzo?" E come in risposta, le due signore che continuavano il loro discorso, dissero: "dal pozzo dei nostri sogni. Le ricchezze che ci vengono incontro, cos senza nessun sudore, naturalmente". Franca parlava serafica, poi ancora disse: " un mondo, questo, che non ascolta pi i suoi sogni". Il poliziotto disse, non senza una dolce lacrima in un viso cos duro: "il mio sogno era quello di sottrarre loro il denaro per regalarlo alla mia mamma che vorrebbe creare un circolo culturale. E' una pittrice la mia mamma..." "Mah", disse l'altro, "vediamo un po' dove abitano. Magari possono darci qualche consiglio, qualche sogno..." "S, siamo pi ricchi. Ed essere ricchi, seppure in questo modo, un sogno nella vita. Ma in fondo bello essere ricchi, almeno in sogno. Prima non lo eravamo n in sogno, n nella realt". E le due donne per telefono si salutarono piene di un dolce affetto, stanche della lunga conversazione, bramando il riposo; mentre i due poliziotti scoprivano di avere un cuore
Id: 1470 Data: 29/04/2012 12:46:25
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Andrea o linaccessibile felicit
"Su, Andrea, svegliati", la signora Depaupe diede un colpo al figlio che ferm il suo sogno e lo catapult nel mattino. "Ma ancora prestissimo, mamma!" Non ne voleva mai sapere di smettere i sogni e cominciare la realt. La madre lo svegliava cos presto tutte le mattine, perch se lo portava a lavorare. Andava di casa in casa a fare le pulizie e il ragazzo sempre con lei. "Per non farlo stare da solo a perdersi", diceva la donna fra s. Andrea aveva tredici anni, ma era gi uomo. La sua adolescenza se l'era presa la povert di soldi e d'affetto. La madre, ovviamente, gli voleva bene; ma il sogno che lui custodiva profondamente era quello di crearsi una famiglia. E solo quello avrebbe fatto felice la vita. Andrea non si alzava dal letto, ancora, con gli occhi chiusi.... chiss se li aveva mai aperti... La madre era ancora nido per lui. Cos anche quel giorno Andrea and con la madre presso una famiglia accesa di felicit quotidiana: i bambini giocavano nell'atrio del palazzo e lui mai che avesse fatto parte di tale fortuna. Era sempre come guardare un bellissimo film, ma lo schermo era la resistenza alla gioia. Ci che divideva amore e solitudine. Guardava le mamme, cos prese a fare raccomandazioni ai figli: erano cos mamme, e i bambini erano cos bambini da correre quasi che la vita la sorvolassero tutti insieme, acchiappandosi e ridendo nelle giornate afose. E i pap erano cos pap che i figli correvano loro incontro quando tornavano da lavorare. Insomma ad Andrea pareva che la sua vita non avesse la verit di quelle famiglie: lui aveva solo una mamma che parlava a schegge, frasi spezzettate e senza colore: mai un bacio in quelle parole. La donna diceva: "anche oggi abbiamo finito di girare, ma chi ci aspetta a casa?" Nessuno li aspettava, neanche il padre del ragazzo aveva aspettato che nascesse. Ma una malattia aveva desolato la luce d'amore che avvolge una famiglia. Stavano, madre e figlio, in una casa disabitata di parole e sorrisi. Per in quell'assenza tremenda di vita era sbocciato il desiderio di Andrea di sposarsi e avere la sua, di famiglia. Un sogno semplice, che era tutto per lui, ma niente nella realt. Si girava e gli occhieggiava la sua immagine, alla finestra nera, sola nella sera. "Saper costruire una famiglia cosa facile per chi ci abituato, per chi l'ha avuta, sicura e calda come un nido. Insomma a me questidea sembra un animale bellissimo, ma aggressivo, e se apro la gabbia mi uccide. Posso solo ammirarlo e dargli da mangiare -attraverso le sbarre- i miei piccoli grandi sogni. E lo faccio con occhi pieni d'un amore che fa pi male che bene.
La signora Depaupe disse: "oggi andiamo dalla signora Ginevra". Andrea ne fu entusiasta: quella era la famiglia pi bella che avesse mai visto. Erano quattro i figli, l'ultimo nato era ancora di pochi mesi. I pi grandicelli stettero con una signora anziana che badava loro. Mentre Andrea si ferm sulla porta, bloccato dalla visione della signora Ginevra che allattava il figlio. Era come un candidissimo abbaglio. E disse alla donna: "Siete una sola cosa, ora: come le case e il sole, come un bacio atteso o una promessa mantenuta" La signora disse che le sarebbe piaciuto parlare altre volte con lui. Disse che era sensibile come lei e poi aggiunse anche: "in fondo, in fondo sei un poeta". Ma lui rimase un po' interdetto perch la bassa stima che aveva di s non lo portava a dirsi poeta. Cos disse: "Io non sono un poeta e quindi non posso n decantare la famiglia, n farne parte. Questo significa che sento la voglia di narrarmi la storia dolce del futuro, ma il dolore mi nega le parole; e in ogni famiglia sono un ospite. Cio non sto n di qua, n di l". Si ferm, poi con gli occhi che brillavano disse: "Nel cuore degli altri io non sono che un ospite".
Ripens alle parole che disse a quella giovane mamma, e trovava ridicolo fare della poesia e poi non entrarci dentro. "I poeti dovrebbero scrivere della strada percorsa e non di quella immaginata..." E si perdeva in tali riflessioni.
Da un po di tempo, Andrea era diventato improvvisamente curioso di sapere degli zii che abitavano al nord. Si sentiva insofferente, sentiva il bisogno di saggiare una vita diversa. La madre gli parl a lungo di tante cose, di come prima erano stati cos uniti, e avevano vissuto insieme per tanti anni, fino a quando lei non si era sposata con un uomo molto pi grande di lei e con tanti strani vizi. E cos si trasferirono: avevano una catena di negozi. Ma non ne vollero sapere pi niente della sorella ribelle e la lasciarono sola. Ma tanta fu l'insistenza di Andrea nel voler andarci che la madre gli fece un biglietto come si dice una scommessa. E un giorno via, part. Lo zio Tommaso si mostr cordiale, quasi affettuoso; e il ragazzo si mise a lavorare di buona lena. La sera a cena, la cugina, Sonia, si mise di fronte a lui, a tavola. Era un po' timida e lo sguardo sconfinava in una dolcezza mai vista prima in una donna. Facile come bere quel vino, fu innamorarsi di lei. Faceva l'attrice di teatro e ci teneva a sottolineare che solo ora, a trentacinque anni, aveva avuto il suo successo. "E' un mondo un po' strano, ma mi piace". Andrea, che aveva sedici anni ed era sognatore, ingenuo, salt tutte le loro differenze e la scelse per la sua timidezza e i suoi modi gentili. "Che cosa conta l'et?", pensava, "ci sono coppie cos diverse, eppure la gente le guarda e dice, guardando su, come ad aspettare una benedizione: <<L'amore...>>
Presero a vedersi spesso: nel pomeriggio facevano delle passeggiate, poi lei sembrava quasi scappare da lui, quando guardava l'orologio e con un'espressione che era una smorfietta, diceva: "ora vado a teatro". O poteva essere il cinema, o chiss che altro. Ma tutto questo altro... senza di lui. Che si vergognasse di lui?
Lui non capiva se nella ragazza lui fosse spazio o tempo tolti, o cuore e mente da ritrovare... E si rodeva le notti e con lei era sempre pi strano, pi scontroso. Pensava: avere pi soldi, pi anni, pi cultura? Io voglio solo dei capelli da pettinare con le dita come fossi vento fresco per lei, o essere un fiato che dia voce al segreto della notte. E poi svegliarsi e vedere nel suo viso il riposo che ha ancora le tracce del sogno. Intanto Andrea scriveva di pi di prima. E le rime, anche quelle che piovevano sul foglio come lacrime, erano belle.
Lei un giorno, mentre si preparava per andare a teatro, lo incontr sulle scale. Sonia era tutto un luccichio che poco aveva di vero. Le disse: "ti devo dire una cosa che mi brucia dentro". Lei, quasi infastidita: "cosa?" "Tu non ami nessuno. Tu vuoi solo recitare per sentire gli applausi. Non pensi a nessuno quando reciti. Solo alla tua voce e al tuo corpo. Perch l'anima tutto un altro affare". Lei stette un po' in silenzio. Poi disse: "ma lo sai quanti anni ho?" "Lo so, ma la differenza che ci divide non sta in questo". "No? No. Tu hai avuto tutto. Basta guardare la tua famiglia. Io ho solo le mie parole nell'impallidire della sera e delle speranze. Ma non mi basta". Lei non sapeva che dire. Si guardava intorno e lui le sbarrava la strada. Poi le diede un bacio che le fece quasi male, per quanta rabbia vi era dentro. E cos la lasci andare via, l, nel mondo del tutto gi scritto, degli effetti speciali che non la sorprendevano pi, al contrario della vita di lui. Questo era il teatro per lei. Lui ne aveva un'idea diversa, che sapeva di autenticit, ma questo lei non l'aveva mai capito. Eppure lui sent che la vita che faceva lui, ordinaria ma piena di sogni, era pi reale di quella di lei: realizzata e sdegnosa. E fu grato al suo dolore per averglielo fatto capire.
