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La psicologia jungiana nei suoi rapporti con la poesia

Argomento: Psicologia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 30/06/2015 13:06:10

 

La psicologia jungiana nei suoi rapporti con la poesia

 

 

What is difficult, is also beautiful, and good.

Beethoven

 

         Nonostante la difficoltà dell’argomento, sono assai lieto dell’occasione che mi si presenta, di poter scrivere dei rapporti tra la psicologia analitica e l’arte poetica, e di chiarire il mio punto di vista sulla questione tanto dibattuta delle relazioni tra psicologia e arte. Tra di esse, malgrado la loro incommensurabilità, esistono indubbiamente dei rapporti molto stretti, che è necessario spiegare chiaramente. Questi rapporti poggiano sul fatto che l’esercizio dell’arte è un’attività psicologica, o un’attività umana dovuta a motivi psicologici, e come tale è e dev’essere sottoposta all’analisi psicologica. Questa constatazione determina nettamente, al tempo stesso, i limiti entro i quali è possibile applicare i punti di vista di questa scienza: soltanto quella parte dell’arte che comprende i processi di formazione artistica può essere oggetto di studi di tale genere, ma non quella che rappresenta l’essenza medesima dell’arte. Questa seconda parte, che cerca di sapere in che cosa consista l’arte in se stessa, non può divenire oggetto di indagine psicologica, ma soltanto di esame estetico-artistico. Nel campo della religione siamo costretti a fare una distinzione analoga; giacché la psicologia può considerare solo il fenomeno emozionale e simbolico di una religione, il che non ha niente a che fare con l’essenza della religione stessa, essenza che è impossibile cogliere per via psicologica. Se ciò fosse possibile, non solo la religione, ma anche l’arte potrebbe essere considerata come una sezione della psicologia. Non si esclude, con questo, che tali soprusi non abbiano avuto luogo. Ma colui che li compie dimentica evidentemente che si potrebbe fare altrettanto per la psicologia e annientare il suo valore specifico e la sua propria essenza, trattandola come una semplice attività cerebrale a fianco delle altre attività glandolari, in un capitolo secondario della fisiologia. Si sa peraltro che ciò è già stato fatto.

         L’arte nella sua essenza non è una scienza, e la scienza nella sua essenza non è un’arte; perciò questi due dominî spirituali hanno un loro proprio territorio riservato. Se noi quindi vogliamo parlare dei rapporti tra psicologia e arte, dobbiamo occuparci soltanto di quella parte dell’arte che può, senza soprusi, essere sottoposta ad un simile esame. Ciò che la psicologia potrà dire dell’arte si limiterà sempre ai processi psicologici dell’attività artistica, senza raggiungere mai la sua essenza più intima. Ciò è cosa tanto impossibile, quanto è impossibile per l’intelletto rappresentarsi o persino comprendere l’essenza del sentimento. Questi due fenomeni psicologici non esisterebbero separati, se da lungo tempo la loro differenza intima non si fosse imposta all’intuizione. È vero che nel bambino la «lotta delle facoltà» non è ancora scoppiata, e che le possibilità artistiche, scientifiche, religiose, sonnecchiano ancora tranquillamente le une presso le altre; che presso i primitivi i rudimenti dell’arte, della scienza e della religione sono confusi ancora nel caos della mentalità magica, e, infine, che nell’animale non si osserva ancora nessuna traccia di «spirito», ma semplicemente «l’istinto naturale»; ma tutto ciò non dimostra un’unità originaria dell’essenza dell’arte e della scienza, unità che sola giustificherebbe una dipendenza reciproca tra di esse, o una riduzione di una all’altra. Pur potendo risalire nell’evoluzione spirituale (usiamo il termine nell’accezione allemande di geistlich) fin dove spariscono le sostanziali differenze tra i varî campi dello spirito (Geist), nondimeno non possiamo raggiungere la conoscenza di un più profondo principio della loro unità, ma semplicemente quella di uno stato più primitivo della loro evoluzione storica, stato di non differenziazione in cui essi non esistevano. Ora questo stato più elementare non costituisce un principio dal quale possiamo trarre conclusioni sulle caratteristiche di periodi ulteriori più sviluppati, anche se questi derivano da esso direttamente, come in genere accade. L’atteggiamento scientifico tenderà sempre a non riconoscere l’essenza di una differenziazione e a vedere soprattutto la derivazione causale, sforzandosi di subordinarla ad un concetto più generale, forse, ma anche più elementare.

         Tali riflessioni sembrano qui del tutto appropriate, giacché ultimamente abbiamo spesso visto interpretare la poesia con questo sistema di riduzione a stati più elementari. Indubbiamente si possono far risalire le condizioni della creazione artistica, il soggetto e la maniera individuale di trattarlo, ai rapporti personali del poeta con i suoi genitori; ma con ciò nulla s’è guadagnato circa la comprensione della sua arte. La stessa riduzione si può praticare, invero, in moltissimi altri casi, e in special modo nei disturbi psichici. Anche la nevrosi e la psicosi si possono ridurre ai rapporti dei figli con i genitori; lo stesso dicasi delle buone e delle cattive abitudini, delle convinzioni, delle particolarità del carattere, delle passioni e degli interessi particolari. Ma non si può ammettere che tutte queste cose, tanto diverse, abbiano un’unica spiegazione; altrimenti bisognerebbe concludere che, in definitiva, esse non sono che un’unica cosa (reductio ad unum). Poiché, se si spiega un’opera d’arte nello stesso modo con cui si spiega una nevrosi, si può concludere che l’opera d’arte è una nevrosi, o la nevrosi un’opera d’arte.


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