Andrea depose l'incanto -quello dei primi tempi- ai piedi della ragazza, lo fece con lo sguardo. I suoi pensieri erano cos reali che gli sembrava di vederli. E lei con passo leggero si avvi per la sua strada e lui si disse: "sta pestando il mio incanto"
Id: 1243 Data: 04/11/2011 18:50:49
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Il disegno della bambola divisa a met
Vincent era un ragazzo che ormai non aveva pi una vita da ragazzo, era intelligente ma ormai la sua vita non era intelligente, ed era anche bello, ma con le ragazze venivano sempre fuori le ferite, e niente era bello. Lui viveva in un ospedale psichiatrico, sempre tra letto, finestra e i suoi ricordi. Si spaventava del presente, non riusciva a organizzare o pensare semplicemente a una vita fuori da quel luogo triste, da quella macchina che andava avanti a pensieri e passato. Ci che ricordava era un mosaico spietato, scomposto di episodi, alcuni enormi. La cosa a cui pensava pi spesso era che una volta, si era sotto Natale, la mamma decise di portare lui e sua sorella a farsi fare le fotografie come si usa con Babbo Natale e altri personaggi. Vincent aspettava a casa che venisse la mamma a prenderli. Insieme alla sorellina quante canzoni! Quanta felicit! Poi punita. La signora Geli disse a Vincent : tesoro, andiamo, dammi un bacino, per lo disse soltanto, ma neanche si avvicin a lui. Diceva una cosa dolce, ma in lei cera pi sale di una statua di sale. E allora il bambino pens: Non mi posso abbandonare a lei, lei mi d affetto con le parole e con i fatti me lo toglie. Certo, a quattordici anni il ragazzo aveva gi una serie di problemi non di poco conto. E sempre aveva in mente quella foto in cui la madre era seduta accanto a lui, con Babbo Natale, e gli poneva una mano sulla spalla, ma non sorrideva e gli occhi erano sperduti chi sa dove, in quale paese di strano dolore. Fatto stava che ogni Natale ritornava a camminare sulla crepa che divideva la vita e la morte. E quando la malinconia si faceva pi acuta camminava avanti e indietro come a seminare per lospedale il suo io offeso, ma non ne nascevano musiche o parole. Tutto rimaneva dentro. Un solo abbraccio lo avrebbe salvato. Ma la sorella usciva tutti i giorni, presa dai suoi vestiti e adolescente, e non lo andava a trovare; il padre era malato La madre soltanto veniva a regalargli un po di neve, con sguardi indecifrabili, chiusi al mondo.
L in ospedale Vincent si mise a disegnare. Sentiva che in qualcosa doveva trasformarsi questa serpe che aveva dentro, per non avere pi paura del suo veleno e poterla contemplare, innocua e perfino interessante. I primi disegni furono tutti contrassegnati dal doppio o dalla divisione in due di facce, oggetti Un disegno che colp il suo medico fu una bambola con una linea nera e bastarda che la divideva in due perfette met. Ma a lui linterpretazione del medico non interessava, lui voleva sapere se avesse valore artistico quello che faceva, tutte le altre cose le intuiva da solo. E quando luomo disse al giovane paziente: perch disegni tutte cose divise a met? Il ragazzo rispose: perch io sono diviso a met. E perch sei diviso a met? Perch nessuno ha riunito le mie due parti con un abbraccio. Tutti mi hanno dato solo forma e non sostanza, bellezza e non verit. "Ora", gli rispose l'uomo, "devi pensare che la vita bella. Solo questo". Il ragazzo assunse un'espressione quasi cattiva, disse: "perch mi dice questo? Lei pensa il contrario. Gliene importa qualcosa davvero di me?" Vincent evitava di guardarlo, o canzonava le sue frasi facendogli eco o ripetendo i suoi movimenti. "Li so benissimo i luridi trucchetti di voi dottori. La vita bella, meravigliosa... La viva lei la mia vita, allora!" "Io non lo dico per dire. E tu hai bisogno d'aiuto". "Ma se anche chi dico io mi ha dato ghiaccio e mi ha detto di amarmi... Io a questo punto non credo pi a nessuno. E se uno mi dice, qualunque persona, che mi vuole bene, ecco: sotto c' un tranello".
E dicendo questo disse brutalmente al medico di lasciarlo solo, visto che aveva voglia di disegnare un po. La stanza era come affetta da malinconia, un sole n bello n amico illuminava la stanza. Tuttavia non era meglio il buio. Poi il pomeriggio che finiva gli riserv unemozione che cominciava. Una ragazzina, pure lei ricoverata l, gli and vicino e gli disse: anche io ho quello che hai tu Ma cosa avevano queste parole per emozionarlo tanto? Non avevano apparentemente niente di speciale, eppure gli piacevano perch non conosceva nessuno che capisse come si sentiva. Lui sorrise, scoprendo di saper provare ancora unemozione. Il mare scioglieva i grumi di sale che gli parevano eterni nel cuore. Allora esisteva ancora il mare, da qualche parte, quello che placa e che non si pu dividere in due. Pensava con aria di importanza e contentezza: il mare non si pu dividere in due, cos come dovrebbe essere il sentimento. Ho visto i tuoi disegni, disse la piccola ragazza, si chiamava Vera, coi polsi fasciati e gli occhi dolci. Vincent sussult, questa frase lo colse allimprovviso, disse: ti piacciono? E lei: Molto E perch? Perch anchio mi sento come i tuoi disegni. Bello. Ma era quasi ora di cena e il ragazzo non era abituato a cos tanta delicatezza, e soprattutto a qualcuno che sfiorasse il suo mondo senza essere un medico. Ma una semplice ragazza con la sofferenza ai polsi e una voglia di vivere tumultuosa negli occhi. Ma che ne so io delle ragazze?, si diceva rabbioso con se stesso. Lei era veramente carina. E poi aveva una voce delicata, era come se con la voce bussasse cortesemente ai pensieri di lui. E poi, pensava lui, sicuramente non era divisa a met e sapeva abbracciare e riunire le due parti in lotta mortale fra loro. Forse lei il mare, lindiviso penso cose assurde!, si diceva. E un nuovo senso come una nuova luce gli giocherellava dentro. Durante la cena i due si misero accanto e lei gli diede il suo pollo, e lui la ringrazi e in quel gesto cera pi amore che in tutte le parole della signora Geli. Poi si coricarono e ognuno dalla sua stanza immaginava amore. Era lamore chiuso da anni in loro, come un bandito pericoloso, e ora improvvisamente innocente e puro come un bambino piccolo. La madre di Vincent venne a trovarlo, gli port dei dolci ma lui li assaggi e disse che erano amari. E la mamma: ma come possono essere amari i dolci? Mamma, fidati, i dolci sono amari. Tacque un attimo e poi disse: lasciamene due, li mangio dopo Invece voleva darli a Vera. Con lei le cose dolci erano sempre dolci. Non cera contraddizione in quella piccola amica. E quindi ci si poteva abbandonare senza rischiare lamarezza.
La cosa bella era che ora non si sentiva pi distaccato dal mondo. E non sentiva pi le voci, quelle voci che erano i simboli del calvario, che gli ordinavano di non amare la vita, che lo costringevano a parlare ancora con il passato e ad uscire devastato da questa conversazione. Ogni voce era una spina che lo faceva maestro dellabisso. Ma ora qualcosa aveva smesso di sanguinare in lui. Ma la ferita era ancora aperta e si chiudeva quando si apriva il sorriso di lei.
Il mattino ora aveva sguardi migliori. Dalla finestra il mondo non era sparito e Vincent avrebbe voluto camminarci allegramente con lei. Sapere che le strade aspettavano i loro passi leggeri e che il vento voleva raccogliere le loro parole per farle migrare dove non cera pi pianto: questo voleva. I giorni passavano tra dolcezza e malattia. Non cera carezza senza pianto, non cera ricordo senza comprensione. Non cera cicatrice che non avesse un senso. Ma poi la ragazza fu dimessa e di nuovo cominci a nevicare dentro Vincent, cominciava a considerare inutile mangiare o dormire. E pensava sempre che il freddo era il tormento della sua vita. Eppure lei aveva saputo sciogliere la neve con il calore del suo corpo in ascolto, come anche il corpo fosse stato anima. Il medico gli faceva iniezioni per stimolare lappetito. Una vecchia zia gli port una camicia nuova. Lui non vedeva niente tranne due ragazzi che camminavano leggeri per la citt buona, la citt bella che li voleva. Insieme. Non lo voglio pi il Natale! Non voglio le luci accese delle case dove allinterno non c amore, e le fotografie con i simpatici personaggi delle favole bugiarde, poi pensava: se io fossi uno scrittore, scriverei favole solo vere e accese di un amore gigante, tutto quello che non ho avuto.
Un giorno Vera fece una sorpresa a Vincent. Si present sulla soglia della sua stanza e ancora lui non poteva crederci. Aveva in mano un grosso girasole che sembrava irradiare desideri di vita per la stanza. Lui la abbracci, lei ricambi perch lei era il mare, indiviso e buono. Ciao, ti aspettavo, il viso di Vincent era tutto lacrime piccole, bambine, dimenticate. Ci tenevo a venirti a trovare perch ho pensato che vero quello che dicevamo, cio che ci perdiamo negli altri, che abbiamo paura di fonderci con la gente perch la realt non solo buona, ma in lei sonnecchia il suo contraltare.
Lei aveva una borsa molto colorata e i polsi non erano pi fasciati. Gli occhi ridevano, adesso. E lui disse: S, ma io ora ho la misura dellinfinito nel tuo abbraccio. Prima avevo la misura del vuoto dinfinito della vita... E io ho capito che il dolore finisce quando comincio ad annegare in te, detto questo sottovoce, la ragazza disse entusiasta: La citt ci aspetta!
Silenzio, poi lui disse: ti racconto una favola: cera una volta un bimbo che era figlio dellinverno, ma aveva la missione di essere uno scopritore di terre lontane, quelle dove sempre estate. Ma poi gli spiegarono che dopo lestate c sempre lautunno e lui pianse forte. Poi per cap un segreto: dentro linverno si pu accendere un fuoco e scaldarsi, o abbracciarsi tra la neve ed essere tu stesso fuoco. Cos come io adesso rido fra le lacrime con te. Eh gi, disse lei, una bella favola, e questa favola nata dal suo contrario. Come succede con tante cose belle. Poi lui spaventato disse: ma tu sarai sempre cos? Sempre come il mare, non ti taglierai mai a met? Mai, promise lei. E se dovesse avvenire, tu abbracciami e riunisci le parti
Id: 1173 Data: 09/09/2011 10:56:06
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Il mondo del lettino
"Bimbo piccolo ha paura grande... " Era davvero un bambino piccino che pronunciava queste parole; la famiglia lo amava, ma aveva anche cominciato a temerlo, in casa erano imbarazzati quando lui parlava. Infatti lo considervano un bambino un po' pazzo. Asociale e scontroso. All'asilo passava ore a guardare i compagnetti giocare e lui avrebbe voluto unirsi alla loro allegria, ma pensava sempre che loro erano bravi, belli e simpatici e lui non era n bravo, n bello, n simpatico. Lui era quello che aveva un'altra vita nascosta nel buio della sua stanza e, proprio quando la mamma gli spegneva la luce, la sera, si accendeva un mondo fantastico con tanti, tanti amici che gli volevano bene. La maestra era anche lei come tutti gli altri del mondo fuori dal lettino. Anche lei non capiva. "Certo, il mondo del lettino fatto per bimbo e basta", diceva il piccolo. La giovane maestra un giorno volle parlare con la mamma di Facito, questo il nome del bambino. Si incontrarono in una mattina, e tutto sembrava pesante. Facito aveva cominciato a piangere gi da quando era in macchina. E aveva continuato alla vista della maestra. Lui pensava: "Ora mi levano il mondo del lettino e i miei amici!" E la disperazione era quella di un esiliato dal suo paese buffo e necessario, e costretto a vivere in un paese, invece, dove c' solo profondo pianto. Poi il bimbo si mise a giocare, sempre con un'aura di tristezza sul viso delicato. Quasi senza voglia, senza energia, si mise a giocare col trenino. Poi grid: "mamma, mamma, quando stanco il trenino dove va a dormire?" "Sta un po' fermo alla stazione, gli danno a mangiare il carburante e poi va di nuovo", disse la mamma, ma Facito voleva sapere tante cose. "E quando dorme solo?" La maestra disse: "tutti quando dormiamo siamo soli" "Bugiarda, la maestra bugiarda!", il bambino piagnucolava. La mamma: "mi scusi, signorina: un problema, davvero, educarlo" Il bambino disse: il treno ha pure i suoi amici quando va a dormire. E io lo so" Poi con molta convinzione, buffa per un bambino cos piccolo e che strascicava le parole: "il trenino si stanca di sentire tutte le persone che litigano: le valige pesanti, gli orari delle partenze... " Poi con aria d'accusa, disse: "Non bello che il trenino debba sentire sempre le liti, le grida, il chiasso. Non bello. Poi la notte lui incontra i suoi amichetti e sta bene con loro perch loro gli vogliono molto bene e parlano tutti a voce molto bassa, e si dicono: <<tesoro, amore, gioia>>" La maestra e la mamma erano senza parole. Ci sarebbe voluto uno psicologo, ma quando la maestra lo fece presente alla sua interlocutrice, questa si scandalizz e disse: "noi non abbiamo familiarit con queste cose. Cercheremo di aiutare nostro figlio come meglio possibile" Poi sembr commuoversi, ma forse di pi per se stessa, per l'immagine di s che stava costruendo alla donna che l'ascoltava: "Sapesse quanti soldi spendiamo per lui... Fa piscina, ha un maestro di pianoforte, ha un letto a castello. E' un principino" La maestra chiese da cosa nascesse questa irrequietezza del bambino. L'altra le rispose: "forse nato cos. Noi siamo tanto a posto, sa? Certo spesso litighiamo, ma lui non se ne accorge perch lo metto nella sua cameretta con i giochi e gli chiudo la porta. Gli dico che quando vuole qualcosa non deve fare altro che bussare" Questa era la loro filosofia stupida. Ma il bambino sentiva le liti anche con la porta chiusa, anche se non c'erano liti sentiva il clima di guerra, e la sua trincea, dove per poco poteva stare al sicuro, erano i sogni della notte. Mentre se ne andavano via, la mamma disse: "pap ci aspetta, andiamo!" Ma il piccolo voleva capire il mistero del trenino: "mamma, ma com' che il trenino va cos veloce, da dove la prende tutta questa energia?" "E' elettrico, l'hai detto tu" "S, mamma, ma io dico: se lui soffre per la gente che si lamenta sempre di giorno, e poi di notte non vede i suoi amichetti e sta solo...io questo non lo capisco!" "Un trenino solo un trenino" "No, un trenino importante perch un viaggiatore, uno che conosce il mondo brutto ed per questo che poi si ferma alla stazione, perch ha bisogno d'affetto, di entrare nel suo magico mondo, dove c' l'amore e sono tutti belli" La madre era sempre pi spiazzata e gli disse: "bimbo ha troppa fantasia. Quello che dici tu un mondo di fantasia..." "No, mamma, non fare pure tu la bugiarda come la maestra!" "No, non ti preoccupare, che mi devi dire?" "Volevo dire", disse lentamente, ceracando le parole, " non un mondo di fantasia, mamma" e si andava infervorando sempre pi: "io quando mi sveglio ho le lacrime agli occhi e sono vere come la sensazione di buio al mattino, e fuori c' il sole... oppure rido e ancora sono caldo degli abbracci che Herr e Frau mi danno... E sento le loro parole. Mi dicono: <<Ti insegneremo a essere come noi>>, perch loro sono giganti, sai? Loro sono pure grandi come voi, mamma e pap, ma voi in confronto siete piccoli come bambini". E si mise quasi a sghignazzare per quanto lo divertiva questo paragone. Poi per disse: "Mamma, scusa" Lei era quasi ammutolita, per gli chiese con un soffio di voce: "E come sono questi Herr e Frau? Sono simpatici?" Il bambino era entusiasta della domanda e si mise ad andare lontano con lo sguardo. Sembrava che tirasse fuori dalla sua miniera sapori, colori, stelle filanti, abbracci, compleanni, fiducia, splendore... "S, mamma, loro sono meravigliosi: Herr ha la barba lunga e bianca, ma fino a terra! E a volte io mi metto seduto sulla barba che striscia per terra e mi faccio portare, come su un tappeto volante... che bello! Perch, sai qual la cosa pi bella di tutte? lui va forte e io non cado perch con loro non succedono mai cose brutte. Se io sbando e sto per cadere lui subito mi afferra con una carezza. Lui mi vuole bene. E anche Frau". "La mamma, confusa, disse: "E com' Frau?" "Gigante anche lei. E' bella, con gli occhi dolci, ha delle ciglia cos lunghe che quando sento caldo lei le sbatte e c' un bellissimo fresco. Perch loro sono diventati giganti perch hanno avuto un pap e una mamma giganti, e loro mi dicono sempre che mi danno baci e mi amano cos divento un gigante come loro... Ma t'immagini! Stupendo! io un gigante! E poi faccio diventare cos anche voi, che siete piccoletti, anche voi sarete dei giganti. Promesso!" E cos dicendo si baci le dita con l'altra mano sul cuore. La mamma rise, ma non l'abbracci: "Il mio piccolo eroe. Vado a preparare il pranzo, Facito" "Ma, mamma, lo sai che questi giganti non mangiano, si nutrono delle cose che leggono e dell'amore..." "S, ma noi umani dobbiamo mangiare..."
Gi il bambino pregustava la notte che era vicina quanto il suo desiderio di quel regno, tanto pi reale per lui quanto pi forte era la delusione del giorno. La mamma gli diede la buona notte. E lui le disse: "Io spero che un giorno conoscerai anche tu Herr, Frau e tutti gli altri. Sono tanti, mamma!" La mamma spense la luce, e si sent come spegner il cuore. Com'era lontano il suo bimbo dalla vita di ogni giorno! Non riusciva neanche a fare i compiti, non si vestiva da solo, prima di alzarsi, al mattino, indugiava un bel po', con gli occhi ancora chiusi, ma sveglio. Ma forse era lei a essere lontana dalla vita e non lui. Lui un giorno, magari da artista, avrebbe fatto ritorno al mondo portando in dono il suo mondo personale. Avrebbe fatto il pi largo e meraviglioso viaggio per poi portare dei regali luccicanti di colori a chi era grigio.
"Mamma, dove hai messo il parrucchiere per matite?" "Cosa dici?", la mamma a volte non lo capiva. "S, mamma, cos lo chiama Frau". "Ah, il temperamatite, vuoi dire?" "Brava, mamma, ma vedi che loro sono pi divertenti delle persone di qui? qui infatti non sanno parlare come i miei grandi amici. Non mi piacciono le loro parole che sento nel giorno, soprattutto quando rimproverano. Herr invece non mi rimprovera mai. Mi dice che posso dire tutto perch in Mondomio tutto buono e le cose brutte quindi non vengono neanche in mente..." Tacque un momento assorto in un pensiero per lui importantissimo, poi disse: "Mamma vorrei che tu venissi l, con me. Sono sicuro che diventeresti un gigante anche tu". I suoi occhi erano tristi. E la mamma gli accarezz i capelli. "Lo vedi, mamma!", esplose di gioia il bambino, "io ti parlo di loro e tu mi accarezzi, sono sicura che li hai visti anche tu. E' perch te ne ho parlato? Confessa!" E rideva felice. "Buona notte, Facito" "Buona notte, mamma. Ah, non chiudere la finestra, ok?" "Cerca di dormire" "Certo che dormo, i miei amichetti mi aspettano e anche i pulcini che devono nascere. Sono zebrati, quelli pi vanitosi, con colori fosforescenti... e sono teneri... e sono anche furbi perch essendo cos belli e teneri si fanno accarezzare sempre!" "Basta", lo interruppe la mamma, "dormi, ora". E si prese il capo tra le mani e cerc di ricordare se nella sua famiglia ci fosse qualche caso strano, qualche disturbo. Poi si disse: "No, io dallo psicologo non lo porto. Gli passer"
Il pap di Facito spesso era assente, e sia il bambino che la moglie ne risentivano. Una mattina, Facito si svegli e disse: "Herr e Frau si sono sposati, mamma. Erano cos graziosi: lui le ha detto: <<ti star vicino sempre>>, e ha legato la sua barba al collo di lei, come una sciarpa. Avresti dovuto vederli, mamma!" La mamma sorrideva, ma il bambino si accorse che quella era una contrazione dei muscoli facciali, e basta. Invece la mamma era molto preoccupata, ma non sapeva essere diversa. "E' meglio che stiano uniti, perch poi il piccolo che nascer potr fare il coro con loro". "Il coro?", la signora non capiva. "S, certo, il coro. Quando un bambino piccino la mamma e il pap cantano con lui. E lui impara che la musica la cosa pi bella del mondo perch puoi parlare del mondo in un modo... buono... e se lo fai in coro a chi ti vuole bene... ti unisci a loro. Io", e qui si rabbui un po', "io non ho mai cantato insieme a nessuno, per la musica sempre nelle mie orecchie, forse perch voglio cantarla un giorno a qualcuno, e lui poi mi amer" "S, bimbo, s", la mamma era commossa, ma allo stesso tempo non riusciva a capire se fosse un bene o un male avere un bambino gi adulto nelle sue discussioni. Certo era innaturale. Le faceva paura.
Segretamente dal marito, che la pensava come lei riguardo la psicologia, and da un suo vecchio amico che aveva lo studio vicino casa della signora. La donna si sentiva priva di forze. Buss lievemente, come a bussare fosse la sua paura. "Prego, avanti", una voce sicura rassicur la mamma che entr e prese posto. I due si guardarono sorridendosi, poi si dissero qualche frase di circostanza, ma poi tre parole caddero come un macigno sopra di loro: "il mio bambino!" "Calma, non gridare cos", disse l'amico. "Come faccio a non gridare: mio filio ... mio figlio ... anormale" Gli raccont nei minimi dettagli tutto. E alla fine il medico disse soltanto: "ci vuole pi amore"
Con questa frase, ed era una frase che le piangeva dentro al cuore, ritorn a casa. Il bambino la aspettava insieme al pap davanti alla finestra. "Scusatemi", fu tutto quello che riusc a dire lei. Poi lo ripet, pregna di dolore: "scusatemi" "Perch la mamma dice sempre 'scusatemi'?" "Forse", disse il pap, cercando di essere credibile, "forse perch in ritardo e noi l'aspettavamo. Guarda l'orologio!" Tutti e tre contemporaneamente guardarono l'orologio, come in un incanto. Poi il bimbo disse: "lo sai, pap, che nel Mondomio quando tu chiedi che ore sono, tutti rispondono: <<l'ora di abbracciarsi>>. E se dici: <<scusa il ritardo>>, loro dicono: <<allora abbracciami pi forte>>. "Ah, s?" Il pap e la mamma si asciugavano le lacrime, facendo il possibile per sembrare disinvolti. Eppure, per la prima volta, quelle lacrime a lungo trattenute, ora erano quasi delle lacrime felici. E solo delle lacrime felici possono fare dei bambini felici. Ma com' che ora mi abbracciate? Avete parlato coi giganti?", chiese Facito. "In un certo senso s", disse la madre. "Continuate ad abbracciarmi, cos diventiamo tutti altissimi!" Quasi non si volevano pi lasciare. Poi Facito disse con forza: "anche il trenino va nel Mondomio, io lo so... per secondo me tutta l'energia per correre gliela mettono le persone buone, anche di giorno. Perch se no, lui vive soltanto quando fermo, invece, oltre alle grida ci sono gli innamorati che si baciano alla stazione, le mamme che salutano i loro figli. Tutte queste cose, capito?" "Bravo, amore", disse il pap. "Mondomio esiste quando spegni la luce, il mondo del lettino. Ma io mi sentivo come... come ve lo spiego? mi sentivo un poco senza forza, nel mondo del giorno, come se la luce mi bruciasse gli occhi, non volevo fare i giochi dell'asilo con gli altri bambini... per ora io so che qui, nel giorno, ci sono cose che io racconto e persone che mi ascoltano. E' come se fosse ogni mattina Natale... sempre regali!!" "Sei tu il nostro regalo", disse il pap. "S, ma tu poi parti!", cos si lamentava quell'angelo monello. "Io parto come il trenino che si deve ricaricare e che poi torna. Perch senza di voi non ho pi energia" Facito cambi discorso: "Sapete come nascono i pulcini nel mondo del lettino?" "Come?", disse la madre divertita. "Da un bacio. Frau dice le parole magiche: <<caro pulcino, il mio bacio che ti chiama al mondo. Tu senti il bacio che io ti do e puoi nascere sicuro e felice e ricercherai sempre, tutta la vita, questo bacio. Se la vita non te ne dar>>"
Id: 1169 Data: 06/09/2011 12:01:15
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La barca capovolta
Stava sorprendendolo di nuovo il ricordo quello che lo mordeva e gli rimordeva da tanto tempo, insidioso come un verme in un frutto: il frutto pi delizioso di tutta la sua vita: averla amata. Che cosa rimaneva di tutta quella poesia, ora scottante, a questuomo? E orribile, pensava, come quei giorni, che io ho amato come il figlio pi caro, adesso mi riconoscono come un padre degenere. Eppure li ho amati, li ho partoriti io. S, questo stato il mio destino. Destino! Questa parola mi tormenta, fosse una parola! Invece sono mille, duemila, milioni di parole il che vuol dire ricordi, splendente bellezza di un viso che ora uccide, sogno che prima era intero e noi eravamo due, e ora io sono uno, uno!, e il sogno in mille cocci, cos aguzzi che mi hanno tagliato il cuore irrimediabilmente. S, perch non credo pi a niente ora, dal momento che ero signore e padrone nel sentimento, avevo braccia, ormai inutili, per sembrarle il mare e lei nuotava dolcemente aggrappandosi a me. Avevo storie che inventavo io stesso, e lei come stregata ah quanto male le ho fatto, egoista!, lei stava assorta ad ascoltarmi, piccola, innamorata, e con una curiosit un po spaventata, come una bimba emozionata al primo giorno di scuola. Tutto questo onore era per me! Pensavo fosse una bella cosa, mi dicevo: lei mi ama moltissimo, lei ha un disperato bisogno damore e io ho bisogno di sapere che la sto aiutando. Non solo per me che lho fatto, credetemi, io lamavo, e lamo ancora ma sapete lerrore dove stato? Bene, lerrore era che io sapevo che non sarei restato a lungo nel piccolo paese dove abitavamo, e tuttavia lho illusa che sarebbe stato per sempre. Il fatto che anchio avevo bisogno di essere amato e lho illusa, quindi, per illudermi.
Il nome delluomo, beffardo e sincero: Primo Re, era uno specchio macchiato di sangue, che gli rimandava con lancinante precisione tutto ci che era stato e, quindi, tutto ci che era. Forse il primo dei re del rimpianto e del senso di colpa, il primo, il sopravvissuto re che ha escluso tutti i suoi compagni, sapendo che, se prima era stato il re di una doppia felicit, ora era il re della passata felicit, vale a dire il re del ricordo, del bicchiere a volte usato come confessore e poi come fanfarone che cambia la realt e inganna con amore chi soffre, come sonnifero; il re dei colori sbiaditi, dei sorrisi anziani nella spontaneit. Prima tutto era naturale come fare lamore con chi si ama. E ora? Ora lunica compagna di questa penosa e pesante solitudine era la musica. Qualche briciola di dolente poesia era rimasta nella sua anima. E anche se non parlava con nessuno da mesi, non si era arreso al silenzio dei ricordi che la fine di tutto. Quei ricordi continuavano a cantare attraverso i suoi dischi. E, se anche soffriva, era meglio una malinconia autentica che un allegria fasulla. Lui era sempre per la verit. Solo quella frase, sarebbe bastata solo quella: <<senti, io poi partir>> Questa s che era la verit che lui avrebbe dovuto dire, ma non era mai riuscito a pronunciare queste poche e brucianti parole. E anche ora, a distanza di anni, queste parole continuava a non ascoltare. Il suo sbaglio pi enorme: fardello di ieri, flagello di oggi. Amari i momenti in cui questa consapevolezza diventava una croce e una bocca. La bocca lo attirava e la croce poi lo feriva. Anche la sensualit di lei, del ricordo, continuava ad agire su di lui: amava quello che era stato e quello che non poteva essere pi. Ma il suo corpo era triste e la stanza era vuota. E quasi odiava il suo corpo, che era ormai dove la strada diventa pi buia. Con lei giocavano a indovinare lestate, con lei tutto era cos meravigliosamente nudo, i corpi come il cuore. E anche le parole che sognavano insieme erano nude di censure e aperte come un regalo.
Primo Re faceva, che terribile e simbolico gioco della sorte!, i tarocchi alla gente. Aveva bisogno di pensare al destino degli altri per non pensare al suo. Cosa mi riserva il futuro?, una donna truccatissima e incerta domand alluomo. Questi fece un sorriso pieno di lontananze; come ogni volta quando gli facevano una domanda come questa.
La donna, toccata anche lei forse dalla medesima, offesa solitudine, sprofond in uno sguardo senza pi occhi, viaggiati lontano per non soffrire il presente di quelle parole. Allora?, fu il duro aggancio di lei alla realt. Qui vedo dei giorni, lindovino disse, tanti giorni che non hanno pi il piacere del loro scorrere. E una stanza vuota, una casa senza amore e senza bambini, non sento musica nel suo futuro, insomma. Lei cattivo per! Mi scusi! Io ho imparato a capire gli occhi, mi perdoni, signora E a che scopo demoralizzare la gente?, quanta sofferenza in questa domanda. E anche quanta paura. Per unirci, perch un corpo ha bisogno di vuoto per muoversi, lo ha studiato anche lei, no? Ma un concetto meno filosofico di quanto si possa pensare. Cio, mi spiego, per incontrarci ci vuole il vuoto del dolore, per poter compiere il passo che ci unisce. Se non ci fosse vuoto va bene, diciamo spazio (che fa meno male) fra noi, non cammineremmo pi luna verso laltro Ma strano: ora non mi sento tanto sola, nonostante abbia la mia sorte! Allora ha visto che il discorso sul vuoto vero? Tutto sta nellincontrarsi e poi le lacrime fanno il resto. Improvvisamente venne a Primo un desiderio spietato di dire qualcosa di buono a qualcuno, fosse anche una piccola bugia. Ma voleva crederci, era come fare il ruffiano col destino, voleva un piccolo regalo, magari che una donna gli dicesse: anchio ci sono passata e ancora soffro, io ti capisco. Possiamo riscrivere una storia, diversa e felice, insieme! Questo era quello che sognava. Una, solo una che comprendesse il suo passato e come si sentiva ora. E poi forse si sarebbero addormentati fantasticando la vita che li aspettava da tempo. Aveva paura di essere solo un bimbo che pretende tutta lattenzione, che piange e batte i piedi, perch nessuno si accorge di lui e Primo Re quasi si era abituato ad essere trascurato e anche la felicit gli sembrava un affare non suo. Ma appannaggio di chi se la merita e lui era quello che aveva illuso, lui era lusuraio della felicit, a buon prezzo ma con alti interessi un discorso come questo, cos assordante, non gli faceva sentire la felicit. Poi si sentiva simile a Beethoven, con la stessa condanna: quella di non sentire pi, ma quella di lui era pi grave perch non sentiva pi col cuore. E avrebbe voluto essere come il compositore per non sentire pi le voci attorno a lui, e invece ascoltare soltanto la passione, la musica che si ha dentro. Non aveva pi voglia di sentire il mondo, che gridava cos forte! Voleva solo sentire le voci di dentro. Voleva solo ricordare in pace. Era il pi lieve dolore che gli potesse capitare, tutto pur di non pensare alla casa vuota.
Le bianche tende erano -la notte- fantasmi che si prendevano, per vivere, la sua stessa vita. E solo cos lui sentiva di vivere, vedendo danzare quelle creature, quegli incubi leggiadri come era per lui ora la ragazzina triste della sua giovent. Si potevano amare -l'uomo e il suo ricordo- la notte, grazie allo sfinimento che dopo avere bevuto lui conosceva. E allora i movimenti divenivano lenti, quasi dolci, e lui con il lasciapassare del vino, entrava nel suo passato e fra le braccia di lei. Niente gli gridava la sua colpa perch era come amarla da lontano e dirle ancora: scusa, piccola, se ti ho fatto cos male, ma io ti amo ancora come vedi. Poi al mattino puntuali le cattive parole assassinavano il ricordo. Ci che la notte era dolce, di giorno era una macchia. Lottava con se stesso per evitare di pensare alla bellezza della ragazza, ma cos evitava, come un terremotato dellanima, la sua salvatrice: la bellezza della vita. Perch vita era anche saperla invisibile- dormiente sul suo letto e invitante di sapori. Tutta questa sua poesia non sapeva arrivare alla coscienza era una poesia dolorosa- e restava confinata nella notte del rimpianto e della colpa. Solo prima tutto era diverso: anche la biancheria abbandonata dovunque allora- era pi ordinata e giusta che adesso i suoi pensieri e la sua vita. Continuava a pensare che lei era una ragazzina distratta e disordinata, ma creativa perch lamore la faceva artista. E anche lui. Ed erano allegri, clown di se stessi Certo, lei era una ragazza di suo molto triste ma lamore aveva cambiato le loro facce. Lui aveva voglia di dare gioia a lei e lei urgeva damore. Anche l'occasionale rabbia di un momento, anche la noia, tutto era animato da unenergia radiosa che li avvicinava nellalba che tutti sognano nella vita, nellalba dellincontrarsi che giustifica tutte le notti solitarie e senza significato di valore. Primo usc, una sera, ne aveva poca voglia, ma si accorse che non poteva stare a casa, che aveva bisogno di aria pulita e immemore.
Col cappotto vecchio e logoro, voleva quasi nascondersi, and dritto in piazza a fare il suo lavoro. Non salutava nessuno, non vedeva nessuno a parte tante sagome scure e lontane come le barche che vedeva dal lungomare. E lui era pi lontano delle barche lontane, pi inconscio e doloroso di loro, pi solo di chi si perde perch forse ha paura di trovarsi e preferisce la notte che verit lampanti, come il giorno, che per aspettava e che sembrava un sogno di mai.
La stessa donna lo aspettava seduta sulla seggiola al tavolino dove di fronte a lei lui si sedette. Lei aveva unaria cos innocente e dolce, e soprattutto soffriva. Lui poteva quasi sentire le parole di questa sofferenza, gli parlava una lingua ben familiare. E si sentiva grato a quella donna che non aveva giudizio per le colpe dellindovino triste. Ciao, e dicendo questo la signora mise una mano su quella delluomo che un po impaurito ma con un incerto sorriso, si ritrasse di un poco. Era emozionato e silenziosamente felice, respirava laria del mare ed era diversa. Ovvio che pensava sempre al suo dolore, ma qualcosa non era pi come prima. Lei percep questa piccola emozione e sorrise, non intorbidendo lo sguardo cristallino e leggermente velato. Era bellissima. Allora, Primo cerc le parole, allora vediamo le carte Non me ne importa delle carte, so gi che saranno fortunate. E inutile farle. Voglio passeggiare con te lungo il mare Primo si lasci sfuggire un deciso: perch no? e prese per mano la seconda occasione di vivere. Mai credere troppo al dolore, se no poi lo viziamo e lui vuole essere pensato sempre Lui le rispose: Cos non l'avevo vista mai, la cosa Dobbiamo solo considerarlo, nella voce di lei cera umilt, "in quanto insegnante e poi staccarcene, mai restare attaccati ai maestri. Ma diventare noi i maestri. Che ne dici? Dico, rispose lui, che sei pi forte di me e se diventi la mia maestra non mi staccher mai da te!: Le risate si propagarono per il mare e salirono al cielo e riempirono lo spazio vuoto che vuoto non era pi. E questo era linizio di una guarigione, era la sera che diventava pi chiara, erano gli occhi che guardavano anche le immagini della mente e le commentavano col cuore. Erano due dolori che si capivano e si quietavano spiegandosi a vicenda con parole buone. Io, disse a un tratto lui, mordendosi le labbra, ho lasciato che lei si illudesse, sapendo di avere il tempo contato. Dovevo cambiare paese per ragioni importanti, per seguire quello che volevo essere: un pittore famoso. Eppure era pi bello, ora che ci penso, essere un pittore famoso ai suoi occhi. Poich ogni suo giudizio era sentito e io lo sentivo, tanto Dai, disse la donna, tu la puoi dipingere, ti aiuterebbe a ricordarla. A non cancellare il tuo passato E vero, ma io non dipingo pi da quando ci siamo lasciati. Non posso dipingere pi. Capisci la tragedia sopra la tragedia? Certo, e io che pensavo, senza neanche saperlo: deve essere un artista. Lhai capito? Davvero?! Non potevi essere un indovino senza essere un artista. Grazie. Ma sai?, lanimo dellartista si risvegliava, ma sai, io non ho smesso mai di esserlo anche se non dipingo pi. Io dentro di me dico: questa giornata un quadro con colori caldi, piena damore come come questa anche se sera! S, un quadro di magia! Vero, Primo sembrava colpito da quelle parole perch erano precise e belle. Erano piene di loro. Mentre lui parlava e raccontava tutto quello che gli veniva in mente, anche le cose pi insanguinate oppure sporche, lei manteneva, brillante pi della gioia, il suo sguardo da cui lui si sentiva accarezzato. Lei mi ha detto: <<s, meglio che fai lartista, sei cos bravo e io sono cos triste che potrei rendere triste anche te. E sarebbe un peccato, visto che i tuoi dipinti sono pieni di vita>> Stette in silenzio per lunghi minuti, come piangendo dentro, poi disse, allo stesso modo Lei diceva: i tuoi dipinti sono eccezionali, pieni di vita ma andandosene lei niente stato pi pieno di vita, niente stato pi eccezionale
Ma il dolore che mi stai offrendo quasi come un dono, questo eccezionale, e rende bello e poetico il nostro incontro e il mare meno nero, accanto a noi
Grazie. Poi mi racconterai di te, magari domani. Ma credo di conoscerti gi perch hai capito il mio buio Tacque un attimo, poi con aria entusiasta e dolce disse: No, stavo dimenticando una cosa: sarebbe bello, visto che ormai ci siamo detti tutto, vederci a casa mia e passare la notte insieme. E lo sai perch?
Lei sorrideva e stupita chiese: perch?" E lui: perch ne ho abbastanza della parola notte. Ora voglio notti con un perch pi dolce".
Tenendosi per mano, senza guardarsi, sentendosi, giunsero a casa che ormai era alba, parlarono fino al mattino e ci sarebbe stato tempo per stare insieme, quel mattino preferirono parlare e parlare, e stanchi alla fine si addormentarono sotto una barca capovolta.
E in quella tarda mattinata, il dolore non si svegli pi con loro, per la prima volta nella loro vita. Te lo dicevo il discorso del vuoto e dei corpi che possono andare luno verso laltro solo se c un vuoto fra loro, disse Primo Re.
Soltanto ora ho capito che, come dicevi tu, un concetto meno filosofico di quanto si pensi. E la vita, il dolore, poi la felicit di noi qui sulla spiaggia e il sole che finalmente sorge.
Un pescatore si affaccendava accanto a loro e a un certo punto disse: scusate, la barca, mi serve Loro non sentirono, allora luomo disse: Dica alla sua signora di alzarsi. Va, bene, la chiamo io. Come si chiama la sua signora?
Primo Re, guard incredulo il mare, poi scoppiando a ridere, disse a lei: Scusa, come ti chiami?
Id: 1165 Data: 03/09/2011 20:15:11
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La fiaba delle emozioni
In un paese chiamato Pacello per il semplice fatto che era un piccolo paese pieno di pace cosicch tutti, con poco volo di fantasia, lo fecero derivare da Paesello. Ma a supplire questa triste mancanza di fantasia -che era anche un po' dovuta alla mancanza di emozioni- un giorno venne al mondo una bambina che ne aveva abbastanza per tutti, e a volte si divertiva a nasconderne un pochino nel cestino della spazzatura per sorprendere gli altri di non averne pi cos tanto come si aspettavano loro. Siccome era una cosa molto strana, la cosa pi strana che potesse capitare nel paese, usciva su tutti i giornali e la gente trasecolava. Dicevano: "ma come pu essere che le emozioni di Selfeamor non abbiano raggiunto il quantitativo solito: il rifornimento industriale di tutto il paese. Cos peggio di un black- out"
Le emozioni le nascondeva sempre nella spazzatura poich cos si vendicava contro queste che la facevano soffrire cos tanto, nonostante fossero bellissime, ma la regola era: "pi in alto vai pi possibilit hai di cadere" e allora la ragazza gioiva e soffriva al ricordo di ogni gioia.
Un giorno il sole era generoso e i suoi raggi sapevano di un incanto, cos incanto che la ragazza sentiva di volerlo ringraziare, e allora si chiese come...
"Io cosa so darti, sole?", gli chiese mentre lui gratuitamente la abbracciava.
Pi ci pensava pi si rispondeva: "io non ho niente da dare al sole", e si disperava.
Eppure tanta fu la commozione di quell'abbraccio dolcissimo che lei sent nascere dentro al suo petto un gemello di quel sole. Era insomma come se i raggi le avessero penetrato il cuore e da l una piccola calda presenza danzava in lei e scoppiettava di bellezza infinita; anche nei suoi occhi.
"Allora", a un tratto sent di avere capito tutto quello che doveva capire: "certo! alle emozioni io rispondo con le emozioni. E anche perch il sole ha scelto me, ha scelto d'illuminarmi, di regalarmi il mondo con i cieli e i mari profondi e... ancora di pi! mi ha dato il forte desiderio di voler guardare questi mari e questi cieli insieme ad altri occhi... che ne so? magari per sentire pi veri questi miracoli..."
E si innamorava cos tanto delle sue idee e soprattutto delle emozioni che quelle teneramente partorivano, e si innamorava di ogni cosa, niente per lei era privo di fascino: anche le finestre della sua stanza che per met erano occhi chiusi, per met occhi aperti, le piaceva paragonarle a bellissimi amplessi col mondo, quando da un canto hai paura del troppo splendore, dall'altro ti abbandoni al richiamo dei colori e con slancio fortissimo desideri possedere lo spettacolo che fuori. Per poi cullarlo sempre dentro di te.
Tutto queste cose le facevano pensare le finestre, e quando lo raccontava agli altri tutti dicevano, sorridendole di una forzata allegria: "s, vero, hai molta fantasia, ma a cosa credi che serva tutto questo volare?"
"E invece mi serve!", protestava quasi gridando. Voleva difendere le uniche cose stupende che brillavano in lei. Non sapeva precisamente a cosa servissero tutte queste cose che sentiva, solo sapeva che era bellissimo sentirle. Per di una cosa era certa: se gliele avessero tolte, anche lei sarebbe morta.
Un giorno arriv il tempo di dover arrangiarsi da sola e le dissero: "da oggi dovrai tenere pi ai soldi che alla fantasia perch la fantasia non produce niente di pratico"
Quindi, sforzandosi di capire, la ragazza ebbe chiaro il concetto: lavorare necessario, se io continuo a correre per i prati e a carezzare le piantine che il vento strapazza, non potr neanche mangiare...
Per non ne voleva sapere di smettere di essere se stessa.
E da quel momento, pi forti erano le emozioni durante il giorno pi grandi erano gli schiaffi che il buio le dava quando sul suo lettino cercava di dormire. Eppure una cosa non escludeva l'altra. Il giorno correva di gioia, la sera era immobile dal dolore.
Non sapeva pi cosa fare. Chiedeva sempre a Dio di aiutarla. Ma a volte credeva di parlare da sola perch lui sembrava sordo anche alla disperazione delle sue creature, che lui diceva perfette. Un giorno Dio la avrebbe ascoltata. Ma prima bisogna descrivere come avveniva questa trasformazione dal piacere al dolore.
La sua esperienza pi dolcemente forte era quella di stendersi su un prato e farsi carezzare da ogni filo d'erba, e farsi solleticare. E poi guardare lorizzonte e parlarci. E la cosa veramente bella era che lui -cos enorme- entrava tutto nei suoi occhi. E le rispondeva anche passando dal rosa chiaro al violetto: si cambiava dabito per lei! E quindi la ragazza non poteva non amarlo e diceva: "ti abbraccio con lo sguardo, fa lo stesso?" E questi rispondeva con un rosso acceso che era il s alla vita. Perch era proprio colorato di sentimento ardente per tutti i suoi ospiti, piccoli e formicolanti. Ma in ogni pi piccolo ospite lui trovava spazio in abbondanza: era questa la magica relativit della vita che lorizzonte aveva insegnato alla ragazza.
Ma cosa succedeva la sera, quando tutto intorno si spegneva? La finestra era chiusa, una rosa ritrosa e spaventata al buio.
Guardandosi le braccia, alla luce di una piccolissima lampadina, Selfeamor poteva ben distinguere nelle ferite quelle che erano state le carezze dei fili derba sulla sua pelle. E come bruciavano, adesso!
Poi al mattino non aveva pi niente e, pi del giorno precedente, tornava la voglia incontenibile del sole, di toccare la terra bagnata e passarla sul viso per ricevere la sua fresca carezza, come a ricordarle di avere una faccia. Perch, potrebbe sembrare strano, ma lei aveva questa urgenza di sentire i fili derba come un soffio, il sole come un abbraccio, la terra come una carezza, perch altrimenti non avrebbe sentito di avere -eh s- una faccia. Poich, forse questo il nodo di questa favola, la ragazza era figlia di due medici legali, e non avevano mai fatto differenza nel trattare i morti e la bambina Quando la prendevano per mano lei sentiva di essere una borsa o uno spazzolino; avevano sempre giocato a ucciderla col loro corpo e i loro modi di ghiaccio, e in lei invece era invincibile la ribellione, la lotta a sangue per sentire il sole.
La terra che si era passata come una sciocca sul viso, anche assaggiandola, come un bacio indiscreto ma dolce, alla sera le aveva provocato delle puntine in tutta la faccia e la bocca era ferita.
"Ma io non posso vivere senza essere baciata o accarezzata!" Gridava cos tutta la sua dolcezza soffocata da un inverno troppo precoce sulla sua pelle.
"Dio, ti prego, fammi sparire le mani e le braccia, cosicch io non senta pi il dolore delle mie ferite!"
Infatti presto fu esaudita, niente pi dolore, ma niente pi fili derba; si disse: "ma io ho ancora le gambe, i piedi... ho ancora tante cose, per poi anche ci mi far male. Come devo fare? Parlava da sola nella sua stanza non smettendo di piangere. Non volle vedere nessuno per mesi. Si vergognava a farsi vedere senza braccia.
E nella sua solitudine disperata chiese ancora a Dio di farle scomparire le guance, la bocca, poi anche le gambe e rimasero solo degli occhi aperti nel buio che nessuno vedeva e che piangevano ininterrottamente, al punto che tutto Pacello si riemp di pianto, e tutti furono costretti a nuotare per le stradine.
La gente sentiva molto la mancanza di Selfeamor, ma non se ne spiegava la cos misteriosa scomparsa. Sembrava che sui prati di quel paese una matrigna carezza avesse posto un sudario. Non cera pi un fiore neanche a pagarlo oro e oro.
Ma quando per sbaglio un uomo ingoi un po di quel pianto, fece una terribile e bellissima scoperta: si sentiva vibrare tutto il corpo e il cuore aveva come un orgasmo. Allora lo comunic a tutti quelli che incontrava, raggiante, e di primo acchito tutti ridevano, poi uno prov e dovette ammettere che una grandissima gioia si impossessava piano piano di lui. E cos tutto il paese si ubriacava di lacrime, quelle lacrime cos buone e sincere. Le lacrime alle quali nessuno aveva mai creduto quando la ragazza era viva.
Allora il dolore si convertiva in gioia, ed era lesatto contrario di quello che accadeva a Selfeamor in vita. Perch la gente di quel paese non aveva mai pianto e bere il pianto di lei fu unesperienza indimenticabile per tutti, e finalmente tutti cominciarono a provare emozioni, forse le stesse che aveva provato colei che era morta.
In vita aveva provato a raccontare, e lo sapeva fare bene, tutto ci che provava, ma la gente non rispondeva in maniera autentica e veramente coinvolta al tumulto delle sue sensazioni.
Ma soltanto conoscendo il suo pianto, bevendolo, la gente pot conoscere la vera gioia della vita.
Allora Selfeamor sorrise per sempre sulle labbra di tutti e si disse, lo disse il vento perch lei ormai era vento: "Se tengo solo per me le emozioni, loro mi fanno male, ma se altra gente -come ora accade- ride col mio sorriso e beve il mio pianto- allora le emozioni non mi fanno pi male! ho dovuto morire per capirlo, ma ora sono felice!"
Id: 1138 Data: 16/08/2011 14:24:01
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La favola di Viola
Viola era una casetta tutta viola, in campagna. Viveva tranquilla e dolce: i ragazzi invitavano i loro amici e allora le pareti della casa si inarcavano lievemente, cos sorridevano senza darlo a vedere. La sera, tutte le sere, si restava a recitare la preghiera, tutti i componenti della famiglia. E Viola poteva, a fine giornata, chiudere le sue finestre e riposare. La notte trascorreva per lei piena di dolcezza e di sogni di belle giornate e di corse di ragazzini. Certe volte capitava che Viola, per la troppa nostalgia nei confronti dell'allegria dei bambini, gettava gi dal letto, tutti i suoi piccoli abitanti. Come se avesse una potente mano, sotto i materassi, e via gi, buon giorno! Poi le tazze erano gi pronte sul tavolo al mattino; quando il latte era troppo caldo, Viola azionava i ventilatori, metteva un po' di musica e danzava piano, in modo da svegliare anche i padroni di casa. I bimbi credevano le tazze le mettesse mamma Livia, e quest'ultima pensava che le mettessero loro, invece no: era la piccola Viola l'artefice di tutta questa magia. E la cosa triste che nessuno lo avrebbe mai saputo, forse. Un giorno il signor Danilo, per, ebbe un'idea malvagia: la casa doveva essere venduta. Che ne sarebbe stato dei suoi bambini e dei discorsi del signor Danilo alla moglie, Livia? Ormai Viola era affezionata a tutti loro. Allora la casina, che rifiutava fermamente questa idea, si mise un piglio cos severo che le spuntarono delle crepe sulla parete. Un mattino arriv un signore che doveva stabilire il valore della casa. Egli passava da una stanza all'altra con aria di sufficienza, e Viola appannava i vetri con le sue lacrime, faceva cadere pezzi di lampadario, apriva e chiudeva gli armadi finch non uscivano dai loro cardini. E tante altre cose ancora. Il perito non sapeva che dire a Danilo. "Signore, una casa ridotta un po' male, guardi soltanto queste crepe qua" Danilo per rispose: "Ma io voglio abitare in citt!" Viola allora gett fuori dalla libreria, con un colpo deciso, un libricino di viaggio, che parlava della bellezza della campagna. I due uomini rimasero attoniti e l'esaminatore disse: "Ha visto anche lei quello che ho visto io?" "Sar stato un colpo di vento", ammise Danilo per non spaventare troppo il perito. Danilo, dentro di s sapeva che la casa stava iniziando a fare i capricci... "Dani", disse Livia un giorno, "come mai ci alziamo presto anche di domenica? Mah! a me non riesce proprio di dormire in questa casa!" "Hai ragione, la nostra casina Viola, da un po' di tempo a questa parte ribelle. Forse non accetta la sua vendita" "Certo, anche a noi mancher, ma che fare? La citt ha il suo fascino" In quel momento Viola butt fuori dal forno un fumo terribile, tutta la rabbia che aveva dentro, giusto per ricordare come sarebbero stati in citt: invasi dall'inquinamento. Danilo toss. Livia era sconcertata. "S, Viola, lo so, ma noi abbiamo necessit di andare a stare in citt: non possiamo viaggiare ogni mattina e alzarci sempre alle cinque e mezzo" Improvvisamente l'orologio a pendolo cominci a segnare tutte le ore, come impazzito. Poi si ferm alle cinque e mezzo, come per dire: "andavene pure a lavorare, io voglio stare sola" Il suo umore era a terra. Era una casina inconsolabile. Persino i bambini, quando sprofondarono nelle loro poltroncine, davanti alla televisione, furono ignorati da Viola. Prima invece loro si facevano carezzare le braccia dai braccioli di velluto. Venne il momento che il contratto giaceva l sul tavolo. Viola lo guardava di sbieco e le finestre piangevano, le crepe erano delle smorfie. Danilo si avvicin, lo guard e disse alla moglie: "Vuoi farlo tu, per cortesia?" Livia era come paralizzata. Il tempo stringeva, gli acquirenti non potevano pi aspettare. Nessuno dei due si muoveva. Giovino, il bimbo pi piccolo, in camera sua, guardava la televisione, ed era molto seccato perch la finestra si apriva ogni due minuti, facendo entrare aria molto fredda. "Ma perch non si vuole chiudere?" Ma Viola lo faceva per il bene di tutti. Fin quando il bimbo scoppi a piangere, e la sua mamma vide che aveva la febbre, e come scottava! Niente, fin quando non gli passa non possiamo andare via di qui" Livia era un po' dispiaciuta, ma secondo loro era questione di tre giorni al massimo. Questi tre giorni passarono allegramente, malgrado la febbre. I ragazzini giocavano coi videogiochi, posavano i piatti di pop-corn per andare un attimo al bagno e, gnam! le poltroncine e i divanetti se li ingoiavano. Allora si mettevano a saltare, soprattutto i pi piccoli, sugli stessi divanetti che, si sentiva una risata sonora, morivano dal solletico... Ma tante volte, alla sera, Viola veniva riacciuffata dalla tristezza. I suoi bambini, tutte le dolcissime monellerie che facevano... chi glielo avrebbe ridato, tutto questo? Per capit che una volta andando a letto, Livia e Danilo si accorsero che c'erano dei cuori disegnati nello specchio. Doveva succedere qualcosa di speciale... si guardarono, ma subito capirono che... s, era arrivato il momento della confessione: "Amore, io sono... doveva essere una sorpresa...", la donna esitava. "Non mi dire!" "Eh s, aspettiamo un bambino!" La felicit sovrast tutto, anche il dolore per dover abbandonare la bella casina. Dunque un nuovo arrivato, pens Viola, e si mise a fare della pioggia che sbatteva sui vetri, una graziosa musica.
Livia, indaffarata, preparava le valige per andare nella nuova casa, pensava a tutto lei. Danilo era molto malinconico. Ma quando stavano per prendere le fotografie che erano sul com, queste resistevano, non volevano staccarsi, erano come piantate nel mobile. "Viola, dai non fare la bambina, hai gi venticinque anni!" "Appunto!", scrisse lei sul vetro appannato. Niente, le foto dei nonni, degli zii, degli amici, erano tutte l e neanche un uragano avrebbe potuto schiodarle. Ogni volta che la donna tentava di strappare una fotografia alla caparbiet di Viola, sentiva nel suo ventre un piccolo dolore. Il suo bimbo si lamentava. Livia disse, cominciando a capire: "quando tento di prendere una foto, il bimbo scalcia. C' forse un nesso fra le due cose? Il passato e il futuro. E Viola non vuole" Danilo complet: "Viola la nostra tradizione. La casa, la famiglia, ci che molti hanno dimenticato, purtroppo" "Troppi ricordi, non possiamo andarcene!", la donna disse. Erano entrambi come agiti da una forza pi grande di loro, e il vento protervo dei ricordi li travolgeva. Dalla finestra si vedevano albe e tramonti, in successione, tutti quelli che avevano vissuto i coniugi. Tutte le albe che avevano visto nascere i loro bambini, e le sere in cui si erano amati. "Restiamo, Viola, non preoccuparti pi" Viola spalanc tutte le finestre, un sole radioso e felice cominci a brillare, e i ragazzini tornarono gioiosi dalla scuola e non c'erano pi crepe e ogni cosa era al suo posto. Poi una pioggerella sottile, cominci a fare da colonna sonora alla loro serata, fino a farli addormentare, e le zanzariere, come mani amorevoli di Viola, carezzavano le palpebre sognanti dei bambini. Era il sogno del passato lanciato nel futuro.
Id: 750 Data: 26/10/2010 10:27:49
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Il bambino che non voleva vincere
Valerio si accostava alla madre, a mo' di un fagottino che vuole essere baciato da lei. Non si capiva bene come mai poi, tutto a un tratto, si metteva a piangere. E tutti dicevano: "hai visto l'uomo nero?" Forse, pensavo io raggomitolata in un angolo di dolore e tenerezza, avr visto vero l'uomo nero. La personificazione della solitudine, dello stare in braccio alla propria mamma e non avere altro che l'abbraccio del buio. "Valerio, fammi vedere come si gioca con questa macchinina". Silenzio intorno, lui si nascondeva il volto con le manine. E gli altri continuavano a chiamarlo. "Valerio, dai, non fare il guastafeste, il tuo compleanno. Dobbiamo stare tutti allegri." S, dovevano stare tutti allegri, e lo sapevo io come saranno tutti allegri il giorno che la colpa mostrer le fauci e, nel silenzio fuori e nello stridio dentro, si chiederanno: "cosa abbiamo fatto di male? dove abbiamo sbagliato?" E' nelle domeniche come queste, dove la giornata bella e tutto si d per scontato, che si ferma il librarsi di una farfalla, si ferma lo spuntare del sole, troppo cocente o troppo debole. Questo era l'amore della Signora Freddi. "Oggi Valerio fa cinque anni, diciamo tutti insieme auguri a Valerio". La zia, zitellona di quarant'anni e sempre di buon umore, stranamente, vestita con immensa cura, tutta collana e calze viola, stava cos attenta a tutto, forse stava anche attenta a non finire come sua sorella, sposa e madre granitica. Tutti i bambini batterono le mani e Valerio per un momento sorrise. La madre non se ne accorse e continuava a incitare il bambino che le stava sulle ginocchia, con un entusiasmo secco. "E' l'ora della torta", disse un bambino pi grandicello degli altri. E aveva gi il sapore goloso in bocca. Strano come una mente e un cuore di una madre non si accorgano di certi vuoti. Forse perch troppo intenta a se stessa. Forse perch la rabbia l'ha accecata. Forse per poca intelligenza. E chiss quando il povero Valerio sarebbe stato attore dell'avventura pi bella, protagonista di un amore senza fango, ma d'oro. Chiss. Era il momento di spegnere le sue cinque candeline. "Esprimi un desiderio" Il bambino sembr smarrito e disse: "non lo so". "Tutti abbiamo i nostri desideri", disse la madre, ma quell'ovviet faceva male, detta cos, senza argini di sorta, senza una protezione di calore umano. Forse il mondo, cos poco visto, cos tanto sofferto, aveva scottato la sua iniziativa, i suoi occhi vogliosi di colori. Sempre pi si andava configurando un bambolotto e non un bambino, ogni spirito creativo veniva come bruciato e si ritrovava a vivere una piccola vita da recluso di se stesso. Era prgioniero dell'immagine di lui che la madre gli rimandava. Cos non si piaceva e non aveva voglia n di divertisi, e porca miseria era la sua festicciola! n di scoprire cose nuove. Il mondo aveva la stessa durezza di roccia della madre. Era duro e freddo. Era come la notte che nel suo lettino lo veniva a trovare. Era la paura della morte, la mancanza di un sorriso, di un abbraccio, insomma della mancanza della verit. "Amore, qualche cosa, non so, che vuoi, che ti piacerebbe avere..." La zia era discreta. Ma pensava: <<questo bambino non sano. Ma come aiutarlo?>> Il bimbo scoppi di nuovo a piangere e scapp tra le braccia del padre che lo guard preoccupato e lo carezz finch non smise il pianto e sembrava che stesse per addormentarsi. Allora lo misero a letto e, visto che era tardi, conservarono la torta, l'avrebbero mangiata l'indomani. Ad uno ad uno i bambini se ne andarono e l, in quella veranda, non rest altro che un abbaiare intermittente di cani. Sembrava una brughiera, quella terrazza . Ce ne voleva per trovare un fiore. Valerio per aveva gi imparato a leggere. E aprendo un libro che gli avevano regalato cominci a cercare di capire quello che c'era scritto. FRA GO LE La prima parola gli piaceva, sembrava gi di sentire il sapore di una vita che andava oltre quella abituale e fonte di lacrime. Ripet la parola e alla terza volta che la disse, un cesto di fragole si formul davanti a lui, e non era certo meno appetitoso dell'idea che se ne era fatto. Anzi, sembrava un frutto vivo. La cosa non lo spavent, gli piacque molto, e allora prov con un'altra parola. Sillab: CA REZ ZA Gli venne da piangere quando sent quel torpore, quella sicurezza che mai aveva sentito in vita sua. E allora lo ripet pi volte: CA REZ ZA Non si stancava di ripeterlo. E piangeva, di gioia, dimenticando, ma solo un poco, il dolore. Poi lesse: CA SA Batt le mani. Non vedeva l'ora di vedere una casa, come aveva sognato sempre con tanti colori e abbracci. Si materializz davanti a lui un'abitazione povera, ma con una finestra bene adornata dove facevano capolino una mamma, un pap e un bimbo. Lei cantava una canzone e il pap le carezzava il volto e guardavano entrambi ammaliati ci che faceva bellissima quella casa diroccata. L'immagine andava sempre pi sbiadendosi, sempre pi... E si sentiva una voce che ripeteva continuamente: "Vai dalla tua mamma e dille che il suo bambino morir se entro tre giorni non rivernicer la casa di mille colori e, soprattutto, se non gli dar la possibilit di disegnare quello che lui vuole..."
Valerio si copriva con le manine le orecchie, ma ora era contento perch aveva un compito e voleva obbedire alla voce. Quella voce sembrava partire dal suo profondo. Forse la famiglia era gi in lui. Come un albero con radici profondissime che stavano gi franando il terreno, zeppe di emozioni: una voglia grandissima di tenerezza e una furia distruttrice. La carezza di quella sera, alla lettura di quella parola, non si posava solo sulla lacrima di un viso, ma su una tristezza dolorosa. Si mise a dormire. Si addorment subito e nel sogno ritorn alla sua cara famiglia e apprese i disegni che doveva fare nella nuova casa. Ed era importante non buttare gi le fondamenta della casa, ma soltanto riverniciarle perch le fondamenta la casa le aveva, come un po' d'amore era passato nella vita di quella coppia che aveva messo al mondo il piccino. Da quella casa aveva avuto la sua partenza l'amore, sempre a casa aveva trovato la sua guerra. Infine -per cominciare- i disegni, i colori di una casa. Perch una casa deve essere sempre colorata
Id: 686 Data: 09/08/2010 11:47:08
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